Ezechiele, sacerdote di Yahweh a Gerusalemme, era fra gli aristocratici e gli artigiani costretti all’esilio, insieme al re Gioacchino, dopo il primo attacco di Nabucodonosor a Gerusalemme nel 598 a.C.  Vennero deportati nella Mesopotamia settentrionale e si insediarono nel distretto del fiume Chebar, a poca distanza da Haran, loro patria ancestrale. Fu lì che Ezechiele ebbe la famosa visione di un carro celeste.

In quanto sacerdote ben avvezzo ai propri doveri, anche lui annotò il luogo e la data: fu il quinto giorno dell’esilio – 594/593 a.C.– «mentre mi trovavo fra i deportati sulle rive del canale Chebar, i cieli si aprirono ed ebbi visioni di Elohim», racconta Ezechiele all’inizio delle sue profezie; e ciò che vide, apparendo in un «turbine di vento», con tanto di luci intermittenti e circondato da una radianza, era un carro divino che si muoveva in tutte e quattro le direzioni; in alto si stagliava «una figura dalle sembianze umane»; udì poi una voce che si rivolgeva a lui chiamandolo «Figlio dell’Uomo», annunciandogli il compito profetico che lo attendeva.

L’affermazione iniziale del profeta in genere viene tradotta come “visioni divine”. Il termine Elohim, che è plurale, è stato sempre tradotto come “Dio” al singolare, anche se la Bibbia chiaramente lo considera un plurale, come nel caso dell’affermazione «E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”» (Genesi 1, 26). Come ben sanno i miei lettori, la storia della creazione di Adamo è un sunto della versione più dettagliata e precisa dei testi della creazione sumeri, in cui un team di Anunnaki, guidati da Enki, usò tecniche di ingegneria genetica per “creare” Adamo.

Il termine Elohim, abbiamo dimostrato più volte, faceva riferimento agli Anunnaki; e ciò che narrava Ezechiele era proprio l’incontro con i veicoli celesti degli Anunnaki, nei pressi di Haran.

Ezechiele descrisse la navicella spaziale che aveva visto, nel primo capitolo e in quelli successivi, come il Kavod di Dio («Ciò che è pesante») – lo stesso termine usato nell’Esodo per descrivere il veicolo divino atterrato sul Monte Sinai.

La descrizione della navicella resa da Ezechiele ha ispirato intere generazioni di studiosi e di artisti; le descrizioni risultanti sono cambiate con il trascorrere del tempo, di pari passo con l’avanzare della nostra tecnologia di volo.

Testi antichi fanno riferimento sia alle navicelle spaziali, sia ad aerei e descrivono Enlil, Enki, Ninurta, Marduk, Thoth, Sin, Shamash e Ishtar – tanto per citare i più importanti – quali divinità che possedevano veicoli volanti e che erano in grado di viaggiare nei cieli della Terra o impegnarsi in battaglie aeree, come quelle fra Horus e Seth o Ninurta e Anzu (per non parlare degli dèi indoeuropei).

Di tutte le descrizioni testuali e raffigurazioni pittografiche delle “barche celesti” degli dèi, quella che meglio sembra raffigurare il “turbine di vento” che vide Ezechiele sembra essere il “turbine di vento” raffigurato in un sito in Giordania (figura a lato), luogo dal quale il profeta Elia venne portato in cielo.

Era simile a un elicottero e doveva essere una sorta di navicella, di “traghetto”, che faceva la spola fra l’astronave madre e la Terra.

La missione di Ezechiele era di portare la profezia ai suoi compatrioti in esilio e di avvisarli dell’arrivo del Giorno del Giudizio che avrebbe, appunto, “giudicato” le ingiustizie egli abomini di tutte le nazioni. Poi, un anno dopo, la stessa «figura dalle sembianze umane» comparve di nuovo, distese la mano, lo afferrò e lo riportò fino a Gerusalemme, affinché continuasse lì l’opera di profetizzazione. La città, ricorderete, era stata assediata, ridotta alla fame, aveva subito una sconfitta umiliante, era stata saccheggiata, occupata dai Babilonesi, e ne erano stati deportati il re e i nobili. Giungendo lì, Ezechiele si trovò davanti a un totale sfacelo: non venivano più nemmeno osservate le leggi, né le prescrizioni religiose. Chiedendosi cosa mai stesse accadendo, udì i superstiti gemere e lamentarsi (8, 12):

Il Signore non ci vede,
il Signore ha lasciato il paese!

Tavoletta VAT 7847

Questo era, come ipotizziamo, il motivo per cui Nabucodonosor osò attaccare nuovamente Gerusalemme e distruggere il Tempio di Yahweh. Fu un grido praticamente identico a quello che emise Adda Guppi ad Haran: «Sin, il signore degli dèi, si adirò con la sua città [e con il suo popolo] e [lasciando la Terra] salì al cielo; la città e il popolo che vi abitava caddero in rovina».
Non possiamo essere certi del motivo per cui gli eventi della Mesopotamia settentrionale dettero origine alla consapevolezza, nella lontana Giudea, che anche Yahweh avesse lasciato la Terra, ma è evidente che la notizia si era diffusa ovunque. A dire il vero, la tavoletta VAT 7847, che abbiamo citato prima in relazione all’eclissi solare, afferma in una sezione profetica che riguarda calamità che durano 200 anni:

Rombando in volo gli dèi
si separeranno dal popolo.
Le genti lasceranno andare in rovina le dimore degli dèi.
Cesseranno compassione e benessere.
Enlil, adirato, ascenderà al cielo.

Come nel caso di altri diversi documenti del tipo “Profezie Accadiche”, anche in questo caso gli studiosi ritengono questa una “profezia post evento” – ossia un testo che usa eventi già verificatisi quale base per predire altri eventi futuri. Ma sia come sia, qui ci ritroviamo di fronte a un documento che chiarisce la portata dell’esodo divino: gli dèi arrabbiati, guidati da Enlil, fuggirono dai propri paesi; dunque Sin non fu il solo ad arrabbiarsi e a partire.

Abbiamo ancora un altro documento. Gli studiosi lo hanno classificato come facente parte delle “profezie nelle fonti neo-assire”, pur se le parole d’apertura fanno pensare che l’autore sia un fedele di Marduk (babilonese?). Ecco cosa dice:

Marduk, l’Enlil degli dèi, si infuriò. La sua mente, accecata dall’ira,
ordì un piano malvagio per distruggere il paese e le sue genti.
Il suo cuore, colmo di furia, era deciso a spianare la Terra
e a distruggerne il popolo.
Una maledizione atroce gli eruttò dalla bocca.
Segni infausti che indicavano
la rottura dell’armonia del cielo
iniziarono ad apparire in grande numero
in cielo e sulla Terra.
I pianeti nelle Vie di Enlil, di Anu e di Ea
mutarono in peggio la propria posizione,
sovente araldi di eventi anomali.
Arhatu, il fiume dell’abbondanza, si tramutò in un flusso impetuoso.
Una violenta onda di acqua, una violenta inondazione come il Diluvio
spazzò via la città, le sue case, i suoi santuari, trasformandoli in rovine.
Gli dèi, le dee ebbero paura, abbandonarono i loro templi,
volarono via come uccelli e ascesero al cielo.

Ciò che è comune a tutti questi testi sono le affermazioni che:

a) gli dèi si arrabbiarono con il popolo;
b) gli dèi “volarono via come uccelli”;
c) ascesero al “cielo”.

Ci viene riferito anche che la partenza era accompagnata da insoliti fenomeni celesti e da alcuni sconvolgimenti sulla Terra. Questi sono aspetti del Giorno del Signore, così come è stato annunciato dai profeti della Bibbia: la Partenza era legata al Ritorno di Nibiru: quando giunse Nibiru gli dèi lasciarono la Terra.

Il testo della tavoletta VAT 7847 include anche un interessante riferimento relativo a un periodo calamitoso durato due secoli. Il testo non spiega se si trattava di una predizione di ciò che sarebbe successo a seguito della partenza degli dèi, o se fu durante questo periodo che crebbero rabbia e risentimento nei confronti dell’umanità, culminando nella Partenza. Gli indizi in nostro possesso sembrano avallare più questa seconda ipotesi; probabilmente non fu affatto una coincidenza che l’era della profezia biblica che riguardava i peccati delle nazioni e il giudizio nel Giorno del Signore ebbe inizio con Amos e Osea nel 760/750 a.C.: due secoli prima del Ritorno di Nibiru.

Per due secoli, da Gerusalemme – unico legittimo luogo del “Legame Cielo-Terra”, i profeti esortarono alla giustizia e all’onestà fra le genti e alla pace fra le nazioni, maledirono le offerte fini a se stesse e l’adorazione di idoli, denunciarono conquiste sanguinarie, distruzioni senza pietà e ammonirono una nazione dopo l’altra – inclusa Israele – che la punizione sarebbe stata inevitabile, ma, ahimè, le loro parole caddero nel vuoto.

Se le cose andarono davvero così, è probabile allora che la collera e la delusione degli dèi Anunnaki fossero cresciute lentamente, arrivando alla conclusione che era stato superato ogni ragionevole limite: era giunto il momento di lasciare la Terra. Questo episodio ci riporta alla mente la decisione degli dèi, guidati da un Enlil deluso, di non rivelare l’arrivo del Diluvio e di mettersi in salvo a bordo delle loro navicelle; ora, mentre Nibiru era di nuovo in avvicinamento, gli dèi enliliti programmarono la propria fuga.

Chi di loro partì, in che modo, e dove andarono, se Sin fu in grado di tornare indietro dopo appena alcuni decenni?
Per trovare una risposta è necessario ripartire dall’inizio.

Zecharia Sitchin (tratto da Il giorno degli dei)

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