La partenza degli Anunnaki dalla Terra fu un evento drammatico, accompagnato da teofanie, fenomeni insoliti, ripensamenti degli dèi e sciagure che colpirono l’umanità.

Anche se ha dell’incredibile, la loro partenza è ampiamente documentata. Le prove ci giungono dal Vicino Oriente e dalle Americhe; alcuni dei documenti più espliciti e certamente più intensi provengono da Haran. Queste testimonianze non sono aleatorie: sono vere e proprie testimonianze oculari; ricordiamo, fra tutte, quelle del profeta Ezechiele.

Turchia: Resti della città di Haran

I “rapporti” sono inseriti all’interno della Bibbia o sono stati incisi su colonne di pietra; si tratta di testi che narrano di eventi miracolosi che arrivano fino all’ascesa al trono dell’ultimo re di Babilonia.

Oggi Haran è una cittadina molto tranquilla della Turchia occidentale, a poche miglia dal confine siriano (sì, esiste ancora e l’ho visitata).

È circondata da fatiscenti mura di epoca islamica e i suoi abitanti vivono in capanne di fango a forma di alveare. Il pozzo dove, secondo la tradizione, Giacobbe incontrò Rachele è ancora lì, appena fuori dall’abitato, nei prati dove brucano le pecore, e da lì sgorga l’acqua più pura e fresca che si possa immaginare.

Nell’antichità Haran era un fiorente centro commerciale, culturale, religioso e politico, al punto che persino il profeta Ezechiele (27, 24) – che visse nell’area insieme ad altri deportati da Gerusalemme – ne ricordava la fama: «cambiavano con te vesti di lusso, mantelli di porpora e di broccato, tappeti tessuti a vari colori, funi ritorte e robuste, sul tuo mercato». Era una città che dai tempi di Sumer era stata una “Ur distante da Ur”, un centro di culto del “dio della Luna” Nannar/Sin. La famiglia di Abramo finì con lo stabilirsi lì perché suo padre Terach era un Tirhu, un sacerdote-oracolo, prima a Nippur e poi nel tempio di Nannar/Sin ad Haran. Dopo la distruzione di Sumer a opera del Vento del Male – l’olocausto nucleare – Nannar e la sua sposa Ningal si stabilirono ad Haran.

Pur se Nannar (“Su-en”, o Sin in breve in accadico) non era l’erede legittimo di Enlil – lo era infatti Ninurta – era comunque il primogenito di Enlil e della sua sposa Ninlil, un primogenito sulla Terra.

Uomini e dèi adoravano profondamente Nannar/Sin e la sua sposa; gli inni in loro onore ai tempi gloriosi di Sumer e le lamentazioni per la desolazione di Sumer e, in particolare di Ur, rivelano il profondo amore e la grande ammirazione che il popolo nutriva nei confronti di questa coppia divina. Ora, il fatto che, a distanza di secoli, Esarhaddon si recasse da un Sin invecchiato («appoggiato a un bastone») per chiedergli consiglio in merito all’invasione dell’Egitto, e che i reali in fuga dall’Assiria facessero sosta ad Haran, sono chiari indicatori dell’importanza che Nannar/Sin e la sua città continuarono ad avere sino alla fine.

Tra le rovine del grande tempio a lui dedicato in quella città, l’E.HUL.HUL (“Casa della Doppia Gioia”) gli archeologi hanno scoperto quattro stele, collocate una a ciascun angolo della sala riservata alle preghiere. Le iscrizioni sulle stele rivelavano che due erano state erette dalla somma sacerdotessa del tempio, Adda-Guppi, e due da suo figlio Nabunaid, ultimo re di Babilonia.

Adda-Guppi, esperto funzionario del tempio, con ben chiaro in mente il concetto di “storia”, fornì nelle sue iscrizioni date precise relative agli straordinari avvenimenti di cui era stata testimone.

Le date, legate come consuetudine agli anni di regno dei re, sono state verificate dagli studiosi moderni. È quindi certo che la sacerdotessa nacque nel 649 a.C., visse durante i regni di diversi re assiri e babilonesi e morì alla veneranda età di 104 anni.

Ecco cosa scrisse sulla sua stele che riguardava il primo di una serie di eventi sconcertanti:

Fu nel sedicesimo anno di Nabupolassar,
re di Babilonia, quando Sin, signore degli dèi
si adirò con la sua città e con il suo tempio
e salì al cielo;
e la città e il popolo che vi abitava caddero in rovina.

Il sedicesimo anno di Nabupolassar fu il 610 a.C. – un anno memorabile, il lettore ricorderà, in cui l’esercito di Babilonia catturò Haran da ciò che restava della famiglia reale assira e del suo esercito, e un Egitto rinvigorito decise di catturare i siti legati allo spazio. Fu allora, scrisse Adda-Guppi, che Sin si adirò, tolse la propria protezione alla città, fece armi e bagagli e «salì al cielo»!

Documentò accuratamente ciò che accadde poi nella città catturata: «E la città, e il popolo che vi abitava caddero in rovina». Mentre altri sopravvissuti scapparono, Adda-Guppi rimase. «Ogni giorno, senza mai smettere, notte e giorno, per mesi, per anni» continuò a restare vigile nel tempio in rovina. In segno di dolore, scriveva, «smisi gli abiti di lana preziosa, tolsi i gioielli, non portai più né oro, né argento, rifiutai i profumi e gli oli profumati». Come un fantasma che vagava nel tempio abbandonato, «in un abito lacero ero avvolta; andavo e venivo senza far rumore».

Poi, nel recinto sacro e desolato, trovò un abito che un tempo era appartenuto a Sin. Per la sacerdotessa addolorata era un segnale inviato dal dio, che, all’improvviso, le aveva dato prova tangibile della sua presenza. Non riusciva a staccare gli occhi dalla veste sacra, né osava toccarla, tranne che «prendendone l’orlo».

Come se il dio stesso fosse stato lì a sentirla, si prostrò e «in preghiera e umiltà» pronunciò un voto: «Se ritornerai nella tua città, ti venererà tutto il popolo dalla testa nera!».

«Il popolo dalla testa nera» era un termine che usavano i Sumeri per descrivere se stessi; il fatto che la sacerdotessa usasse questa espressione circa1.500 anni dopo la scomparsa di Sumer era pregno di significato: prometteva al dio che, se avesse fatto ritorno, avrebbe ripristinato il suo culto come nell’antichità, diventando nuovamente il signore dio di una restaurata Sumer e Akkad. Per convincerlo, Adda Guppi offrì uno scambio: se lui fosse ritornato e avesse usato i suoi poteri per far salire al trono di Assiria e Babilonia suo figlio Nabunaid, questi avrebbe restituito all’antico splendore il tempio di Sin non solo ad Haran, ma anche a Ur e avrebbe proclamato l’adorazione di Sin quale religione di stato in tutte le terre abitate dal Popolo dalla Testa Nera!

Toccando l’orlo dell’abito del dio, Adda Guppi pregò giorno dopo giorno; poi, una notte, il dio le apparve in sogno e accettò la sua proposta. Al dio della Luna, scrisse Adda-Guppi, piacque la sua idea: «Sin, signore degli dèi di cielo e terra, per le mie buone azioni mi guardò con fare benevolo; prestò ascolto alle mie preghiere; accettò i miei voti. La collera del suo cuore si calmò. Si riconciliò con Ehulhul, il suo tempio ad Haran, la residenza divina della quale il suo cuore gioiva; e cambiò idea». Il dio, scrisse Adda-Guppi, accettò la proposta:

Sin, signore degli dèi,
guardò con favore le mie parole.
Nabunaid, mio unico figlio, frutto del mio grembo,
chiamò al potere sovrano,
alla signoria di Sumer e Akkad.
Pose nelle sue mani
tutte le terre dai confini dell’Egitto,
dal Mare Superiore al Mare Inferiore.


Entrambe le parti mantennero la promessa. «Io stessa l’ho vista realizzata» affermava Adda-Guppi nella parte finale dell’iscrizione: Sin «tenne fede alla parola data» e, nel 555 a.C., fece salire al trono di Babilonia Nabunaid; questi, a sua volta, mantenne la promessa fatta da sua madre, ossia di restaurare il tempio Ehulhul ad Haran «perfezionandone la struttura». Rinnovò l’adorazione di Sin e di Ningal (Nikkal, in accadico) – «ripristinò tutti i riti caduti in oblio».

Poi si verificò un grande miracolo, un evento che non si vedeva da generazioni. Questo evento è descritto nelle due stele di Nabunaid, in cui viene ritratto tenendo in mano un bastone insolito, e di fronte ai simboli celesti di Nibiru, della Terra e della Luna (figura a lato):

Questo è il grande miracolo di Sin.
Da tempo immemorabile
gli dèi non ne compiono nel paese;
un miracolo
che il popolo della Terra
non ha né visto, né trovato scritto
sulle tavolette sin dall’antichità:
che Sin, Signore degli dèi e delle dee,
che risiede nei cieli,
dai cieli è sceso:
e si è mostrato a Nabunaid, re di Babilonia.

Sin, sta scritto, non tornò da solo. Stando ai testi, entrò nell’Ehulhul restaurato in processione solenne, accompagnato dalla sua sposa Ningal/Nikkal e dal suo aiuto, il Messaggero Divino Nusku.
Il ritorno miracoloso di Sin “dai cieli” solleva numerose domande: prima fra tutte è dove – “nei cieli” – era stato per cinque o sei decenni. Le risposte si possono dare solo combinando le antiche prove con le scoperte più recenti di scienza e tecnologia. Ma, prima di rivolgere la nostra attenzione a questi argomenti, è importante esaminare tutti gli aspetti della Partenza, perché non era solo Sin che si «adirò con la sua città» e, lasciando la Terra, «salì al cielo».

Lo straordinario andirivieni dai cieli descritto da Adda-Guppi e Nabunaid si verificò ad Haran – una località importante, infatti, in quella stessa zona viveva un altro “testimone oculare”: il profeta Ezechiele; anche lui parlò esaurientemente dell’argomento.

Zecharia Sitchin (tratto da Il giorno degli dei)

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