Quattromila anni dopo la catastrofe nucleare, nel 1922 d.C., un archeologo inglese di nome Leonard Woolley arrivo in Iraq per riportare alla luce l’antica Mesopotamia. Attratto dalle imponenti rovine di una ziggurat che spiccava nella pianura deserta [fig.1], decise di effettuare gli scavi nel sito vicino, chiamato Tell el-Muqayyar. A mano a mano che venivano dissotterrate antiche mura, manufatti e tavolette di argilla con iscrizioni, Woolley si rese conto che stava riportando alla luce l’antica Ur, la Ur dei caldei.

I suoi sforzi, che durarono 12 anni, furono compiuti all’interno di una spedizione congiunta del British Museum di Londra e del Museo dell’Università della Pennsylvania di Philadelphia. Alcune delle sue strabilianti raccolte in esposizione presso queste due istituzioni consistono in oggetti, manufatti e sculture ritrovati da Sir Leonard Woolley a Ur. Ma la sua scoperta potrebbe tranquillamente superare qualsiasi altra cosa mai messa in mostra.

Con il procedere dell’ardua impresa di rimozione degli strati di terra che le sabbie del deserto, gli elementi e il tempo avevano accumulato sulle rovine, i contorni dell’antica città cominciarono a emergere: qui c’erano le mura, là il porto e i canali, i quartieri residenziali, il palazzo e il Tummal, il rilievo artificiale su cui si trovava il recinto sacro. Scavando al suo limitare, Woolley fece la scoperta del secolo: una necropoli di migliaia di anni nella quale si trovavano tombe “reali” straordinarie.

Dagli scavi nei quartieri residenziali della città emerse che anche gli abitanti di Ur seguivano la consuetudine sumera di seppellire i propri morti direttamente sotto il pavimento delle loro abitazioni, dove i famigliari continuavano a vivere. Era quindi molto insolito trovare un cimitero con niente meno che 1.800 tombe, tutte concentrate nell’area del recinto sacro e risalenti a epoche predinastiche (prima dell’inizio della sovranità) attraverso i periodi seleucidi. C’erano tombe sopra tombe, sepolcri inseriti in altri sepolcri, perfino casi di apparenti introduzioni di cadaveri nella stessa tomba. In alcuni casi gli operai di Woolley scavarono enormi fosse fino a una quindicina di metri sotto terra per passare attraverso i vari strati e meglio datare le tombe.

Per la maggior parte erano buche nel terreno, con i corpi adagiati sulla schiena. Woolley presumeva che quelle “inumazioni” diverse fossero concesse in base a qualche status sociale o religioso. Ma poi, al margine sudorientale del recinto sacro, all’interno dell’area cinta da mura, l’archeologo britannico scoprì un gruppo di tombe completamente diverse, circa 660. In quelle tombe, a eccezione di 16, i corpi erano avvolti in stuoie di canne come in una specie di sudario o sistemati in bare di legno, una distinzione ancora superiore, poiché in un Sumeria il legno scarseggiava ed era piuttosto caro. Ciascuno di quei defunti giaceva in fondo a una profonda fossa rettangolare, sufficientemente larga per accogliere ognuno di loro. Le persone così sepolte, sia i maschi che le femmine, erano invariabilmente coricate sul fianco e non sulla schiena come nelle tombe comuni, le braccia e le mani erano flesse verso il petto e le gambe leggermente piegate [fig.2].
Accanto a loro o appoggiati sul loro corpo c’erano vari effetti personali, come gioielli, un sigillo cilindrico, una tazza o una coppa, e quegli oggetti hanno permesso di datare le tombe al periodo protodinastico, grossomodo dal 2650 a.C. al 2350 a.C., l’epoca in cui la sovranità centrale era a Ur e che aveva avuto inizio con la I dinastia di Ur (“Ur I”), quando la sovranità vi fu trasferita da Uruk.

Woolley trasse la conclusione logica che in quelle 660 tombe particolari fosse sepolta l’élite governativa della città, ma poi portò alla luce le sedici tombe speciali raggruppate [fig.3],assicurandosi una scoperta senza precedenti. Quelle tombe erano assolutamente uniche, non solo in Sumeria, ma in tutta la Mesopotamia e in tutto il Vicino Oriente antico, uniche non solo per il loro periodo, ma per tutte le epoche. Woolley si disse che ovviamente solo qualcuno della massima importanza poteva essere stato seppellito in tombe così speciali e con inumazioni diverse da tutte le altre, e chi erano i personaggi più importanti se non il re e la sua sposa, la regina? Alcuni sigilli cilindrici in cui i nomi erano accompagnati dai titoli Nin e Lugal lo convinsero di aver scoperto le tombe reali di Ur.

Il suo singolo reperto più importante fu la tomba designata PG-800. Negli annali dell’archeologia mesopotamica la scoperta e l’entrata in questa tomba furono un evento paragonabile alla scoperta e all’ingresso nella tomba di Tut-Ankh-Amen nella Valle dei Re, in Egitto, a opera di Howard Carter nel 1922. Per proteggerla dai predatori moderni, Woolley comunicò la sua straordinaria scoperta ai suoi finanziatori con un telegramma in latino. La data era il 4 gennaio 1928.

Gli studiosi che si sono occupati successivamente di quelle tombe hanno accettato la conclusione logica di Woolley e continuano a chiamarle le tombe reali di Ur, nonostante qualcuno si sia chiesto, per via del loro contenuto, chi fosse effettivamente sepolto in alcune di esse. Dato che però per quegli studiosi gli antichi “dèi” erano una leggenda, la loro perplessità si è fermata lì. Ma chi accetta la realtà di esseri come gli dèi, le dee e i semidei andrà incontro ad una elettrizzante avventura.

In primo luogo, le sedici tombe speciali, ben lungi dall’essere semplici fosse scavate nel terreno sufficientemente grandi per contenere un corpo, erano camere costruite in pietra per le quali erano stati effettuati grandi scavi. Le tombe erano collocate in profondità sottoterra e avevano tetti a volta o a cupola la cui costruzione richiedeva abilità ingegneristiche straordinarie per quei tempi. E a quelle caratteristiche strutturali uniche nel loro genere se ne aggiungeva un’altra: alcune tombe erano accessibili tramite rampe in precedenza ben definite che portavano ad una vasta area, una specie di cortile anteriore dietro al quale era ubicata l’effettiva camera tombale.

Oltre che le eccezionali caratteristiche architettoniche, le tombe erano uniche perché i corpi che ospitavano, sdraiati sul fianco, a volte non erano semplicemente all’interno di una bara, ma in un recinto separato. A tutto ciò si aggiungeva il fatto che il corpo era circondato da oggetti di un’opulenza ed eccellenza straordinarie, in molti casi si trattava di oggetti assolutamente unici nel loro genere, mai visti in nessun altro luogo e in nessun’altra epoca.

Woolley attribuì alle tombe di Ur un codice “PG” (“Personal Grave”, tomba personale) e un numero; in una tomba indicata come PG-755 [fig.4] c’erano per esempio più di una dozzina di oggetti oltre al corpo nella bara, e più di sessanta manufatti sparsi nella tomba.  Fra quegli oggetti si trovavano uno splendido elmo d’oro [fig.5], un magnifico pugnale d’oro in un fodero d’argento superbamente decorato [fig.6], una cintura d’argento, un anello d’oro, coppe e utensili d’oro o d’argento, gioielli d’oro con o senza decorazioni in lapislazzuli (le pietre preziose blu apprezzate in Sumeria) e, per citare Woolley, una «sbalorditiva varietà» di altri manufatti metallici in elettro (una lega d’oro e d’argento), rame o cuproleghe. Tutti quei manufatti erano sorprendenti per l’epoca a cui risalivano, dato che allora le abilità metallurgiche dell’uomo stavano appena cominciando a passare dall’uso del rame (che non richiedeva fusione), alla lega ramestagno (o rame-arsenico) da noi chiamata bronzo. Oggetti che presuppongono una simile qualità artistica e tecniche metallurgiche come quelle presenti nel pugnale e nell’elmo erano assolutamente impensabili altrove. Se queste osservazioni fanno venire in mente l’opulenta maschera funeraria d’oro ritrovata nella tomba del faraone egizio Tutankhamon [fig.7], va ricordato che questi regnò intorno al 1350 a.C., circa dodici secoli più tardi.

Altre tombe contenevano oggetti sia simili a quelli che diversi, realizzati in oro o in elettro, tutti di fattura eccellente. Vi erano utensili di uso quotidiano, come tazze o bicchieri, perfino una cannuccia per bere la birra, e tutti erano d’oro puro; altre tazze, coppe, brocche e vasi da libagione erano in puro argento, qua e là si trovavano recipienti in alabastro. C’erano armi (punte di lancia, pugnali) e attrezzi, fra cui zappe e scalpelli, anch’essi d’oro. Dal momento che l’oro, essendo un metallo morbido, rendeva quegli utensili del tutto inadatti all’uso pratico (in genere erano infatti in bronzo, o in altre cuproleghe), dovevano aver avuto uno scopo puramente cerimoniale o una funzione di status symbol.

C’era una grande varietà di giochi da tavolo [fig.8] e numerosi strumenti musicali in legni pregiati e decorati con strabiliante maestria, con abbondante impiego di oro e lapislazzuli per decorazioni [fig.9]. Fra quegli strumenti si trovava una lira straordinaria, completamente realizzata in puro argento [fig.10]. C’erano anche altri reperti, come per esempio una complessa scultura

(soprannominata “L’ariete nel boschetto” [fig.11]), che non emulavano alcun oggetto o utensile, ma erano semplicemente creazioni artistiche per cui gli artigiani avevano usato a piene mani l’oro, da solo e in combinazione con pietre preziose.

Altrettanto sorprendente era la serie di gioielli che andavano da elaborati diademi e “copricapi” (termine usato dagli archeologi in mancanza di uno migliore) a collarini, braccialetti, collane, anelli, orecchini e altri ornamenti, tutti in oro e in pietre semipreziose, o nei due materiali combinati fra loro. In tutti quegli oggetti, come in quelli sopra elencati, l’abilità artistica e le tecniche utilizzate per realizzarli e modellarli (la creazione di leghe, la combinazione di materiali e la loro saldatura) erano straordinarie, ingegnose e senza pari se paragonate a qualsiasi altro reperto trovato all’esterno di quelle tombe.

Va tenuto presente che nessuno dei materiali usati in quegli oggetti (oro, argento, lapislazzuli, cornalina, pietre rare, legni pregiati) era stato trovato localmente nel territorio sumero e neppure in tutta la Mesopotamia. Si trattava di materiali rari che dovevano essere stati ricavati e portati da lontano; ciò nonostante venivano usati senza riguardo per la loro rarità o penuria. Soprattutto c’era l’abbondante utilizzo dell’oro, anche per gli oggetti di uso comune (tazze, spille) o per gli attrezzi (zappe, asce). Chi aveva accesso a tutte quelle rare ricchezze? Chi, in un’epoca in cui gli utensili domestici erano in argilla o al massimo in pietra, usava metalli straordinari per oggetti ordinari? E chi voleva che ogni cosa possibile fosse fatta d’oro, anche se questo ne impediva l’utilizzo pratico?

Esaminando attentamente quell’epoca “protodinastica”, si scopre che per un re era una grande conquista, che avrebbe reso quell’anno memorabile, realizzare e offrire una coppa d’argento a una divinità, ricevendo in cambio un prolungamento della vita. E tuttavia lì, e in quelle tombe esclusive, una miriade di oggetti, utensili e attrezzi dalla fattura squisita non erano semplicemente d’argento, ma per lo più d’oro, in un’abbondanza e per una destinazione d’uso che in nessun altro luogo erano connesse allo status regale. Ricordiamo che l’oro era lo scopo della venuta degli Anunnaki sulla Terra: andava infatti inviato su Nibiru. Per quanto riguarda l’utilizzo precoce e abbondante dell’oro qui sulla Terra e per recipienti di uso comune, troviamo un riferimento a questo metallo solo nelle iscrizioni relative alla visita di stato sulla Terra compiuta da Anu e Antu nel 4000 a.C. circa.

In quei testi, identificati dai loro scribi come copie di originali provenienti da Uruk, istruzioni dettagliate specificano che tutti i recipienti usati da Anu e Antu per mangiare, bere e lavarsi «avrebbero dovuto essere d’oro»; perfino i vassoi su cui sarebbero stati serviti i cibi dovevano essere d’oro, come pure i vasi da libagione e gli incensieri usati per i lavaggi. Un elenco delle varietà di birre e vini destinati ad Anu specificava che le bevande dovevano essere serviti in appositi vasi Suppu (in grado di contenere i liquidi) realizzati in oro; anche i Tig.idu (“recipienti di miscelazione”) in cui venivano preparati i cibi dovevano essere d’oro. In base a quelle istruzioni, i vasi dovevano essere decorati con un disegno “a rosetta” che li contraddistinguesse come “appartenenti ad Anu”. Il latte, tuttavia, andava servito in speciali vasi di alabastro e non metallici.

Giunto il turno di Antu, i vasi d’oro venivano elencati per i suoi banchetti, e le divinità Inanna e Nannar (in quell’ordine) erano citate come ospiti speciali; anche per loro i vasi Suppu e i vassoi dovevano essere d’oro. Tutto questo, non dimentichiamolo, ben prima che all’uomo venisse concessa la civilizzazione, ragion per cui gli unici in grado di costruire quegli oggetti dovevano essere artisti che facevano parte degli dèi.

Si noti che l’elenco per i recipienti per i cibi e le bevande, che per Anu e Antu dovevano essere realizzati in oro e in un caso specifico (per il latte) in alabastro, sembra quasi un inventario degli oggetti scoperti nelle tombe “reali” di Ur. La risposta alla domanda: «Chi doveva avere utensili di uso comune fatti d’oro? Chi voleva che ogni cosa fosse d’oro?» è: «Gli dèi».

La conclusione che tutti quegli oggetti fossero destinati a degli dèi e non a sovrani mortali diventa più probabile se rileggiamo alcuni inni sumeri dedicati agli dèi, come questo, inciso su una tavoletta di argilla proveniente da Nippur e che attualmente langue nel seminterrato del Museo dell’Università di Philadelphia. Un inno in onore di Enlil celebra la zappa d’oro con cui dissodava il terreno per il Dur.an.ki, il centro di controllo della missione situato a Nippur:

Enlil sollevò la sua zappa,
la zappa d’oro con la punta di lapislazzuli,
la sua zappa la cui lama
era d’oro e d’argento.

Analogamente, secondo il testo noto come Enki e l’ordine del mondo, sua sorella Ninharsag «aveva preso per sé lo scalpello d’oro e il martello d’argento», di nuovo utensili che, fatti di quei metalli morbidi, erano solo simboli di autorità e status.

Per quanto riguarda l’arpa d’argento, scopriamo che un raro strumento musicale chiamato Algar è specificamente elencato come proprietà di Inanna in un inno dal titolo “Nozze sacre” scritto per lei dal re Iddi-Dagan: nell’inno si dice che i musicisti «suonano davanti a te lo strumento Algar, fatto di puro argento». Nonostante la precisa natura dello strumento che emana una “dolce musica” non sia certa, l’Algar viene citato nei testi sumeri come uno strumento musicale suonato esclusivamente per gli dèi, tranne quello di Inanna che era di puro argento.

Accenni a oggetti simili a quelli scoperti nelle tombe speciali di Ur si trovano anche in altri inni e diventano letteralmente innumerevoli quando si riferiscono a gioielli e ornamenti analoghi, mentre sono particolarmente incontestabili quando riguardano i gioielli e gli abiti di Inanna/Ishtar. Ma per quanto tutto questo sia portentoso, i ritrovamenti in parecchie “tombe reali” furono ancora più sconvolgenti, poiché ancora più insolito degli oggetti e della ricchezza che accompagnavano alcuni defunti era il fatto che accanto a loro fossero seppellite decine e decine di corpi umani.

Inumazioni con altri individui seppelliti accanto ai defunti erano un fenomeno inaudito in qualsiasi parte del Vicino Oriente antico, ragion per cui la scoperta di due “compagni” sepolti con il morto in una tomba (designata PG-1648) era già qualcosa di insolito. Ma i ritrovamenti in alcune delle altre tombe superavano qualunque cosa scoperta prima o dopo di allora.

La tomba PG-789 chiamata da Woolley la “tomba del re” [fig.12], cominciava con una rampa in pendenza che portava a quella che l’archeologo aveva definito “la fossa sepolcrale” e a una camera funeraria adiacente. Presumibilmente nell’antichità la tomba era stata profanata e saccheggiata da predatori di tombe, il che spiegherebbe l’assenza del corpo principale e di oggetti preziosi. Ma dappertutto c’erano altri corpi: i cadaveri di sei “compagni” giacevano sulla rampa di accesso, indossavano elmi di rame ed erano dotati di lance, come se fossero stati soldati o guardie del corpo. Giù nella fossa c’erano i resti di due carri, ciascuno trainato da tre buoi, le cui ossa furono trovate in loco insieme ai corpi di un guardiano dei buoi e due cocchieri per carro.

Tutto questo era solo una vaga impressione di quelli che Woolley chiamava “i servitori del re”, di cui se ne trovarono cinquantaquattro nella “fossa mortuaria” (le loro posizioni precise sono indicate dal segno di un teschio nella figura 12) e che, a giudicare dagli oggetti rinvenuti accanto ai loro corpi, erano per lo più maschi che reggevano lance decorate con punte in elettro. Vicino a loro c’erano punte di lance in argento staccate, anelli d’argento, scudi e armi; tori e leoni erano un tratto distintivo delle sculture e delle decorazioni. Mentre tutto questo denotava un capo militare, gli oggetti trovati nei pressi di un numero inferiore di corpi identificati come femmine indicavano apprezzamento dell’arte e della musica: una testa di toro scolpita in oro con una barba di lapislazzuli, lire di legno squisitamente decorate, e una “cassa armonica” con pannelli le cui decorazioni ad intarsio raffiguravano scene tratte dai racconti di Gilgamesh ed Enkidu.

Un’interpretazione artistica dell’aspetto che avrebbe potuto avere l’insieme dei personaggi nella fossa mortuaria prima che ognuno di loro venisse narcotizzato o ucciso per essere sepolto in loco [fig.13] conferisce un’agghiacciante realtà alla scena.

Adiacente a PG-789 c’era una tomba dalla pianta analoga, PG-800, chiamata da Woolley “la tomba della regina”. Anche lì l’archeologo trovò altri corpi, sia sulla rampa che sulla fossa [fig.14]:cinque cadaveri di guardie, un carro di buoi con i suoi stallieri e dieci corpi di membri del seguito, presumibilmente di sesso femminile, che portavano strumenti musicali. Ma lì c’era un corpo coricato su un catafalco posto in una camera mortuaria costruita appositamente, accompagnato da tre sorveglianti. Quella camera non era stata saccheggiata nell’antichità, probabilmente perché era una camera segreta sprofondata, il cui soffitto era allo stesso livello della fossa. A giudicare dai resti degli scheletri e dall’abbondanza di gioielli, ornamenti e perfino dalla presenza di un grande baule di legno per i vestiti, si trattava del corpo di una femmina, chiamata da Woolley la “regina”.

Il corpo femminile era adornato, letteralmente da capo a piedi, di gioielli e accessori in oro, in una lega oro-argento (elettro), lapislazzuli, cornalina e agata. Negli oggetti ritrovati c’era una prevalenza dell’oro, da solo e in combinazione con lapislazzuli e altre pietre preziose, l’oro e l’argento erano i metalli in cui erano fatti gli oggetti di uso quotidiano (mentre a volte il raro alabastro veniva usato per le coppe), e questi due metalli si trovavano pure in rari oggetti magistralmente scolpiti, quali teste di toro o di leone. Le ancelle seppellite con la “regina” erano adornate in maniera simile, ma con minor opulenza: oltre a un elaborato copricapo d’oro, ognuna di loro indossava orecchini d’oro, collarini, collane, bracciali, cinture, anelli, polsini, braccialetti, ornamenti, acconciature, corone di fiori, frontali e una varietà di altri ornamenti.

Vicino a quelle due tombe Woolley trovò la parte anteriore di un’altra tomba più grande, PG-1237 (vedi mappa del sito, fig.3). Ne portò alla luce la rampa e la fossa, ma non trovò la camera sepolcrale alla quale sarebbero dovute appartenere. Woolley chiamò il reperto “La grande fossa mortuaria” perché conteneva settantatré corpi di membri del seguito [fig.15]. In base ai resti degli scheletri e agli oggetti ritrovati sui corpi o accanto ad essi, risultò che solo cinque di loro erano maschi, coricati lungo un carro. Sparsi nella fossa c’erano sessantotto corpi femminili; Gli oggetti rinvenuti accanto a loro comprendevano una pregevole lira (da allora nota come la “lira di Ur”), la scultura denominata “L’ariete nel boschetto” e un’incredibile varietà di gioielli. Come nelle altre tombe, anche lì l’oro era il materiale predominante. (In seguito fu accertato che Woolley aveva scoperto una camera mortuaria contigua a PG-1237, ma poiché il corpo in essa contenuto era avvolto in una stuoia di canne, aveva ritenuto che si trattasse di un’incursione di un’epoca successiva e non del sepolcro originale).

Woolley riportò alla luce qualche altra “fossa mortuaria” senza trovare le rispettive tombe. Alcune, come PG-1618 e PG-1648, contenevano solo qualche corpo di quelli che Woolley chiamava “servitori”, mentre in altre ce ne erano di più: PG-1050, per esempio, conteneva quaranta corpi. Si deve presumere che fossero tutte sepolture sostanzialmente simili a PG-789, PG-800 (e probabilmente anche a PG-755), e questo disorientò gli studiosi e i ricercatori venuti dopo Woolley, dato che quelle sepolture non avevano equivalenti da nessuna parte. E neppure erano citate nel vasto tesoro letterario della Mesopotamia, con un’unica eccezione.

Un testo chiamato La morte di Gilgamesh dal suo primo traduttore in inglese, Samuel N. Kramer, descrive Gilgamesh sul letto di morte. Informato dal dio Utu che Enlil non gli concederà la vita eterna, Gilgamesh trova conforto nella promessa di “vedere la luce” anche negli inferi, il luogo in cui andavano i morti. Le righe mancanti ci privano del collegamento alle ultime 42 righe, da cui si può desumere che Gilgamesh avrebbe conservato negli inferi la compagnia della «sua amata sposa, del suo amato figlio… della sua amata concubina, dei suoi musici, dei suoi cantanti, del suo amato coppiere», del capo dei suoi camerieri personali, dei suoi guardiani e degli assistenti di palazzo che lo avevano servito.

Una riga (la 7 sul retro del frammento) che può essere letta in modo da includere le parole «chiunque giaccia con lui nel luogo puro» o «quando giacevano con lui nel luogo puro» viene presa come indicazione che la Morte di Gilgamesh in realtà descrive una “sepoltura in compagnia”, probabilmente uno straordinario privilegio concesso a Gilgamesh, che era «per due terzi divino», come risarcimento per non avere ottenuto l’immortalità degli dèi. Mentre questa spiegazione delle righe leggibili rimane discutibile, non c’è alcun dubbio sull’inspiegabile somiglianza fra il testo della Morte di Gilgamesh e la sorprendente realtà scoperta a Ur.

Un’altra recente discussione volta a stabilire se i membri del seguito, che facevano di sicuro parte della processione funebre, si fermassero per farsi seppellire volontariamente, fossero narcotizzati o forse uccisi appena giunti nella fossa, non cambia la sostanza: erano lì, a dimostrazione di una pratica estremamente insolita, non imitata e non attuata in nessuno dei luoghi in cui re e regine sono state seppellite in grandi quantità nel corso di millenni1. In Egitto il concetto di “vita oltre la morte” includeva gli oggetti, ma non la co-sepoltura di una schiera di servitori, i grandi faraoni venivano seppelliti (accompagnati da una grande abbondanza di oggetti) in tombe nascoste nel sottosuolo, in completo isolamento. In Estremo Oriente l’imperatore cinese Qin Shi Huang (200 a.C. circa) fu sepolto in compagnia di un esercito di suoi sottoposti, ma tutti fatti di argilla. E nonostante risalga all’epoca dopo Cristo e si trovi dall’altra parte del mondo, potremmo anche citare la recente scoperta fatta a Sipan, in Perù, in una tomba reale dove quattro corpi accompagnavano il defunto.

Le tombe di Ur con le fosse mortuarie erano e rimangono uniche, ma che cosa c’era di così speciale da dover essere seppellito con una simile grandiosità raccapricciante?

La conclusione di Woolley, in base alla quale le sedici tombe straordinarie erano di re e regine mortali derivava dall’idea comunemente accettata che dèi e dee fossero solo figure leggendarie mai esistite fisicamente. Ma l’uso abbondante di oro, gli straordinari aspetti artistici e tecnologici degli oggetti e altre caratteristiche che abbiamo fatto notare ci inducono a trarre la conclusione che vi fossero seppelliti semidei e perfino dèi, e questa deduzione è avvalorata dalla scoperta di sigilli cilindrici forniti di iscrizioni.

Gli addetti agli scavi alle dipendenze di Woolley trovarono sigilli cilindrici sia all’interno delle tombe che lontano da esse; numerosi sigilli e impressioni di sigilli furono rinvenuti in un mucchio di materiale scartato a cui Woolley diede il nome di “strati d’impressioni di sigilli”, abbreviato in SIS. Tutti rappresentavano qualche scena, alcuni riportavano iscrizioni di nomi o titoli che li identificavano come sigilli personali. Se un sigillo dotato di nome veniva trovato sopra o accanto a un corpo, era logico presumere che appartenesse a quella persona, e questo poteva dirci parecchie cose. Si riteneva quinci che i sigilli “SIS” scompagnati provenissero da tombe che erano state profanate e depredate nell’antichità da tombaroli che conservavano gli oggetti di valore e si sbarazzavano dei pezzi di pietra “privi di valore”. Per i ricercatori moderni perfino i sigilli SIS sono inestimabili e noi li utilizzeremo come indizi da seguire per dipanare il più grande mistero delle tombe reali: l’identità del personaggio seppellito in PG-800.

Su sei di quei sigilli la scena centrale raffigurata mostrava alcuni leoni che davano la caccia ad altri animali nella foresta. Un sigillo di quel genere era stato trovato in PG-1382 (una tomba per una singola persona) e un altro a lato di uno scheletro in PG-1054. Pur non dichiarando l’identità dei loro proprietari, quei sigilli lasciavano intendere che si trattasse di personaggi maschili con attributi eroici, un aspetto che risulta evidente nel terzo sigillo di quel tipo, in cui un uomo selvaggio (o un uomo nella foresta) era stato aggiunto alla scena rappresentata. Lo si era trovato in PG-261, descritta da Woolley come una «semplice sepoltura che era stata depredata». E su quel sigillo era inscritto il nome del suo proprietario in una grafia chiaramente leggibile [fig.16]: Lugal An.zu Mushen.

Nel suo rapporto Woolley non si è soffermato su quel sigillo cilindrico, nonostante esso identificasse esplicitamente la tomba come quella di un re. Anche gli studiosi successivi lo hanno ignorato perché, dato che Lugal significa “re” e Mushen “uccello”, l’iscrizione aveva poco senso se letta come “Re Anzu, uccello”. L’iscrizione tuttavia diventa molto significativa se letto, come suggerisco: “Re/Anzu uccello”, perché allora lascia intendere che il sigillo sia appartenuto al re famoso per l’uccello Anzu, identificando il suo proprietario come Lugalbanda che, come il lettore ricorderà, durante il suo viaggio verso Aratta era stato bloccato su un importante valico montano dal mostro Anzu mushen (“Anzu l’uccello”). Sfidato a identificarsi, Lugalbanda diede questa risposta:

Mushen, nel Lalu sono nato,
Anzu, nel “grande recinto” sono nato.
Come il divino Shara io sono,
il figlio diletto di Inanna.

Era possibile che il semidio Lugalbanda, figlio di Inanna, sposo della dea Ninsun e padre di Gilgamesh, fosse il VIP sepolto nella tomba PG-261 violata e saccheggiata?

Se abbiamo ragione di ritenere che sia così, altre tessere del puzzle cominceranno a formare un’immagine plausibile mai presa in considerazione prima d’ora.

Malgrado non vi siano stati trovati oggetti rivelatori in oro, (secondo Woolley) in PG-261 erano disseminati qua e là «resti di un raduno collegato a militar»: armi di rame, un’ascia di bronzo, ecc., oggetti che si addicevano a Lugalbanda, divenuto famoso come comandante militare al servizio di Enmerkar. Dato che la tomba era stata profanata e saccheggiata da tombaroli antichi, è possibile che contenesse vari manufatti preziosi che furono portati via.

Per immaginare l’aspetto originario di PG-261 possiamo dare un’occhiata da vicino a PG-755, una tomba molto simile in cui furono trovati l’elmo e il pugnale d’oro [fig.5 e fig.6]. Sappiamo a chi appartenevano quegli oggetti, perché fra i manufatti all’interno della bara c’erano due coppe, di cui una fra le mani del defunto, sulle quali era inciso il nome Mes.kalam.dug, indubbiamente il nome dell’individuo lì sepolto. Come abbiamo già spiegato, quel nome con il prefisso Mes (= “eroe”), significa “semidio”. Non essendo stato deificato come Lugalbanda e Gilgamesh, il suo nome non compare nelle Liste degli dèi (in realtà, l’unico caso in tutte le Liste degli dèi di un nome che comincia per Mes, parzialmente leggibile come Mes.gar.?.ra, si trova nell’elenco dei figli di Lugalbanda e Ninsun). Ma Mes.kalam.dug (= “eroe che resse il paese”), non è un perfetto sconosciuto: sappiamo che fu un re grazie a un sigillo cilindrico che riportava l’iscrizione Mes.kalam.dug Lugal (“Meskalamdug, re”), trovato nel terreno SIS.

Sappiamo qualcosa sulla sua famiglia: sui vasi di metallo vicino alla sua bara in PG-755 c’erano i nomi Mes.Anne.Pada e Nin.Banda Nin, il che faceva presumere che fossero imparentati con il defunto. Inoltre sappiamo chi era Mes.anne.pada: il suo nome compare nella Lista sumerica dei re come l’importantissimo fondatore della prima dinastia di Ur, un onore che si era guadagnato grazie ad attributi di prim’ordine. Come dichiarato in un testo del British Museum che abbiamo citato in precedenza, il suo “divino dispensatore di seme” era Nannar/Sin in persona. Il fatto che fosse solo un semidio significava che sua madre non era la dea Ningal, sposa ufficiale di Nannar, ma la sua genealogia faceva comunque di lui un fratellastro di Utu e di Inanna.

In questo contesto sappiamo anche chi era il personaggio femminile Nin.Banda Nin: un sigillo cilindrico a due livelli (appartenente alla serie “uomo e animali nella foresta”) ritrovato nel mucchio del SIS [fig.17] portava l’iscrizione Nin.banda Nin/Dam Mes.anne.pada (= “Ninbanda, dea, sposa [di] Mesannepada”) che la identificava come moglie del fondatore della dinastia di “Ur I”.

Che relazione c’era fra Mes.kalam.dug e questa coppia? Mentre alcuni ricercatori ritengono che fosse il padre (!), per noi è evidente che un semidio non poteva essere il padre di una Nin, una dea. La nostra ipotesi è che Nin.Banda Nin fosse la madre di Meskalamdug e Mes.anne.pada il padre. Pensiamo inoltre che la scoperta dei loro sigilli nel terreno SIS significhi indubbiamente che anche loro erano sepolti nel gruppo delle “tombe reali”, in tombe violate e saccheggiate nell’antichità.

È a questo punto che diventa necessario porre chiaramente ed energicamente fine all’abitudine degli studiosi di riferirsi a Ninbanda come una “regina”. Nin, come in Ninharsag, Ninti, Ninki, Ninlil, Ningal, Ninsun, ecc. è sempre stato un prefisso divino. La Grande lista degli dèi comprende 288 nomi o epiteti il cui prefisso era Nin (a volte anche per divinità maschili, come Ninurta o Ningishzidda, dove indicava “figlio magnifico/divino”). Nin.banda non era una “regina”, anche se il suo sposo era un re: era “Nin.banda, Nin”, il che conferma che Mes.anne.pada era uso marito e fa giungere alla conclusione che il VIP sepolto in PG-755, Mes.kalam.dug, fosse il figlio di quella coppia formata da una dea e da un semidio che diede inizio alla prima dinastia di Ur.

La sezione relativa nella Lista dei re sumeri dichiara che a Mesannepada, il fondatore della dinastia di “Ur I”, succedettero i suoi figli A.anne.pada e Mes.kiag.nunna. Il figlio primogenito Mes.kalam.dug, non è incluso nella lista di “Ur I”; il suo titolo di lugal suggerisce che abbia regnato altrove, nell’antica città di famiglia di Kish. Il prefisso Mes confermava il loro status di semidei, quali dovevano essere se avevano per madre la dea Nin.banda.

Era possibile che l’unico di questo gruppo di re di “Ur I” ad aver ricevuto una sepoltura “regale” a Urfosse Meskalamdug, quello che non aveva regnato a Ur? Non solo i sigilli cilindrici abbandonati che abbiamo elencato sopra, ma anche un’impressione danneggiata su un sigillo (con la scena eroica familiare, [fig.18], trovato nel terreno SIS e con inciso il nome Mes.anne.pada, fondatore della
dinastia, suggerisce che antichi predatori abbiano trovato la sua tomba, la abbiano saccheggiata e poi abbiano buttato via (o lasciato cadere) il sigillo che si trovava sul corpo. Quale tomba? Ce ne sono abbastanza di non identificate tra cui scegliere.

A mano a mano che si delinea il puzzle della prima famiglia di “Ur I” e delle sue tombe, ci dobbiamo chiedere chi fosse la madre, Nin.banda-Nin. C’era un legame fra Lugal.banda (“Banda il re”) e Nin.banda (“La dea Banda”)? Se, come abbiamo ipotizzato, Lugal.banda fu seppellito a Ur, come lo sposo di Nin.banda, Mes.anne.pada, e i tre figli, che ne è stato di lei? Dotata della longevità degli Anunnaki, non aveva bisogno di essere sepolta, o anche lei a un certo punto è morta ed è stata seppellita in quel cimitero?

È una domanda che dobbiamo tenere a mente mentre, passo dopo passo, sveliamo il sorprendente segreto celato nelle tombe reali di Ur.

Sul sesto sigillo cilindrico della serie “scene nella landa selvaggia”, che raffigura un personaggio maschile nudo con una corona in testa, è inciso chiaramente il nome del suo proprietario: Lugal Shu.pa.da [fig.19], “re Shupada”. Di lui sappiamo solo che era un re, ma già questo fatto è significativo perché il sigillo fu trovato accanto al suo corpo nella fossa PG-800, dove lui era uno dei membri maschili del seguito. Il fatto che fosse rappresentato nudo sarebbe stato in linea con esempi precedenti in cui un Lu.Gal nudo prestava i propri servigi ad una divinità femminile [fig.20].

Il fatto che un re fungesse da servitore funerario ci fa chiedere se gli altri palafrenieri, membri del seguito, musici, ecc. che accompagnavano il VIP defunto fossero semplici servitori o non piuttosto alti funzionari e dignitari a pieno titolo. Che la seconda sia l’ipotesi giusta viene suggerito anche da un altro ritrovamento vicino al baule degli abiti in PG-800: un sigillo che identifica il suo possessore come A.bara.ge, termine che può essere tradotto con “il purificatore delle acque del santuario”. Si trattava quindi del sigillo personale di un funzionario che, in qualità di coppiere della divinità, era l’assistente personale e più fidato del defunto.

C’è anche un altro sigillo cilindrico trovato nella Grande fossa mortuaria di PG-1237 che testimonia come i membri del seguito dei VIP sepolti fossero personaggi di rango elevato a pieno titolo. Il sigillo, che rappresentava dei personaggi di sesso femminile intenti a banchettare e a sorseggiare birra dalle cannucce mentre i musicisti suonavano [fig.21], apparteneva a una cortigiana e portava l’iscrizione Dumu Kisal, “Figlia della corte anteriore sacra”. Anche quello era un titolo di non poco rilievo, poiché collegava la sua portatrice a un re successivo di nome Lugal.kisal.si (= “il giusto re della corte anteriore sacra”), indicando la sua genealogia regale-sacerdotale.

Mentre PG-755 forniva un corpo sepolto senza la sua fossa mortuaria, PG-1237 una fossa mortuaria senza tomba e senza corpo, e PG-789 (la “tomba del re”) una tomba con la sua fossa ma senza corpo, PG-800 risultava la scoperta ideale, poiché procurava agli archeologi un corpo, una tomba e una fossa mortuaria. Comprensibilmente, per Woolley e tutti gli altri ricercatori, PG-800 era «il più ricco di tutti i luoghi di sepoltura» nel cimitero reale di Ur. Woolley considerava anche come un’unità speciale la PG-789 “del re” e la PG-800 “della regina”, l’una di fronte all’altra, simili per il fatto di avere la rampa in pendenza, il carro che trasportava il catafalco o la bara, la fossa mortuaria piena di membri del seguito anch’essi di rango elevato, e la camera tombale separata costruita come un edificio sotterraneo in pietra.

Chiunque fosse sepolto in una simile tomba “con fossa” e con un seguito formato da VIP, fra cui perfino un re, doveva quindi essere più importante di una semplice principessa o di un semplice re della casa reale: doveva essere perlomeno un semidio, o addirittura un dio o una dea a tutti gli effetti. E questo ci porta al più grande enigma delle tombe reali di Ur: l’identità del personaggio femminile sepolto in PG-800.

Possiamo cominciare a svelare il mistero esaminando più da vicino gli oggetti e gli ornamenti trovati accanto a questo personaggio. Abbiamo già descritto parte dell’abbondanza d’oro in PG-800 (che non è stata depredata nell’antichità), che arrivava alla realizzazione in questo metallo perfino di utensili di uso quotidiano – una coppa, una tazza, un bicchiere, e abbiamo notato l’analogia di questo utilizzo con le istruzioni specifiche per il soggiorno a Uruk di Anu e Antu circa 2000 anni prima.

L’analogia comprende inoltre l’emblema di Anu: la “rosetta” di petali di fiori. Non è quindi affatto irrilevante che lo stesso simbolo sia stato trovato impresso sul fondo di utensili d’oro presenti in PG-800 [fig.22]. Questo sarebbe stato possibile se gli utensili trovati a Ur fossero gli stessi risalenti alla visita di Anu a Uruk, conservati in qualche modo per due millenni come cimeli di famiglia. In questo caso si tratterebbe di un gesto collegato a Inanna, alla quale Anu aveva lasciato in eredità il tempio E.Anna di Uruk con tutto ciò che esso conteneva. Se gli utensili fossero stati nuovamente prodotti a Ur, il VIP per cui erano stati utilizzati doveva essere autorizzato ad esibire il simbolo di Anu. E chi avrebbe potuto essere, se non un membro diretto della famiglia dinastica di Anu?

Secondo noi, un altro indizio è costituito da un oggetto poco appariscente rinvenuto in PG-800: un paio di “pinzette d’oro”. Gli archeologi hanno pensato che servissero per uso cosmetico. Può darsi, ma troviamo un oggetto identico raffigurato su un sigillo cilindrico che, secondo l’iscrizione, apparteneva a un A.zu sumero, cioè a un medico. Mostriamo le “pinzette” di PG-800 sovrapposte al sigillo cilindrico [fig.23] per suffragare la conclusione che si trattasse di uno strumento medico. Non sappiamo se questa imitazione simbolica in oro morbido indicasse la professione della defunta o se fosse anch’essa un’eredità di famiglia, ma in entrambi i casi suggerisce che la dea sepolta in PG-800 avesse dei legami con una tradizione medica.

E ora passiamo ai gioielli e agli ornamenti della “regina” sepolta (come la chiamava Woolley). Ogni dettaglio di quegli oggetti giustifica gli aggettivi “insoliti”, “notevoli”, “straordinari”, e tutti meritano un’attenzione particolare.

La dea era stata coricata con indosso non una veste, ma un mantello fatto interamente di perline [fig.24]. Come già accennato c’era un grande baule per gli abiti fuori dalla camera tombale, il che indicava che la “regina” possedeva parecchi vestiti. Tuttavia il suo corpo nudo era coperto dal collo in giù non da una veste ma da lunghi fili di perline, 60 in tutto, realizzati in oro combinato in motivi artistici in perline di lapislazzuli e cornalina. I fili di perline formavano un “mantello” fissato in vita da una cintura di stringhe d’oro decorate con le stesse pietre preziose. La dea portava un anello d’oro per dito e indossava sulla gamba destra una giarrettiera d’oro che faceva pendant con la cintura. Lì vicino, su una mensola crollata, era appoggiato un diadema d’oro e lapislazzuli adornato da schiere di animali, fiori e frutti in miniatura, anch’essi d’oro. Perfino le spille erano magistralmente realizzate in oro.

Senza dubbio il più brillante e appariscente dei suoi accessori era il grande ed elaborato copricapo da lei indossato. Era stato trovato danneggiato dal terreno caduto e fu restaurato e collocato dagli esperti su una testa modello [fig.25]; da allora fa parte degli oggetti più famosi e maggiormente esposti delle tombe reali di Ur. Posto di fronte all’ingresso della sala sumera del Museo dell’Università di Philadelphia, suscita in genere una reazione di stupore alla sua vista. Anch’io ho provato la stessa reazione la prima volta che lo ho visto, ma dopo aver acquisito dimestichezza con l’oggetto e con il luogo in cui è stato trovato, mi sembrava strano che l’unica testa su cui andava bene fosse quella di un manichino (resa simile alle fattezze femminili trovate nei siti sumeri): il copricapo era enorme, ed era appoggiato sulla testa dandole artificialmente un’immensa acconciatura di capelli rigidi. Il pesante copricapo era tenuto a posto con spille e nastri d’oro; enormi orecchini d’oro ornati da pietre preziose facevano pendant con il suo motivo e le sue dimensioni.
La sproporzione del copricapo risulta evidente quando si osservano quelli indossati dalle ancelle sepolte insieme alla “regina” [fig.26]. Simili al suo ma meno elaborati, si adattavano perfettamente alle teste senza bisogno di ricorrere ad una massa di capelli artificiali. Quindi o la “regina” indossava un copricapo che non era suo o aveva una testa insolitamente grande.

La “regina” portava al collo un collarino, un collare e una collana, tutti d’oro in combinazione con pietre preziose. Al centro del collarino c’era una rosetta d’oro (l’emblema di Anu), il collare aveva un motivo consistente in una serie di triangoli alternati, uno d’oro e l’altro di lapislazzuli [fig.27]; collarini o collari con lo stesso motivo sono stati trovati anche indosso alle ancelle in PG-1237. È estremamente significativo, perché in alcuni dipinti Inanna/Ishtar veniva rappresentata con indosso lo stesso identico collare! Il medesimo motivo era anche esposto all’ingresso e sulle colonne cerimoniali [fig.28] nei primi templi di Ninmah/Ninharsag. Apparentemente riservato alle divinità femminili, quel “motivo sacro” (come lo chiamano gli studiosi) suggerisce un qualche motivo di affiliazione fra le numerose dee coinvolte.

Questi e i precedenti collegamenti a Inanna richiedono un esame più attento sia dello straordinario mantello, sia dell’eccezionale copricapo indossato dalla “regina” in PG-800. L’uso abbondante di lapislazzuli e cornalina ci impone di ricordare che la fonte di lapislazzuli più vicina era Elam (l’odierno Iran) e la cornalina si trovava più a est, nella valle dell’Indo. Come raccontato nel testo Enmerkar e il signore di Aratta, era per addobbare la dimora di Inanna a Uruk che il re sumero aveva preteso da Aratta un tributo in cornalina e lapislazzuli. Non è quindi irrilevante che uno dei pochi oggetti artistici trovati nelle rovine dei centri della valle dell’Indo, una statuetta della dea di Aratta (Inanna), la rappresenti nuda e ricoperta solo da fili e collane di perline e pendenti d’oro, trattenuti da una cintura con un simbolo a forma di disco [fig.29]. Le straordinarie analogie con la “regina” in PG-800, con il suo mantello di perline e la cintura, non finiscono qui: il torreggiante copricapo della dea, con i suoi grandi orecchini, fa pensare che un’artista abbia cercato di realizzare una versione in argilla del copricapo presente in PG-800.

Tutto questo significa che la “regina” sepolta in PG-800 era la dea Inanna? Possibile, se non fosse per il fatto che Inanna/Ishtar era ancora viva secoli dopo, quando il vento del male distrusse la Sumeria. Lo sappiamo perché sia lei che la sua fuga precipitosa sono chiaramente descritte nei testi delle Lamentazioni. E Inanna rimase attiva per molti secoli dopo, in epoca assira e babilonese, nel primo millennio dopo Cristo. Ma se non era Inanna, chi era?

Zecharia Sitchin (tratto da Quando i giganti abitavano la Terra)

 

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