Uno dei primi compiti di Ur-Nammu fu quello di dare nuovo vigore alla morale e alla religione. E anche per quello, venne emulato un precedente sovrano. Venne promulgato un nuovo Codice delle Leggi, leggi di comportamento morale, leggi di giustizia – di osservanza – diceva il Codice – alle leggi che Enlil, Nannar e Shamash avevano voluto che il re applicasse e che il popolo seguisse.

Si può giudicare la natura e la qualità delle leggi – un elenco di cose da fare e da non fare – in base all’affermazione di Ur Nammu: «l’orfano non cadde vittima del ricco, la vedova non cadde vittima del potente, l’uomo con una sola pecora non venne consegnato all’uomo con un solo bue … la giustizia venne stabilita nel paese».

In quello emulò – avolte usando le stesse frasi– un precedente re sumero, Urukagina di Lagash, che trecento anni prima aveva promulgato un codice di leggi che sancì una serie di riforme religiose, sociali e giuridiche (fra cui la creazione di “case di accoglienza” sotto l’egida della dea Bau, sposa di Ninurta). Questi, bisogna sottolineare, erano gli stessi principi di giustizia e morale che avrebbero predicato i profeti biblici nel millennio successivo.

Quando ebbe inizio l’era di Ur III vi fu naturalmente un tentativo deliberato di far tornare Sumer (ora Sumer e Akkad) agli antichi splendori: tempi di prosperità, morale e pace –sue peculiarità prima dell’ultimo scontro con Marduk. Le iscrizioni, i monumenti e le prove archeologiche dimostrano che il regno di Ur Nammu, che ebbe inizio nel 2113 a.C., vide la costruzione di grandi opere pubbliche, la ripresa della navigazione fluviale, la ricostruzione e la protezione delle strade del paese: «Lui fece strade che correvano dalle terre inferiori alle terre superiori» recitava un’iscrizione.

Seguì un fiorire di commerci e scambi, di arti, mestieri, scuole e altre migliorie nella vita sociale ed economica (inclusa l’introduzione di un sistema di pesi e misure più accurato). Alcuni trattati stipulati con sovrani confinanti a est e a nord-est diffusero prosperità e benessere. I grandi dèi – in particolare Enlil e Ninlil – furono onorati con opere di restauro e di ampliamento dei templi a loro dedicati; e, per la prima volta nella storia di Sumer, il sacerdozio di Ur venne unito a quello di Nippur, portando a un revival di natura religiosa.

I pannelli della pace e della guerra

Tutti gli studiosi concordano sul fatto che il periodo di Ur III, che ebbe inizio con Ur-Nammu, coincise con il periodo di massimo splendore della civiltà sumera. Tuttavia questa conclusione è stata causa di una certa perplessità, legata a una scatola magistralmente cesellata scoperta dagli archeologi: i suoi pannelli – fronte e retro – raffiguravano due scene contrastanti di Ur.

Mentre uno dei pannelli (conosciuto come il “Pannello della Pace”) raffigurava banchetti, commercio e altre scene di vita quotidiana, l’altro (il “Pannello della Guerra”) ritraeva una colonna militare di soldati armati di tutto punto, con elmetto e carri trainati da cavalli, in marcia verso il campo di battaglia.

Un esame accurato dei documenti dell’epoca rivela che, pur se sotto il regno di Ur-Nammu, Sumer raggiunse il suo massimo splendore, era certamente aumentata l’ostilità delle “terre ribelli” nei confronti degli Enliliti. Era giunto il momento di prendere in mano la situazione; infatti, secondo le iscrizioni di Ur-Nammu, Enlil gli affidò «un’arma divina che fa dei nemici dei cumuli» con la quale attaccare «le terre ostili, distrarre le città maligne eri pulirle dall’opposizione». Quelle «terre ostili» e «città maligne» si trovavano a ovest di Sumer, ed erano abitate dai seguaci amorriti di Marduk.

Lì, il “male” – l’ostilità contro Enlil – era fomentato da Nabu, che si spostava di città in città, facendo proseliti per il proprio padre. I documenti enliliti lo definiscono «l’Oppressore» dalla cui influenza si dovevano ripulire le «città maligne». Vi è motivo di credere che i pannelli della Pace e della Guerra ritraevano lo stesso Ur-Nammu: il primo lo mostrava mentre banchettava e celebrava pace e prosperità, l’altro lo mostrava nel carro regale, mentre guidava l’esercito alla guerra.

Le sue campagne militari lo condussero a Occidente ben oltre i confini di Sumer. Ma Ur-Nammu, il grande riformatore, costruttore e “pastore” dell’economia, fallì come leader militare. Nel bel mezzo della battaglia il suo carro si rovesciò nel fango. Ur-Nammu cadde, ma «il carro come una tempesta continuò a correre», lasciandosi dietro il re, «abbandonato, sul campo di battaglia come una brocca in frantumi». La tragedia non poté avere epilogo peggiore allorché la nave che trasportava il corpo di Ur-Nammu a Sumer «affondò in un luogo sconosciuto; le onde la fecero rovesciare, mentre aveva a bordo il suo corpo».

Nannar/Sin

Quando a Ur giunse notizia della sconfitta e della tragica morte di Ur -Nammu si levò un grande lamento. La gente non riusciva a comprendere come potesse fare una fine tanto atroce un sovrano così religioso, un giusto pastore che aveva eseguito gli ordini degli dèi con le armi che loro gli avevano dato. «Perché il Signore Nannar non lo ha tenuto per mano?», chiedevano. «Perché mai Inanna, Signora del Cielo, non gli ha messo il suo nobile braccio attorno alla testa? Perché il valoroso Utu non lo ha assistito?»

I Sumeri, che credevano che gli eventi fossero sempre decretati dal fato, si chiesero allora: «Perché queste divinità si sono fatte da parte quando è stato deciso l’amaro fato di Ur -Nammu?». Sicuramente, quegli dèi, Nannar e i suoi gemelli, erano a conoscenza di ciò che stavano decidendo Anu ed Enlil; tuttavia non avevano aperto bocca per proteggere Ur-Nammu.

Vi poteva essere solo una spiegazione plausibile, concluse il popolo di Ur e Sumer, gemendo e piangendo: i grandi dèi erano venuti meno alla loro parola.

Come è stato cambiato il destino di quell’eroe!
Anu ha mutato la parola sacra.
Enlil non è stato di parola
e ha cambiato il destino già decretato per lui.

Sono parole forti, che accusavano i grandi dèi enliliti di inganno e falsità. Le antiche parole ci fanno intuire la profonda delusione del popolo. E se ciò è quanto accadde a Sumer e Akkad, possiamo ben immaginare quale fu la reazione nelle terre ribelli occidentali. Gli Enliliti stavano perdendo la lotta per guadagnarsi il cuore e le menti degli uomini. Nabu, il portavoce, intensificò la battaglia per conto di suo padre Marduk. Il suo status venne cambiato: la sua divinità venne glorificata da una serie di epiteti che lo veneravano.

Nabu

Ispirate da Nabu – il Nabih, il Profeta – nei territori contesi iniziarono a diffondersi profezie del Futuro, di ciò che stava per accadere. Siamo a conoscenza di ciò che hanno detto perché sono venute alla luce numerose tavolette di argilla che recavano incise queste stesse profezie; furono redatte in antico babilonese cuneiforme e gli studiosi le hanno raggruppate sotto il nome di Profezie accadiche o Apocalissi accadiche.

Hanno un elemento che le accomuna tutte: il concetto che Passato, Presente e Futuro siano parte di un flusso continuo di eventi; che all’interno di un Destino preordinato vi è un margine per il libero arbitrio e, quindi, la possibilità di un Fato diverso; che per l’umanità entrambi sono stati decretati e determinati dagli dèi del cielo e della Terra. E perciò gli avvenimenti sulla Terra riflettono gli avvenimenti nei cieli.

A volte i testi, per garantire la credibilità delle profezie hanno legato la predizione di avvenimenti futuri a un ben determinato avvenimento storico o a un personaggio. Raccontano poi ciò che è sbagliato nel presente e il motivo per cui è necessario il cambiamento. Gli avvenimenti che si verificano vengono allora attribuiti a decisioni da parte di uno o più dei grandi dèi. Apparirà un emissario divino, un araldo; il testo profetico potrebbe essere suo, redatto dallo scriba, oppure potrebbe trattarsi di una dichiarazione di attesa; spesso e volentieri: «un figlio parlerà per conto di suo padre».

Gli avvenimenti predetti saranno legati a segni: la morte di un re, segni celesti; oppure farà la sua comparsa un corpo celeste e produrrà un suono spaventoso; «un fuoco che brucia» arriverà dal cielo; «una stella brillerà dal cielo all’orizzonte, come una torcia»; e, più importante di tutti «un pianeta comparirà prima del suo tempo».

Eventi negativi, l’Apocalisse, precederanno l’avvenimento finale. Colpiranno calamità: piogge torrenziali, maremoti devastanti, siccità, interramento di canali, locuste e carestie. Le madri si ribelleranno contro le proprie figlie, i vicini contro i vicini. Rivolte, caos e calamità si abbatteranno sui paesi. Le città verranno attaccate e spopolate; i re moriranno, saranno rovesciati e catturati: «un trono spodesterà l’altro».

Verranno uccisi funzionari e sacerdoti; verranno abbandonati i templi; cesseranno i riti e le offerte. E, infine, si verificherà l’evento predetto: un grande cambiamento, una nuova era, l’avvento di un nuovo leader, di un Redentore. Il Bene prevarrà sul Male. La prosperità sostituirà la sofferenza; le città abbandonate verranno nuovamente ripopolate, i superstiti faranno ritorno alle proprie case. I templi verranno restaurati e la gente riprenderà i riti religiosi.

(Zecharia Sitchin)

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