Ciro – alcuni storici gli affibbiano l’epiteto di “il Grande” – consolidò nel vasto impero persiano tutte le terre che un tempo erano state Sumer e Akkad, Mari e Mitanni, Hatti ed Elam, Babilonia e Assiria; toccò a suo figlio Cambise (530-522 a.C.) estendere l’impero fino all’Egitto, che si stava appena riprendendo da un periodo di disordini che alcuni considerano un Terzo Periodo Intermedio. In questa fase il paese si spaccò, cambiò diverse volte capitale, venne governato da invasori che provenivano dalla Nubia o che non avevano autorità centrale.

L’Egitto era in un periodo di grande confusione religiosa, i suoi sacerdoti non sapevano quale divinità venerare, al punto che il culto principale era diventato quello del defunto Osiride, quello femminile era di Neith, il cui titolo era “madre di Dio”, e il principale “oggetto di culto” era un toro, il Toro sacro Apis, in onore del quale si facevano funerali complessi.

Anche Cambise, come suo padre, non era un fervente religioso e lasciò libertà di culto; apprese persino (secondo una stele ora conservata nei Musei vaticani) i segreti del culto di Neith e partecipò a un funerale cerimoniale di un toro Apis.

Queste politiche di lassismo religioso portarono pace all’impero persiano, tuttavia questa non durò a lungo. Disordini, sommosse e ribellioni continuavano a scoppiare un po’ ovunque. In particolare stavano diventando difficili i legami commerciali, culturali e religiosi fra Egitto e Grecia. (Molte informazioni a riguardo provengono dallo storico greco Erodoto, che scrisse in maniera esauriente sull’Egitto dopo la sua visita nel 460 a.C., in coincidenza con l’inizio dell’età aurea greca).

I Persiani non potevano essere soddisfatti di questi legami, in particolare perché i mercenari greci partecipavano alle rivolte locali. Destavano preoccupazione soprattutto le province dell’Asia Minore (l’attuale Turchia), pericolosamente vicine all’Asia e ai Greci, che stavano ridando vita e vigore ai vecchi insediamenti; i Persiani, dal canto loro, cercavano di tenere alla larga gli Europei, turbolenti, conquistando le vicine isole greche.

Le tensioni crescenti sfociarono in una guerra, allorché i Persiani invasero la terraferma greca e furono sconfitti nella battaglia di Maratona, nel 490 a.C. Un decennio dopo, un’invasione persiana via mare venne fermata dai Greci negli stretti di Salamina, ma le schermaglie e le battaglie per il controllo dell’Asia Minore continuarono per un altro secolo, indipendentemente dal succedersi sul trono di diversi re, mentre all’interno della stessa Grecia Ateniesi, Spartani e Macedoni erano in lotta per la supremazia.

In queste doppie lotte – una fra i greci continentali, l’altra con i Persiani – era di vitale importanza il supporto degli abitanti della Grecia dell’Asia Minore. Non appena i Macedoni ebbero ottenuto la supremazia, il loro re, Filippo II, inviò un corpo armato nello stretto dell’Ellesponto (oggi i Dardanelli) per assicurarsi la lealtà degli insediamenti greci. Nel 334 a.C. Alessandro (Magno), alla testa di 15.000 uomini entrò in Asia sempre attraverso l’Ellesponto e dette il via a una grande guerra contro i Persiani.

Le vittorie straordinarie di Alessandro e la sottomissione all’Occidente (Grecia) dell’Antico Oriente sono state narrate e celebrate dagli storici – a cominciare da coloro che avevano accompagnato lo stesso sovrano – e non le ripeterò in questa sede. Ciò su cui, invece, vale la pena di soffermarsi, sono le ragioni personali che avevano indotto Alessandro a entrare in Asia e in Africa. Infatti, al di là delle motivazioni di natura geopolitica o economica, alla base delle guerre greco-persiane c’era anche una sua ricerca personale: alla corte macedone giravano voci persistenti, secondo le quali il vero padre di Alessandro non era Filippo, bensì un dio egizio, che si era unito alla regina Olimpia, assumendo le sembianze del marito di lei.
Considerando la venerazione di un pantheon greco proveniente dal Mar Mediterraneo, composto da dodici abitanti dell’Olimpo (come gli dèi sumeri) e con narrazioni di dèi (“miti”) che emulavano quelle del Vicino Oriente, la comparsa di una di queste storie alla corte macedone non era poi un’eventualità così remota. Primo fra tutti a crederci proprio lo stesso Alessandro.

Alessandro si recò in visita all’oracolo di Delfi per scoprire se era realmente il figlio di un dio e, perciò, immortale. Infittendo il mistero, questi gli consigliò di cercare la risposta in un luogo sacro in Egitto. Fu così che, non appena ebbe sconfitto i Persiani nel corso della prima battaglia, Alessandro, anziché inseguirli, lasciò l’esercito e si recò all’oasi di Siwa in Egitto, dove il sacerdote gli rivelò che lui era realmente un semidio, figlio del dio ariete Amon. Per celebrare la notizia, Alessandro fece coniare monete d’argento che lo ritraevano con corna d’ariete.

Ma cosa dire dell’immortalità?

Mentre le campagne e le conquiste di Alessandro sono state documentate da Callistene e da altri storici, la sua personale ricerca dell’immortalità è giunta fino a noi prevalentemente da fonti che vengono considerate pseudo callistene, o “storie romanzate”, che abbellivano i fatti con leggende. Come ho descritto in maniera più dettagliata in Le astronavi del Sinai, i sacerdoti egizi spinsero Alessandro a recarsi da Siwa a Tebe.

Lì, sulle rive occidentali del Nilo, nel tempio funerario costruito da Hatshepsut, riuscì a vedere la sua iscrizione che affermava che era figlia del dio Amon, che si era presentato alla madre di lei dopo aver assunto le sembianze del marito: esattamente quello che –secondo la tradizione – era successo alla madre di lui, rendendo così di fatto Alessandro un semidio. Nel grande tempio di Ra-Amon a Tebe, nel Sancta Sanctorum, Alessandro venne incoronato faraone.

Poi, seguendo le indicazioni avute a Siwa, entrò nelle gallerie sotterranee della penisola del Sinai e, alla fine, riuscì ad arrivare nel luogo in cui era Amon-Ra, alias Marduk: Babilonia. Riprendendo la battaglia contro i Persiani, Alessandro raggiunse Babilonia nel 331 a.C. ed entrò in città a bordo del suo carro.

Una volta nel sacro recinto corse fino allo ziggurat, all’Esagil, per stringere le mani di Marduk, come avevano fatto altri conquistatori prima di lui.

Ma il grande dio era morto.

Secondo pseudofonti, Alessandro vide il dio giacere in una bara dorata, il suo corpo immerso (o conservato) in oli speciali. Vero o no, il fatto è che Marduk non era più vivo e che tutti gli storici descrissero l’Esagil come la sua tomba.

Secondo Diodoro Siculo (I secolo a.C.) la cui Biblioteca storica* è stata compilata – come è noto – attingendo a diverse fonti, affidabili e verificate, «i cosiddetti Caldei, che s’erano guadagnati una grandissima fama nell’astrologia, ed erano soliti predire il futuro grazie a una secolare osservazione degli astri» rivelarono ad Alessandro il pericolo che correva, e cioè che sarebbe morto a Babilonia, ma che «poteva sfuggire al pericolo se avesse restaurato la tomba di Belo, distrutta dai Persiani» (Libro XVII,112.1). Entrando in città, Alessandro non ebbe né il tempo, né la manodopera per effettuare le riparazioni, e morì davvero a Babilonia nel 232 a.C.

Strabone, storico geografo (I secolo a.C.), nato in una città greca dell’Asia Minore, descrisse Babilonia nella sua famosa Geografia** – le sue enormi dimensioni, i “giardini pensili” che venivano considerati una delle Sette Meraviglie del Mondo, i suoi alti edifici costruiti con mattoni di cotto ecc. – nella sezione 16.I.5:

La sepoltura di Belo,
al presente rovinata.
Xerse (per quanto si dice) fu quello che la fece ruinare.
Era una piramide quadra, di mattoni di terra cotta,
alta essa ancora uno stadio,
e uno stadio era per ciascuna faccia.
Questa voleva reedificare Alessandro,
ma per essere opera di gran fatica e di molto tempo […]
non poté finire quello c’aveva intrapreso.

Stando a questa fonte, la tomba di Bel-Marduk era stata distrutta da Serse, che fu re di Persia (e sovrano di Babilonia) dal 486 al 465 a.C. Strabone, nel libro V, aveva affermato che nel 482 a.C. , quando Serse aveva deciso di distruggere il tempio, Belo giaceva in una bara. Marduk non era morto molto tempo prima (i maggiori assirologi tedeschi, che si riunirono all’università di Jena nel 1922, giunsero alla conclusione che Marduk era già nella sua tomba nel 484 a.C.), e più o meno nello stesso periodo era scomparso dalle pagine di storia anche suo figlio, Nabu.

E fu così che giunse al termine, un termine quasi umano, la saga degli dèi, artefici della storia sul pianeta Terra. 

Probabilmente non fu una coincidenza nemmeno il fatto che questa fine coincise con la fine dell’Era dell’Ariete.

Con la morte di Marduk e la scomparsa di Nabu, erano scomparsi tutti i grandi dèi anunnaki che, un tempo, avevano dominato la Terra; con la morte di Alessandro erano scomparsi i semidèi – veri o presunti che fossero – che legavano l’umanità agli dèi.

Per la prima volta dalla creazione di Adamo, l’uomo era solo, senza i suoi creatori.

In quei tempi così bui per l’umanità, la speranza giunse da Gerusalemme. Non può non sorprenderci che le profezie della Bibbia avessero previsto correttamente la storia di Marduk e del suo fato a Babilonia. Abbiamo già avuto modo di notare che Geremia, mentre prevedeva una fine disastrosa per Babilonia, aveva anche specificato che il suo dio, Bel-Marduk, era destinato a languire: a restare sì, ma invecchiando di fisico e di mente, a raggrinzirsi e a morire.

Ma, proprio come aveva predetto correttamente la caduta di Assiria, Egitto e Babilonia, Geremia profetizzava anche una Sion ripristinata, un tempio ricostruito e un “lieto fine” per tutte le nazioni che sarebbe venuto alla Fine dei Giorni. Sarebbe stato, disse, un futuro che Dio aveva programmato “in cuor suo”, un segreto che sarebbe stato svelato all’umanità (23, 20) in un futuro predeterminato: «Alla fine dei giorni lo comprenderete!» (30, 24) e «in quel tempo chiameranno Gerusalemme Trono del Signore, tutti i popoli vi si raduneranno nel nome del Signore» (3, 17).

Isaia, nella sua seconda serie di profezie (Secondo Isaia), identificava il dio di Babilonia come il “dio che si nasconde” (ossia il significato di “Amon”) e prevedeva il futuro con queste parole:

A terra è Bel, rovesciato è Nebo,
i loro simulacri sono per gli animali e le bestie […]
Sono rovesciati, sono a terra insieme,
non hanno potuto salvare chi li portava
ed essi stessi se ne vanno in schiavitù.
(Isaia 46, 1-2)

Queste profezie, come pure quelle di Geremia, contenevano la promessa che all’umanità sarebbe stato offerto un nuovo inizio, una nuova speranza; che sarebbe arrivato un Tempo Messianico in cui “il lupo dimorerà con l’agnello”. E disse il profeta «Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti»; allora le nazioni «forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Isaia 2, 2; 2,4).

Anche i primi profeti che predicevano il Giorno del Signore quale Giorno del Giudizio avevano affermato che, dopo prove e tribolazioni, dopo che popoli e nazioni sarebbero stati giudicati per i loro peccati e per le loro trasgressioni, sarebbe venuto un tempo di pace e di giustizia. Fra di essi troviamo Osea, che previde il Ritorno del regno di Dio attraverso la Casa di Davide alla Fine dei Giorni, e Michea, che – usando parole identiche a quelle di Isaia – dichiarò che «accadrà alla Fine dei Giorni».

Michea

Importante da notare che anche Michea considerava un requisito essenziale la restaurazione del Tempio del Signore a Gerusalemme e il regno universale di Yahweh attraverso un discendente di Davide, un “must”destinato sin dall’inizio, «come hai giurato ai nostri padri fin dai tempi antichi».

In quelle predizioni sulla Fine dei Giorni si combinavano due elementi di base: uno era che il Giorno del  Signore – un giorno in cui sarebbero state giudicate la Terra e le nazioni – sarebbe stato seguito da Restaurazione, Rinnovamento, e da un’era benevola il cui fulcro sarebbe stato Gerusalemme. L’altro è che tutto è stato preordinato, che Dio all’Inizio aveva già programmato la Fine. A dire il vero, nei primissimi capitoli della Bibbia troviamo già il concetto della Fine di un’Epoca, di un periodo in cui si sarebbe fermato il corso degli eventi – potremmo dire un precursore del concetto odierno di “Fine della Storia” e di una nuova epoca (si sarebbe quasi tentati di dire una New Age), di un nuovo ciclo (predetto).

Il termine ebraico Acharit Hayamim (a volte tradotto come “ultimi giorni”, “fine dei tempi”, ma più accuratamente “fine dei giorni”) è già stato usato nella Genesi (capitolo 49), allorché Giacobbe, in punto di morte, chiamò a raccolta i propri figli e disse: «Radunatevi perché io vi annunzi quello che vi accadrà alla Fine dei Giorni». Si tratta di un’affermazione (seguita da predizioni dettagliate che molti associano alle dodici case dello zodiaco) che presuppone che le profezie venissero fatte grazie alla conoscenza di eventi futuri. E anche nel Deuteronomio (capitolo 4), allorché Mosè, prima di morire, parlando dell’eredità divina di Israele e del suo futuro disse: «Con angoscia, quando tutte queste cose ti saranno avvenute, alla Fine dei Giorni tornerai al Signore tuo Dio e ascolterai la sua voce, poiché il Signore Dio tuo è un Dio misericordioso; non ti abbandonerà e non ti distruggerà, non dimenticherà l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri».

Il fatto di ribadire il ruolo di Gerusalemme e l’importanza del suo Monte del Tempio aveva una ragione pratica, oltre che teologico-morale: la necessità che il sito fosse pronto per accogliere il Kavod di Yahweh – lo stesso termine usato nell’Esodo e poi da Ezechiele per descrivere il veicolo celeste di Dio. Il Kavod che verrà rinchiuso nel tempio ricostruito; «in questo luogo porrò la pace […] la gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta», disse Yahweh al profeta Aggeo. Da notare che in Isaia l’arrivo del Kavod a Gerusalemme era ripetutamente legato all’altro porto spaziale, il Libano: da lì arriverà a Gerusalemme il Kavod di Dio; dal Libano il Kavod di Dio verrà a Gerusalemme (Isaia 35, 2 e 60, 13).

La conclusione evidente è che ci si aspettava un Ritorno Divino alla Fine dei Giorni; ma quando sarebbe stata questa Fine dei Giorni?

La domanda non è certo nuova, perché è già stata posta nell’antichità anche dagli stessi profeti che avevano annunciato la Fine dei Giorni. A questa domanda noi proponiamo la nostra risposta.

La profezia di Isaia relativa a un tempo in cui «verrà soffiata una grande tromba» e le nazioni si riuniranno e «si prostreranno a Yahweh sul Monte Sacro a Gerusalemme» era accompagnata dalla stessa ammissione che, senza dettagli e riferimenti temporali, il popolo non sarebbe stato in grado di comprendere la profezia. Isaia (28, 10) si lamentava con Dio: «Precetto su precetto, precetto su precetto, norma su norma, norma su norma, un po’ qui, un po’ lì». Non conosciamo la risposta che gli venne data, ma Yahweh gli ordinò di sigillare e di nascondere il documento; non meno di tre volte Isaia cambiò il vocabolo che sta per “lettere” – Otioth – in Ototh, che significa “segni oracolari”, indicando così l’esistenza di una sorta di “codice segreto della Bibbia”, grazie al quale il piano divino sarebbe stato compreso solo al momento giusto.

E, forse, si faceva riferimento proprio a questo codice segreto allorché il profeta chiese a Dio – identificato come “Creatore delle lettere” – di «dirci le lettere a ritroso» (41, 23).

Il profeta Sofonia – il cui nome significa esattamente “codificato da Yahweh” – ha riferito il messaggio di Dio, ossia che Lui «parlerà in una lingua chiara» nel momento in cui si riuniranno le nazioni. Ma ciò non significa altro che “lo saprete quando sarà il momento”.

Nessuna meraviglia, allora, che nell’ultimo libro profetico la Bibbia si è occupata quasi solo ed esclusivamente del “QUANDO”: quando arriverà la Fine dei Giorni? Questo testo è il Libro di Daniele, proprio quello stesso Daniele che aveva interpretato correttamente la scritta sul muro comparsa durante il banchetto di Baldassar. Fu dopo quell’episodio che Daniele iniziò ad avere dei sogni-presagio e a vedere visioni apocalittiche del futuro in cui “l’Antico dei Giorni” e i suoi arcangeli avevano un ruolo chiave. Perplesso, Daniele chiese spiegazioni agli angeli; la risposta fu una serie di predizioni di eventi futuri che si sarebbero verificati alla Fine dei Tempi o che l’avrebbero preceduta. E quando sarebbe stata?, chiese Daniele. Le risposte, che in apparenza sembravano precise, in realtà non fecero altro che infittire il mistero.

In un caso, un angelo rispose che, in futuro, un periodo in cui un «re empio cercherà di cambiare i tempi e le leggi» sarebbe durato «un tempo, tempi e la metà di un tempo»; solo dopo sarebbe giunto il Tempo Messianico promesso, allorché «il regno, il potere e la grandezza di tutti i regni che sono sotto il cielo saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo».

In un’altra occasione l’angelo disse: «Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei Santi». E in un’altra che: «Dopo sessantadue settimane, un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui; il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine sarà un’inondazione» (Daniele 9, 26. 24).

Cercando di comprendere, Daniele chiese al messaggero divino di parlare più chiaramente: «Quando si compieranno queste cose meravigliose?». Per tutta risposta ricevette nuovamente la risposta enigmatica che la Fine sarebbe venuta dopo «un tempo, tempi e la metà di un tempo»: ma cosa significava «un tempo, tempi e la metà di un tempo», cosa significava «settanta settimane»? «Io udii bene, ma non compresi», affermava Daniele nel suo libro. «Così ho detto: Mio Signore, quale sarà la fine di queste cose?» E nuovamente parlando in codice, l’angelo rispose: «dal tempo in cui sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della desolazione, ci saranno milleduecentonovanta giorni. Beato chi aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecentotrentacinquegiorni».

Dopo aver dato questa informazione a Daniele, l’angelo, che si era definito “Figlio dell’Uomo”, gli disse: «Tu va’ pure alla tua fine, e riposa; ti alzerai per la tua sorte alla Fine dei Giorni».

Come Daniele, generazioni di studiosi della Bibbia, eruditi, teologi, astrologi e persino astronomi – tra i quali perfino sir Isaac Newton – hanno ripetuto: “Io udii bene, ma non compresi”.

L’enigma non riguarda soltanto il significato dell’espressione «tempo, tempi e la metà di un tempo», ma da quando inizia (o è iniziato) il conto. L’incertezza deriva dal fatto che le visioni simboliche di Daniele (ad esempio, di un capro che attacca un montone, o di un corno che si spezza e al cui posto ne sorgono quattro) gli sono state spiegate dagli angeli come eventi che si sarebbero verificati ben al di là del tempo della Babilonia che lui stesso conosceva, oltre la sua prevista caduta, anche oltre la ricostruzione profetizzata del tempio a distanza di settanta anni. L’ascesa e la caduta dell’impero persiano, la venuta dei Greci sotto la guida di Alessandro, persino la divisione del suo impero conquistato fra i suoi successori, tutto ciò era stato previsto con una tale accuratezza che numerosi studiosi ritengono che le profezie di Daniele siano in realtà “successive all’evento” – che la parte profetica del libro sia stata scritta nel 250 a.C., ossia quando quegli eventi si erano già verificati, ma che faceva comunque finta di essere stata scritta secoli prima.

La motivazione più conclusiva a sostegno di questa ipotesi è il riferimento, in uno degli incontri con gli angeli, all’inizio del conto «dal tempo in cui sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della desolazione». Poteva solo fare riferimento agli eventi che si sono verificati a Gerusalemme il 25° giorno del mese ebraico Kislev nel 167 a.C.

La data è registrata con precisione perché fu allora che «l’abominio della desolazione» venne posto nel tempio, segnando – come credevano in molti – l’inizio della Fine dei Giorni.

Zecharia Sitchin (tratto da Il giorno degli dei)

* Diodoro Siculo, BibliotecaStorica (Libri XVI-XX), Sellerio,Palermo 1992.
** Strabone, Geografia,Francesco Senese MDLXII

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