La nostra domanda: «Chi era sepolto nella tomba PG-800?» sembrerebbe strana a Sir Leonard Woolley, se fosse ancora vivo per sentirla. Infatti, non appena ebbe raggiunto la sua camera sepolcrale, il 4 gennaio 1928, mandò al Museo dell’Università di Philadelphia un telegramma della Western Union scritto in latino per motivi di sicurezza:

Ho trovato la pietra tombale intatta, costruita e dotata di volta con mattoni, della regina Shubad adornata con una veste in cui gemme, corone di fiori e figure di animali sono intessute magnificamente insieme con gioielli e tazze d’oro. Woolley.

“La tomba intatta della regina Shubad”. Come faceva Woolley a conoscere la risposta al mistero subito dopo aver trovato la camera? La VIP sepolta aveva una targhetta su cui c’era scritto “regina Shubad”? Be’, in un certo senso sì: in PG-800 furono trovati quattro sigilli cilindrici, uno accanto al baule dei vestiti e tre nella camera tombale, che raffiguravano personaggi femminili intenti a banchettare. Uno dei tre trovati vicino al corpo aveva un’iscrizione di quattro segni cuneiformi [fig.30] che Woolley lesse come Nin.Shu.ba.ad e tradusse “regina Shubad”. Nonostante Nin significhi “dea”, Woolley intese il termine come “regina” perché, come chiunque sapeva, gli dèi e le dee esistevano solo nei miti e non avevano un corpo fisico che potesse essere seppellito. La sua ipotesi che quello fosse il sigillo personale della VIP sepolta è stata data per scontata, nonostante da allora il nome sia stato cambiato in Nin.Pu.a.bi. (È degno di nota il fatto che il Museo dell’Università di Philadelphia alla riapertura della mostra delle tombe reali di Ur nel marzo 2004 abbia cambiato il titolo da “Regina Puabi” a “Lady Puabi”).

La scena rappresentata su quel sigillo, su due “registri”, è quella di un banchetto a cui partecipano personaggi femminili: i calici alzati da parte delle celebranti fanno pensare che stessero bevendo del vino. In ogni registro ci sono due celebranti sedute e varie ancelle/servitrici. Anche il secondo e il terzo sigillo trovati all’interno della camera tombale raffiguravano in due registri due celebranti femminili che bevevano birra con lunghe cannucce o a cui le ancelle servivano vino e cibo, allietate da una suonatrice d’arpa. Nessuno dei due presentava scritte di alcun genere.

Anche il quarto sigillo cilindrico, trovato per terra contro il baule dei vestiti fuori dalla camera tombale, raffigurava scene di banchetti, con celebranti e ancelle. Abbiamo già fatto notare che il nome inciso sopra, A.bara.ge (= “il purificatore delle acque del santuario”), identificava il suo proprietario come un dignitario di alto rango con la funzione di coppiere. Qui possiamo inoltre far notare che doveva trattarsi di un lui o di una lei di per sé “reale”, poiché era un omonimo o di un’omonima di un famoso re di Kish, En.me.bara.gesi, un semidio a cui si attribuivano 900 anni di regno.

A parte l’ipotesi che la VIP sepolta in PG-800 fosse la “regina” Shubad, Woolley non aveva altre informazioni da offrire su di lei. Sui documenti mesopotamici non c’è traccia di una regina con quel nome (né Shubad Puabi). Se anche fosse stata una Nin, cioè una dea, di nome Puabi, il suo nome non compare neppure nelle Liste degli dei. Se non si trattava di un epiteto non elencato (di cui ogni divinità era ampiamente fornita), avrebbe potuto essere un soprannome locale o familiare. Dovremo quindi ricorrere a strategie investigative per scoprire la sua identità.

Il segno scrittorio per Nin sul sigillo è assolutamente chiaro e non richiede ulteriore elaborazione. Scomponendo l’epiteto Pu.a.bi nei suoi elementi troviamo che il primo, PU, era scritto con il segno numerico 26a nella Lista sumera dei segni ed era un sinonimo di Sud (“colui o colei che presta soccorso”), un’infermiera, un medico. Questa scoperta convalida la nostra precedente conclusione, basata sulle “pinzette” mediche che la VIP sepolta in PG-800 fosse una guaritrice comeNinmah/Niharsag, Ninlil (la sposa di Enlil) e Bau (la sposa di Ninurta), e la nostra supposizione è che fosse direttamente imparentata con una di loro, e quindi fosse anche lei un’enlilita.

Il secondo elemento, che equivale ad Å nel segno numerico cuneiforme 383, significa “grande, molto”, e BI, segno numerico 214, indica una certa qualità di birra. Pertanto Nin Pu.a.bi significa letteralmente una Nin, una dea, che era “guaritrice [di] molta birra”. Si tratta di un soprannome che abbinava i banchetti e il consumo di birra raffigurati sul secondo sigillo cilindrico trovato accanto al corpo di Puabi [fig.31]. In realtà su tutti e sei i sigilli “femminili” rinvenuti nelle tombe reali sono raffigurate delle dame che partecipano a un banchetto e differiscono tra loro sotto certi aspetti, quali per esempio l’età, la pettinatura, l’abito e la statura. Dato che gli incisori potrebbero aver cercato di rendere ogni sigillo individuale il più fedele possibile alla realtà, questi piccoli dettagli meritano attenzione. Particolarmente interessante è il sigillo di PG-800 [fig.29], il cui registro superiore mostra una dea più giovane (la padrona di casa?), seduta sulla destra accanto al nome/titolo inciso, e una dea più matronale, con una veste più elegante e un’acconciatura elaborata (l’ospite?), seduta alla sinistra. Era un effettivo ritratto dell’occupante della tomba e della sua ospite più matronale e corpulenta?

È una possibilità da tenere a mente, perché la taglia della padrona di casa (e della sua ospite) sono importanti per la loro identificazione definitiva. Alcuni resti degli scheletri trovati in diverse tombe di Ur, comprese PG- 800 e PG-755, furono infatti esaminati dall’antropologo di spicco dell’epoca, Sir Arthur Keith. Riguardo a Shubad/Puabi, ecco come cominciava il suo rapporto scritto che faceva parte del libro del 1934 di Woolley sulle tombe reali di Ur:

«Un esame dei resti della regina mi ha portato a formulare le seguenti conclusioni su di lei: la regina aveva circa quarantacinque anni al momento della morte, era alta circa 1,510m (5piedi); le sue ossa erano sottili e aveva mani e piedi piccoli, la sua testa era grande e lunga».

Nello stimare la sua età, Sir Arthur era rimasto sorpreso dal fatto che la dentatura e altri aspetti dei resti dello scheletro indicassero un’età molto inferiore ai quarant’anni. Per quanto riguarda la statura, teniamo presente che è paragonabile a quella di Inanna nella foto di Mari [fig.32].

Mentre il teschio, parecchio fratturato, potrebbe essere stato compresso dalla pressione del terreno che lo faceva sembrare più lungo e stretto di quanto era realmente, sulla base di dettagliate misurazioni Sir Arthur giunse alla conclusione che la regina avrebbe potuto non essere una sumera e che fosse «un membro di una razza altamente dolicocefalica» (ovvero dotata di una testa sproporzionatamente più lunga che larga). Per di più, era stupefatto e perplesso per via della dimensione generale della testa e della straordinaria capacità cranica (del cervello):

«Ci basta misurare le ossa frontali, parietali e occipitali lungo la linea centrale della volta cranica per renderci conto di quanto grande debba essere stata la capacità del cranio… la capacità cranica potrebbe non essere stata inferiore a 1600 centimetri cubici, 250 cm³ al di sopra della media delle donne europee».

«I resti», scriveva, «non lasciavano dubbi sul fatto che la regina avesse un cranio dalla capacità fuori del comune». Dopo aver fornito particolari sugli altri reperti ossei, Sir Arthur espresse la conclusione generale che la testa della “regina” fosse insolitamente grande, mentre in rapporto alle dimensioni del capo il suo corpo, le sue mani e i suoi piedi erano piuttosto piccoli, «benché di costituzione robusta».

Per usare la terminologia sumera potremmo dire che aveva la testa di un Gal e il corpo di un Banda… Sir Arthur aveva esaminato anche i resti del maschio sepolto in PG-755, a cui si riferiva chiamandolo “principe Mes-kalam-dug”. Paragonando i due, aveva osservato che «a parte la sua grande capacità cranica, la regina Shub-ad era estremamente femminile nella sua caratterizzazione fisica, in Mes-kalam-dug le ossa del corpo avevano la forma di quelle di un individuo maschile molto robusto». Le ossa di lui erano molto più grosse di quelle di lei; «il braccio destra era particolarmente spesso e forte nel principe». In base a tutto questo, Sir Arthur concluse che «dalle ossa del principe – ahimé ne restano solo frammenti – si intuisce che debba essere stato un uomo dalla corporatura solida, vigoroso, alto circa 5piedi e 5pollici, o 5piedi e 6pollici (1,650-1,675m)… era un uomo dal collo grosso».

Il cranio del “principe” aveva «lo stesso identico indice cefalico della regina Shub-ad» (ovvero la proporzione fra la lunghezza e larghezza), notevolmente allungato e la capacità cranica (le dimensioni del cervello) era «ben al di sopra della dimensione media dei Sumeri». Dal punto di vista della razza, scrive Sir Arthur «in mancanza di un [termine] migliore, l’avrei definito protoarabo ».

Furono esaminati i resti di ossa e crani fratturati presenti in numerose altre tombe proto-dinastiche e la conclusione essenziale di Sir Arthur fu che anche quelli erano “proto-arabi”. In un sommario generale fece notare che i resti della “regina” e del “principe” si distinguevano dagli altri:

«È di particolare interesse osservare il fisico esile e le notevoli doti celebrali della regina Shub-ad e del principe Mes-kalam-dug.

Quest’ultimo era un uomo di straordinaria forza fisica e, se possiamo basarci sulle dimensioni del cervello come indice di capacità mentale, allora il principe non era solo forte fisicamente, ma era anche un uomo dotato di facoltà superiori. La dotazione celebrale della regina era eccezionale e, se possiamo fare affidamento sullo sviluppo fisico del corpo come indizio di mentalità sessuale, allora possiamo dedurre che si trattava di una donna molto femminile».

In totale sintonia con tutti gli altri aspetti da noi rilevati, Sir Arthur forniva questa accurata descrizione:

Un semidio eroico in PG-755, un «uomo vigoroso dalla corporatura solida» con una «capacità celebrale superiore»

e aveva colto nel segno per quanto riguarda la

piccola “regina” «molto femminile» con una «capacità cranica fuori del comune» in PG-800.

I resti ossei e i reperti fisici relativi al “principe” in PG-755 corrispondono completamente alla sua identificazione come Mes.kalam.dug, che abbiamo definito come figlio della coppia formata da una dea e da un semidio che diede inizio alla prima dinastia di Ur. Ma la VIP sepolta in PG-800 rappresenta ancora un enigma: ingioiellata e simile a Inanna per statura, eppure non è Inanna… Chi potrebbe essere, e chi era sepolto vicino a lei in PG-789?

Riguardo all’occupante di PG-800 abbiamo fissato i seguenti punti che possono portare alla sua identificazione:

  • un sigillo cilindrico accanto al suo corpo la identificava come Nin.Puabi, la dea “Puabi”.
  • i servitori e le ancelle sepolti con lei erano loro stessi cortigiani di rango elevato, perfino un re, il che indicava che lei era più importante di loro, che era una dea, a conferma del suo titolo di Nin.
  • in quella tomba l’oro era usato anche per i comuni utensili di uso quotidiano, a imitazione di un unico episodio del genere: la visita sulla terra di Anu e Antu nel 4000 a.C. circa.
  • quegli utensili erano decorati in rilievo con il medesimo simbolo, una “rosetta”, presente sugli oggetti realizzati per la visita di Anu. Questo suggerisce che il personaggio femminile sepolto in PG-800 appartenesse alla “casata di Anu” e fosse quindi una diretta discendente del dio. Un simile legame genealogico diretto potrebbe essere instaurato grazie ai figli e alle figlie di Anu: Enki, Enlil, Ninmah e Bau.
  • Un attrezzo trovato nella tomba, una zappa che avrebbe dovuto essere fatta di metallo duro, era invece d’oro e aveva quindi uno scopo puramente simbolico. L’unico esempio anteriore registrato era quello della zappa sacra con cui Enlil aveva dissodato il terreno per fondare il Duranki, il centro di controllo della missione a Nippur. L’indizio della zappa suggerisce che la VIP in quella tomba fosse una enlilita, in relazione con Nippur e non con Enki ed Eridu. Questo esclude Enki e lascia in gioco solo tre divinità (Enlil, Ninmah o Bau) come legame genealogico diretto fra “Puabi” e Anu
  • Il possesso di uno strumento medico simbolico (le “pinzette”) collega Puabi a una tradizione di personaggi che prestavano assistenza medica, come Ninmah e Bau, e non esclude Enlil, visto che anche la sua sposa Ninlil era un’infermiera.
  • Dato che sembra improbabile che Puabi, dall’aspetto giovanile, sia stata una dei primi a venire sulla Terra da Nibiru, non possiamo prendere in considerazione Ninmah o Bau o Ninlil, ma dobbiamo fare riferimento alle loro discendenti.
  • Siccome le figlie di Ninmah nate sulla Terra avevano Enki come padre, le possiamo escludere. Ci restano le figlie di Enlil e Ninlil o quelle di Bau e Ninurta.
  • Enlil e Ninlil hanno avuto figli maschi (Nannar/Sin e Ishkur/Adad) nati sulla Terra e varie figlie, fra cui la dea Nisaba (madre del re Lugalzagesi) e la dea Nina (madre del re Gudea). Dato che Nina visse abbastanza da esser una delle divinità che fuggirono all’arrivo del vento del male, non può essere “Puabi”. Lo stesso vale per Nisaba, vissuta successivamente, ai tempi di Gudea.
  • Bau (= “Gula”, la “grande e grossa”), la figlia minore di Anu, era sposata con Ninurta, il figlio più importante di Enlil. I due ebbero sette figlie: di sei si sa poco, mentre Ninsun era nota come sposa del famoso Lugalbanda; suo figlio era il celebre Gilgamesh, al quale deve essere stata lei (e non il suo sposo di bassa statura) a trasmettere il fisico di suo padre Ninurta e la corporatura massiccia di sua madre Bau/Gula.
  • Se le affermazioni dei re di “Ur III” di essere figli di Ninsun corrispondono a verità, Ninsun non poteva essere “Puabi” (che fu sepolta durante il periodo di “Ur I”).
  • Scendendo lungo la linea di successione, arriviamo alla generazione successiva nata sulla Terra, un passo che coincide con l’essere “sulla quarantina” di Puabi (secondo quanto afferma Sir Arthur Keith), se fosse nata sulla Terra. Nella seconda generazione di dee nate sulla Terra conosciamo Inanna, figlia di Nannar/Sin, e una figlia di Ninsun e Lugalbanda di nome Nin.e.gula.
  • Per motivi già esposti, Inanna non poteva essere “Puabi”. Tuttavia i gioielli di Puabi, il suo mantello di perline, il collarino e i suoi simboli, l’arpa d’argento, la sua grande “femminilità” (secondo Sir Arthur), ecc., e la sua statura, facevano pensare a “Inanna”, ragion per cui, se Nin.Puabi non era Inanna, doveva comunque essere in relazione con lei.
  • Di Inanna si sa che aveva un figlio (il dio Shara), ma nessuna figlia; tuttavia avrebbe potuto avere un nipote: dal momento che Lugalbanda dichiarava di essere figlio di Inanna, una figlia di Lugalbanda sarebbe stata nipote di Inanna, con le sue caratteristiche di “femminilità” e amore per i gioielli.
  • Ma la figlia di Lugalbanda sarebbe anche stata nipote di Bau/Gula, poiché Ninsun, la sposa di Lugalbanda, era figlia della coppia formata da Bau e Ninurta!
  • Il suo nome (secondo la Lista dei re) Nin.e.gula (= “Signora della casa/del tempio di Gula”) conferma che, oltre al “gene della femminilità e dei gioielli” della nonna Inanna, era anche portatrice del gene “Gula” di sua nonna Bau/Gula: visibile nella testa straordinariamente grande!

Abbiamo quindi due linee ereditarie genealogiche convergenti:

Anu > Enlil + Ninlil > Nannar > Inanna > Lugalbanda + Ninsun

e

Anu > Enlil + Ninmah > Ninurta + Bau > Ninsun + Lugalbanda

Questa convergenza delle due linee genealogiche indica la stessa coppia Lugalbanda + Ninsun come progenitori della dea sepolta in PG-800: la loro figlia, Nin.e.gula, nota anche come Nin.Puabi.

Questa conclusione offre una spiegazione plausibile al fisico contraddittorio di Puabi: piccoletta di statura (in quanto nipote di Inanna) e con una testa straordinariamente grande (in quanto nipote di Bau/Gula).

Da tutto ciò risulta quindi anche plausibile che l’occupante della tomba PG-261 sia Lugalbanda.

Questo spiega anche l’indizio trascurato di aver apposto i nomi di Mes.Anne.Pada e Nin.Banda.Nin sui vasi trovati accanto alla bara di Meskalamdug in PG-755, come pure nell’iscrizione sul sigillo Nin.banda Nin/Dam Mes.anne.pada (“Nin-banda, dea, sposa [di] Mesannepada”), il che secondo noi conferma che si trattasse della coppia, formata da una dea e da un semidio, che diede inizio alla prima dinastia di Ur.

Ha senso questa soluzione del mistero non solo di PG-800, ma anche delle altre tombe “reali” identificabili? Richiamiamo alla memoria il fatto interessante che Ninsun era stata coinvolta in attività di paraninfa a livello dinastico, di cui un esempio lampante era il suo piano di dare una delle sue figlie in moglie a Enkidu. È forse per caso che, quando fu presa la decisione di trasferire la sovranità centrale a una nuova dinastia a Ur, fece in modo che sua figlia sposasse il semidio selezionato per il compito? L’altra grande organizzatrice di matrimoni, sua madre Bau/Gula (che potrebbe essere la visitatrice matronale più anziana raffigurata sul sigillo cilindrico mentre sorseggia una coppa di vino) avrebbe dato subito la sua benedizione, come avrebbe fatto anche l’altra nonna, Inanna, per cui la scelta rappresentava un ritorno trionfale all’esercizio della propria influenza. Era lei l’altra visitatrice che condivideva una birra?

La mia ipotesi è che Nin.banda fosse la figlia di Ninsun e Lugalbanda:

  • collegata a Inanna dal titolo dinastico Nin.banda;
  • dotata dell’epiteto Nin.e.gula per le caratteristiche ereditate da Bau;
  • affettuosamente soprannominata Nin.puabi per la sua costante partecipazione alle feste
  • sepolta nel perimetro tombale di famiglia nel recinto sacro di Ur.

Era anche una sorella minore di Gilgamesh, in quanto entrambi erano figli della straordinaria coppia formata dal semidio deificato Lugalbanda e dalla potente dea Ninsun. E questo apre un argomento più ampio.

Mentre l’essere giunto a questa (probabile o per lo meno possibile) identificazione della persona sepolta in PG-800 è una conquista gratificante, è necessario fare un tentativo di riconoscere anche i personaggi presenti nelle altre quindici tombe reali, al fine di comprendere le co-sepolture discordanti nelle camere tombali e soprattutto nelle fosse mortuarie. L’assenza di annali, inni, lamentazioni o altri testi che ne spieghino i motivi è già di per sé sconcertante, e il fatto che l’unica conferma scritta sia la Morte di Gilgamesh ha solo infittito il mistero. Ma qui c’è un pensiero fuori dal coro: e se il testo di Gilgamesh avesse descritto la sua effettiva sepoltura? E se il grande Gilgamesh fosse davvero sepolto in una delle tombe reali di Ur?

La tomba di Gilgamesh non è mai stata trovata e i testi disponibili non ne indicano l’ubicazione. Da sempre si è creduto che Gilgamesh sia sepolto nella città in cui ha regnato, a Uruk, ma la sua tomba non è mai stata trovata, nonostante Uruk sia uno dei siti in cui sono stati effettuati scavi estremamente accurati. Perché allora non prendere in considerazione il cimitero reale di Ur?

Se ritorniamo alla Sumeria di circa 5000 anni fa, quando la sovranità centrale, dopo essere stata a Kish e a Uruk, stava per essere trasferita a Ur, possiamo immaginare la serie di eventi che hanno avuto origine a Kish. A partire dal loro primo sovrano, i re erano semidei: Mes.kiag.gasher era “un figlio di Utu”, come pure i suoi successori, figlio di un dio maschio. Per cogliere l’immensità del cambiamento al tempo di Lugalbanda, il padre di Gilgamesh, potebbe essere utile riprodurre un elenco tratto da uno dei precedenti capitoli (al quale si potrebbero aggiungere Gudea e sua madre, la dea Nina):

Etana: dello stesso seme di Adapa (= di Enki)
Meskiaggasher: il padre è il dio Utu
Enmerkar: il padre è il dio Utu
Eannatum: seme di Ninurta, Inanna lo pose in grembo a Ninharsag perché lo allattasse
Entenema: allevato con il latte di Ninharsag
Lugalbanda: la dea Inanna è sua madre
Mesalim: “amato figlio” di Ninharsag (allattato da lei?)
Gilgamesh: la dea Ninsun è sua madre
Lugalzagesi: la dea Nisaba è sua madre
Gudea: la dea Nina è sua madre

 

Dapprima i re sono semidei per il fatto di avere per padre un dio e per madre una donna terrestre (con lo stesso Enki che aveva dato l’esempio in epoca antidiluviana). C’è poi una fase di transizione in cui si ha l’inseminazione artificiale a opera di un dio, ma l’allattamento da parte di una dea e poi Lugalbanda inaugura lo stadio in cui si verifica il cambiamento più grande: da lui in avanti la divinità proviene da un soggetto femminile: la madre è una dea. Le nostre attuali conoscenze sul DNA e sulla genetica chiariscono il significato del cambiamento: i nuovi semidei non sono solo portatori del normale DNA formato dalla miscela dio-terrestre, ma anche della seconda sequenza di DNA mitocondriale che proviene solo dalla madre: per la prima volta, in Lugalbanda, il semidio è più che semi…

Che cosa si deve fare di Lugalbanda alla sua morte? È più di un semplice re ed è più di un normale semidio, ma non è un dio di puro sangue reale, ragion per cui non può essere seppellito a Nibiru e nemmeno nel recinto sacro di Uruk, santificato da Anu in persona. E così gli dèi lo portano a Ur, il luogo di nascita (e l’attuale residenza) di sua madre Inanna. Lo “deificano” e lo seppelliscono ai margini del recinto sacro di Nannar in una tomba appositamente costruita: forse, come abbiamo ipotizzato, in PG-261, con in mano il suo sigillo preferito, quello su cui è inciso Lugal An.zu Mushen.

Poi entra in scena Gilgamesh, anch’egli un personaggio speciale: non solo è sua madre, e non suo padre, a essere il genitore divino, ma il padre non è un comune terrestre, Lugalbanda era infatti figlio di una dea (Inanna). Così Gilgamesh è «per due terzi divino», il che è sufficiente per fargli credere di avere il diritto all’immortalità degli dèi. Aiutato da sua madre, la dea Ninsun, e dal dio Utu nonostante le loro riserve, parte per avventurosi viaggi in cerca della vita eterna, spedizioni che si riveleranno inutili. Tuttavia, la sua convinzione di non dover «scrutare sopra le mura» come un mortale non lo abbandona neppure sul letto di morte, finché Utu non gli comunica il verdetto finale: Enlil ha detto niente vita eterna. C’è però una consolazione: poiché sei unico e speciale, continuerai ad avere con te tua moglie (e la tua concubina…), il tuo coppiere, i tuoi servitori, i musicisti e tutti i tuoi domestici anche agli inferi.

E così, in questo scenario immaginario, Gilgamesh è sepolto accanto a suo padre, nel recinto sacro di Ur, con il seguito che gli era stato promesso al posto della vita eterna e che altrimenti non si spiegherebbe. In quale PG? Non lo sappiamo, ma ce ne sono diverse (svuotate da antichi tombaroli) fra cui scegliere. Potrebbe essere PG-1050, che conteneva altri quaranta compagni, quasi lo stesso numero di quelli elencati nel testo La morte di Gilgamesh?

L’esempio è stato dato, si è creato un precedente.

Con la morte di Gilgamesh, siamo intorno al 2600 a.C., si esaurisce il periodo eroico di Ur: tutto ciò che ne rimane sono i testi epici e le raffigurazioni sui sigilli cilindrici che danno rilievo a Gilgamesh, Enkidu e a episodi eroici. Mentre la leadership degli Anunnaki riflette su dove situare la sovranità centrale, Nin.banda, la sorella di Gilgamesh, e il suo sposo Mes.anne.pada segnano il passo a Kish. Quando la scelta cade su Ur, la coppia formata dalla dea e dal semidio vi si trasferisce e i due assumono il ruolo di fondatori della prima dinastia di Ur.

Lasciano a Kish il loro primogenito Mes.kalam.dug, che regna in quella città anche se essa non è più la capitale nazionale. Mentre i nuovi sovrani di Ur riuniscono le città rivali ed estendono i confini geografici e culturali della Sumeria, il loro figlio maggiore, Mes.kalam.dug, muore a Kish.

Essendo un semidio, viene sepolto poco lontano da suo nonno Lugalbanda e da suo zio Gilgamesh, in quello che diventerà il lotto familiare dinastico di “Ur I”. Woolley, che aveva chiamato la tomba PG-755, la descriveva come una «semplice sepoltura» in cui aveva trovato l’elmo d’oro personale del re defunto e un magnifico pugnale d’oro (rinvenuto nella bara accanto al corpo). Fra gli oltre i sessanta manufatti trovati nella tomba c’erano effetti personali (la sua cintura d’argento, un anello d’oro, gioielli d’oro con o senza decorazioni di lapislazzuli) e i suoi utensili reali (molti in oro o in argento, prova sempiterna del suo status semidivino e regale. Ma non sappiamo se un tempo una fossa mortuaria facesse parte di una tomba più elaborata: il fatto che il suo sigillo personale con inciso Mes.kalam.dug Lugal (“Meskalamdug, re”) sia stato trovato abbandonato nel terreno SIS fa pensare che sia esistita un’altra parte, non ancora scoperta, che in tempi antichi era stata profanata e saccheggiata. Vasi di metallo deposti accanto alla bara in PG-755 portano i nomi dei suoi genitori, Mes.Anne.Pada e Nin.Banda Nin, il che conferma l’identità del defunto.

Giunge poi il giorno in cui lo stesso Mes.anne.pada si trova a «scrutare sopra le mura». Sua moglie e i due figli superstiti gli procurano un’elaborata sepoltura, adeguata al fondatore dinastico: Una bara appropriata, una camera tombale in pietra, una fossa mortuaria raggiungibile mediante una rampa in pendenza. Un grande tesoro composto da oggetti in oro, argento e pietre preziose fu portato già con il corpo su due carri, ciascuno tirato da tre buoi e guidato da due uomini e da un guardiano dei buoi. Sei soldati con elmi di rame e armati di lance fungevano da guardie del corpo, mentre nella fossa erano schierati molti più soldati, dotati di scudi e di lance decorate con punte in elettro. C’era anche un contingente di cantanti e musiciste con lire di legno dalle raffinate decorazioni e una “cassa armonica” con pannelli le cui decorazioni a intarsio raffiguravano scene tratte dai racconti di Gilgamesh. Là sotto erano anche state portate varie sculture decorate con immagini di tori e leoni; una in particolare, la preferita del re, era d’oro e rappresentava una testa di toro con la barba di lapislazzuli. Complessivamente erano cinquantaquattro i servitori radunati nella fossa per accompagnare Mes.anne.pada negli inferi.

Quando scoprì quella tomba, Woolley la catalogò come PG-789 e la chiamò la “tomba del re”, per via dell’evidente collegamento con PG-800, la tomba “della regina”. Come suggerisco, era effettivamente così: si trattava della tomba di Mes.anne.pada, il fondatore della dinastia di “Ur I”.

Poiché mancava il corpo principale e per via dell’assenza di oggetti in oro, argento e lapislazzuli, Woolley giunse alla conclusione che PG-789 fosse stata violata e saccheggiata nell’antichità, eventualità che si dimostrò alquanto probabile quando gli scavi per PG-800 svelarono la camera tombale di PG-789.

Ed ecco che il nostro viaggio immaginario nel passato ci porta alla morte della “regina Puabi”. Non sappiamo come e quando morì. Supponendo che sia sopravvissuta ai suoi altri due figli (A.anne.pada e Mes.kiag.nunna) che regnarono dopo la morte del suo sposo, Nin.banda/Nin.e.gula/Nin.Puabi si ritrovò sola, mentre tutti i suoi cari (suo padre Lugalbanda, suo fratello Gilgamesh, il suo sposo Mes.anne.pada e i suoi tre figli) erano morti e sepolti nella necropoli che lei poteva vedere ogni giorno. Fu lei a desiderare di essere seppellita sulla Terra accanto a loro o gli Anunnaki non poterono portare il suo corpo su Nibiru perché, pur essendo una Nin, aveva alcuni geni terrestri per via del padre semidio?

Non conosciamo la risposta, ma qualunque ne sia stato il motivo, Nin.Puabi fu sepolta a Ur, in una tomba adiacente a quella del suo sposo, con tutti i tesori e i servitori a cui quella dinastia era abituata, adornata con i gioielli di sua nonna Inanna e con un copricapo sovradimensionato di sua nonna Bau/Gula… E questo ci riporta a una scoperta epocale sulle origini umane: mentre tutti gli Anunnaki e gli Igigi che avevano messo piede sul pianeta Terra se ne erano andati, Nin.Puabi (una NIN, e non importa sapere di preciso chi fosse) era la dea che non se ne è mai andata.

Zecharia Sitchin (tratto da Quando i giganti abitavano la Terra)

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