La leadership ebraica si divideva tra i Farisei, che praticavano una religione più rigorosa, interpretata alla lettera, e i Sadducei, più liberali, con una mentalità più aperta, più internazionale, che riconoscevano l’importanza di una diaspora ebraica già diffusasi da Egitto e Anatolia alla Mesopotamia.

Oltre a queste due correnti principali, sorsero anche sette più piccole, a volte organizzate in comunità; la più famosa è quella degli Esseni (ricordate i Rotoli del Mar Morto), che vissero in isolamento a Qumran.

Nei vari tentativi di decifrare le profezie, dobbiamo inserire una nuova potenza emergente: Roma. Dopo aver vinto ripetute guerre contro i Fenici e i Greci, i Romani controllarono il Mediterraneo e iniziarono a essere coinvolti negli affari dell’Egitto tolemaico e del Levante seleucide (inclusa la Giudea). Eserciti seguirono i delegati imperiali; nel 60 a.C. i Romani sotto Pompeo occuparono Gerusalemme.

In precedenza, lungo la stessa rotta, Alessandro aveva compiuto una deviazione a Eliopoli (ossia Baalbek) e aveva offerto sacrifici a Giove; in seguito venne costruito proprio in quel luogo – sopra colossali blocchi di pietra – il più grande tempio dell’impero romano dedicato a Giove (vedesi foto). Un’iscrizione commemorativa trovata in quel sito indica che l’imperatore Nerone visitò il luogo nel 60 d.C., il che ci fa capire che a quell’epoca il tempio romano era già stato eretto.

I disordini di natura religiosa e civile di quei giorni trovarono espressione nella proliferazione di scritti storico-profetici, come il Libro dei Giubilei, il Libro di Enoch, i Testamenti dei Dodici Patriarchi e l’Assunzione di Mosè (più diversi altri, tutti conosciuti con il nome collettivo di Apocrifi e di Pseudoepigrafi). Tutti concordavano sulla ciclicità della storia, sul fatto che tutto è già stato predetto, che la Fine dei Giorni – un periodo di confusione e di rivolte – segnerà non solo la fine di un ciclo storico, ma anche l’inizio di uno nuovo, e che il “periodo di transizione” si manifesterà con l’arrivo di un “Consacrato” – Mashi’a’ach in ebraico (tradotto Chrystos in greco e, quindi, Messiah o Christ in inglese – Messia e Cristo in italiano).

L’azione di benedire con olio sacerdotale un nuovo re era un’usanza nota nel Mondo Antico, almeno sin dai tempi di Sargon. Sin dai tempi più antichi la Bibbia lo riconosceva quale atto di consacrazione a Dio, ma l’esempio più memorabile che ci narra è quando il sacerdote Samuele, custode dell’Arca dell’Alleanza, chiamò Davide, figlio di Iesse, e lo proclamò re per grazia divina:

Samuele prese il corno dell’olio
e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli,
e lo spirito del Signore
si posò su Davide da quel giorno in poi.

(I Samuele16, 13)

Studiando ogni profezia e ogni frase profetica, il fedele a Gerusalemme trovava ripetuti riferimenti a Davide, consacrato dal Signore, e a una promessa divina che sarà attraverso il “suo seme” (ossia attraverso un discendente della Casa di Davide) che verrà stabilito nuovamente il suo trono a Gerusalemme nei giorni che verranno. I futuri re della Casa di Davide siederanno a Gerusalemme sul “trono di Davide”; e quando ciò accadrà, i re e i principi della Terra giungeranno a frotte a Gerusalemme per chiedere giustizia, pace e udire la parola di Dio. Questa, aveva detto Dio, è “una promessa eterna”, l’alleanza di Dio “per tutte le generazioni”. L’universalità di questo voto è confermata in Isaia 16, 5 e 22, 22; Geremia 17,25; 23, 5; 30, 3; Amos 9, 11; Abacuc 3, 13; Zaccaria 12,8; Salmi 18, 50; 89, 4; 132,10; 132, 17 ecc.

Sono parole forti, inconfondibili nella loro alleanza messianica con la Casa di Davide, tuttavia sono anche piene di sfaccettature esplosive, che in pratica dettarono il corso degli eventi a Gerusalemme. Collegate a ciò c’erano anche le vicissitudini del profeta Elia.


Elia, soprannominato il Tisbita dal nome della sua città natale nel distretto di Galaad, era un profeta biblico, che viveva e operava nel regno di Israele (dopo la divisione dalla Giudea) nel IX secolo a.C., durante il regno del re Acab e della sua sposa cananea, la regina Gezebele. Fedele al suo nome ebraico, Eli-Yahu – “Yahweh è il mio Dio” – era in costante conflitto con i sacerdoti e con i “portavoce” del dio Baalcananeo (“il Signore”), del quale Gezebele promuoveva il culto. Dopo un periodo di isolamento in un luogo nei pressi del Giordano, dove gli venne ordinato di diventare “Uomo di Dio”, gli venne dato un “mantello” con poteri magici, e fu in grado di compiere miracoli in nome di Dio.

Il primo miracolo di cui ci giunge notizia (I Re, capitolo 17) fu quando non fece mai esaurire un pugno di farina e un po’ di olio, gli unici alimenti rimasti a una povera vedova. In seguito fece risorgere il figlio di lei, morto di malattia. Nel corso di un confronto con i profeti del dio Baal sul Monte Carmel, riuscì a far cadere un fuoco dal cielo. Fu l’unico caso, citato nella Bibbia, di un israelita che ritornava sul Sinai dai tempi dell’Esodo: anche quando fuggì per mettersi in salvo dalla collera di Gezebele e dei sacerdoti di Baal, un Angelo del Signore lo fece rifugiare in una grotta sul Sinai.

Di lui le scritture dicono che non morì, perché venne condotto in cielo a bordo di un turbine di vento per essere con Dio. La sua ascesa, così come è descritta con dovizia di particolari in 2 Re, capitolo 2, non fu un evento né improvviso, né inatteso; al contrario era stato programmato e organizzato in precedenza, tant’è che gli furono comunicati in anticipo il luogo e il tempo.

La località designata si trovava nella Valle del Giordano, sulla riva orientale del fiume. Quando fu il momento di recarvisi, lo accompagnarono i suoi discepoli, con in testa Eliseo. Fece una sosta a Galgala (dove Giosuè compiva miracoli per grazia del Signore). Lì cercò di lasciare indietro i suoi compagni, ma loro proseguirono con lui fino a Betel; pur avendo chiesto loro di restare dove erano e di lasciarlo attraversare il fiume da solo, essi rimasero con lui fino all’ultimo, fino a Gerico, continuando a chiedere a Eliseo se era «vero che il Signore [oggi] avrebbe condotto Elia al cielo».

Sulle rive del Giordano, Elia arrotolò il suo mantello miracoloso e percosse le acque, che si divisero, consentendogli di attraversare il fiume.

Gli altri discepoli rimasero lì dov’erano, ma Eliseo insistette per accompagnarlo, e attraversò insieme a lui.

Mentre camminavano conversando,
ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco
si interposero fra loro due.
Elia salì nel turbine verso il cielo.
Eliseo guardava e gridava:
«Padre mio, padre mio,
cocchio d’Israele e suo cocchiere». E non lo vide più.

(2 Re 2,11-12)

Scavi archeologici condotti a Tell Ghassul (“Bocca del Profeta”), un sito in Giordania, che corrisponde alle descrizioni geografiche della narrazione biblica, hanno riportato alla luce dipinti murali che raffiguravano i “turbini di vento”, mostrati nella figura accanto. È l’unico sito scavato sotto l’egida del Vaticano. (La mia ricerca relativa ai reperti, con la visita ai musei archeologici in Israele e in Giordania, al sito in Giordania e, infine, al Pontificio Istituto Biblico dei Gesuiti a Gerusalemme – figura sotto – è riportata in Spedizioni nell’altro passato).

La tradizione ebraica sostiene che Elia, trasfigurato, un giorno tornerà quale messaggero per la redenzione finale del popolo di Israele, un araldo del Messia. La tradizione era già stata riportata nel V secolo a.C. dal profeta Malachia – l’ultimo dei profeti della Bibbia.

Poiché la tradizione sosteneva che la grotta del Monte Sinai dove l’angelo condusse Elia era la stessa in cui Dio si era rivelato a Mosè, ci si aspettava che Elia ricomparisse all’inizio della festa della Pasqua ebraica, quando si commemora l’Esodo. A tutt’oggi, il Seder, la cena cerimoniale che dà il via alla festività della Pasqua, che dura sette giorni, richiede che si metta sul tavolo una coppa di vino per Elia, da sorseggiare al suo arrivo; la porta è aperta per consentirgli di entrare e si recita un inno che esprime la speranza che ben presto lui annuncerà il “Messia, il figlio di Davide”. (I bambini di tradizione cristiana credono che Babbo Natale scivoli giù dal camino e porti loro i doni, mentre i bambini di tradizione ebraica sanno che, pur se non visto, Elia è entrato, e ha bevuto un sorso di vino.)

La tradizione vuole che “la Coppa di Elia” sia stata abbellita e impreziosita fino a diventare un calice di squisita fattura artistica, un calice che viene usato solo ed esclusivamente alla cena pasquale per il rituale di Elia.

L’ultima cena di Gesù era appunto questa cena pasquale, così ricca di tradizione.

Zecharia Sitchin (tratto da Il giorno degli dei)

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