Torneranno? Quando?

Queste domande mi sono state poste tante di quelle volte che non saprei nemmeno quantificarle. Il soggetto sottinteso, “loro”, sono naturalmente gli Anunnaki, la cui saga ha riempito i miei libri. La risposta alla prima domanda è, sì, torneranno. Esistono indizi da seguire, e profezie del Ritorno che si devono ancora compiere. La risposta alla seconda domanda ha tormentato l’umanità sin dagli eventi epocali che hanno avuto come teatro Gerusalemme più di duemila anni fa.

Ma la domanda non riguarda solo “se” e “quando”. Quale sarà il segnale del loro Ritorno, cosa porterà con sé? Sarà una venuta benevola, oppure – come nel caso del Diluvio – porterà la Fine? Quali profezie si realizzeranno? Un Tempo Messianico, la Seconda Venuta, un nuovo Inizio – o forse un’apocalisse catastrofica, la Fine del Mondo, Armageddon…

È quest’ultima eventualità che sposta le profezie dal regno della teologia, escatologia, o della semplice curiosità a un problema per la sopravvivenza stessa dell’umanità; Armageddon è infatti un termine diventato ormai sinonimo di un cataclisma di portata inimmaginabile; è il nome di un luogo ben preciso che si trova in una terra soggetta a minacce di olocausto nucleare.

Gog e Magog

Nel XXI secolo a.C. una guerra dell’Oriente contro i Re dell’Occidente fu seguita da una calamità nucleare.

Ventun secoli dopo, nell’Anno Domini, i timori dell’umanità furono espressi in un rotolo, nascosto in una grotta nei pressi del Mar Morto, che descriveva un’epica “Guerra dei Figli della Luce contro i Figli dell’Oscurità”.  E ora, nuovamente, nel XXI secolo d.C., una minaccia nucleare pende sullo stesso luogo storico. È sufficiente per chiederci: la storia si ripeterà – la storia si ripete, in modo misterioso, ogni ventuno secoli?

Una guerra, una conflagrazione di portata devastante è stata descritta quale parte dello scenario della Fine del Mondo in Ezechiele (capitoli 38-39). Pur se “Gog del paese di Magog” o “Gog e Magog” sono previsti quali principali istigatori nella guerra finale, la lista dei combattenti che verranno coinvolti nelle battaglie riguarda praticamente ogni nazione; e il fulcro della conflagrazione saranno «gli abitanti dell’Ombelico della Terra»: il popolo di Gerusalemme, secondo la Bibbia, ma anche il popolo di “Babilonia” in sostituzione di Nippur, per coloro per i quali l’orologio si è fermato lì.

La riflessione agghiacciante è che l’elenco di Ezechiele delle nazioni (38, 5) che si scontreranno nella guerra finale –Armageddon – comincia proprio con la PERSIA (l’odierno Iran), proprio il paese i cui leader si stanno armando di armi nucleari con le quali “cancellare dalla faccia della Terra” il popolo che abita ad Har Megiddo!

Chi è quel “Gog del paese di Magog” e perché quella profezia di duemila e mezzo anni fa sembra un titolo da prima pagina? L’accuratezza di questi dettagli nella profezia indica: nella nostra epoca? Nel nostro secolo?

Armageddon, una guerra finale di Gog e Magog, è anche un elemento essenziale dello scenario della Fine dei Giorni del libro profetico dell’Apocalisse di Giovanni del Nuovo Testamento.

Paragona a due bestie gli istigatori degli eventi apocrifi, una delle quali può «far discendere il fuoco dal cielo sulla terra, alla vista degli uomini». E per svelarne l’identità abbiamo solo un piccolissimo indizio (13,18):

Qui sta la sapienza.
Chi ha intelligenza
calcoli il numero della bestia:
essa rappresenta un nome d’uomo.
E tal cifra è
seicentosessantasei.

Molti hanno tentato di decifrare il misterioso numero 666, partendo dal presupposto che si tratti di un messaggio in codice relativo alla Fine dei Giorni. Poiché il Libro venne scritto all’inizio della persecuzione dei cristiani a Roma, l’interpretazione universalmente accettata è che il numero era un codice per indicare l’imperatore oppressore Nerone; il valore numerico del suo nome, infatti, in ebraico (NeRON QeSaR) era appunto 666. Il fatto che nel 60 d.C. lui si fosse recato alla piattaforma spaziale di Baalbek, con tutta probabilità per inaugurare il tempio dedicato a Giove, può – o meno – avere un’attinenza all’enigma del 666. Il fatto che potrebbe esserci più una connessione al numero 666 che non allo stesso Nerone è suggerito dal fatto che 600, 60 e 6 sono tutti numeri chiave del sistema sessagesimale sumero, così che il codice potrebbe riferirsi a testi molti antichi; c’erano 600 Anunnaki sulla Terra, il numero di rango di Anu era 60, il numero di Ashkur/Adad era 6. Poi, se scomponiamo i tre numeri e li moltiplichiamo (anziché sommarli), abbiamo 666 = 600 × 60 × 6 = 216.000, che non è altri che è il familiare 2160 (era zodiacale) moltiplicato 100 – un risultato che si presta a mille congetture.

C’è poi l’enigma di quando sette angeli rivelano la sequenza degli eventi futuri senza legarli a Roma, bensì a “Babilonia”. La spiegazione convenzionale è stata che, come il 666 è un codice per indicare i sovrani romani, anche “Babilonia” era una parola in codice che stava a indicare Roma. Ma Babilonia era scomparsa già da secoli quando fu scritta l’Apocalisse e, quando si parla di Babilonia, le profezie si legano senza ombra di dubbio al «gran fiume Eufrate» (9, 14), descrivendo persino come «il sesto angelo versò la sua coppa sopra il gran fiume Eufrate e le sue acque furono prosciugate per preparare il passaggio ai re dell’oriente» (16, 12). La città di cui si parla sorgeva dunque sull’Eufrate, non sul Tevere.

Poiché le profezie dell’Apocalisse riguardano il futuro, si giunge alla conclusione che “Babilonia” non è affatto un codice – che Babilonia è proprio Babilonia, una futura Babilonia che verrà coinvolta nella guerra di “Armageddon” (il versetto 16, 16 spiega correttamente il nome come quello di un «luogo che in ebraico si chiama Har-Megiddo», MonteMegiddo, in Israele), una guerra che coinvolge la Terra Santa.

Se quella futura Babilonia è davvero l’Iraq di oggi, ribadisco che i versetti delle profezie sono agghiaccianti: predicono eventi attuali, che portano alla caduta di Babilonia dopo una guerra breve, ma violenta, e predicono la divisione di Babilonia/Iraq in tre parti! (16, 19).

Come il Libro di Daniele, che prediceva fasi di tribolazioni e di prove nel processo messianico, così l’Apocalisse ha cercato di spiegare le enigmatiche profezie dell’Antico Testamento descrivendo (capitolo 20) una Prima era messianica con una «prima risurrezione» che dura mille anni, seguita da un regno satanico di mille anni (quando “Gog e Magog” si impegneranno in una guerra di epiche proporzioni) e poi da un secondo tempo messianico e, infine, da un’altra risurrezione (e così la “Seconda Venuta”).

Inevitabilmente, con l’avvicinarsi dell’anno 2000 queste profezie hanno innescato una girandola di ipotesi: ipotesi che riguardavano il millennio quale punto temporale nella storia dell’umanità e della Terra, in cui si sarebbero avverate le profezie.

All’avvicinarsi del 2000, assediato da domande sul nuovo millennio, rassicurai i miei lettori che non sarebbe accaduto proprio nulla in quell’occasione, e non soltanto perché era già passato il vero cambio del millennio se lo si contava a partire dalla nascita di Gesù (infatti, secondo tutti i calcoli degli studiosi, Gesù di Nazareth nacque nel VI-VII secolo a.C.).

Il motivo principale della mia convinzione è che le profezie non sembravano parlare di un tempo lineare – anno uno, anno due, anno novecento ecc.– bensì di una ripetizione ciclica degli eventi, la credenza fondamentale che “le prime cose saranno le ultime”; ossia qualcosa che può accadere solo quando la storia e il tempo storico si muovono in circolo, dove il punto di inizio è il punto finale, e viceversa.

Inerente a questo ciclo della storia è il concetto di un Dio quale entità divina eterna, presente all’Inizio, quando furono creati Cielo e Terra, e che ci sarà anche alla Fine dei Giorni, quando il suo regno verrà rinnovato sul Suo monte sacro. È espresso ripetutamente sin dalle prime parole della Bibbia fino a quelle degli ultimi profeti, ad esempio quando Dio annunciò tramite Isaia (41, 4; 44, 6;48, 12):

Sono io, io solo, il primo e anche l’ultimo […]
Io dal principio annuncio la fine
e, molto prima, quanto non è stato ancora compiuto.
(Isaia 48, 12; 46, 10)

E altrettanto nell’Apocalisse del Nuovo Testamento:

Io sono l’Alfa e l’Omega,
l’Inizio e la Fine,
dice il Signore, Dio.
Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente.
(Apocalisse 1, 8)

A dire il vero la base della profezia era la credenza che la Fine fosse ancorata all’Inizio, che il Futuro potesse essere previsto perché si conosceva il Passato (se non lo conosceva l’uomo, lo conosceva di certo Dio): «Io dal principio annuncio la fine e, molto prima, quanto non è stato ancora compiuto».

Il profeta Zaccaria (1, 4;7, 7; 7, 12), prevedeva i progetti di Dio per il futuro – gli Ultimi Giorni – in termini del passato, i Primi Giorni.

Questa credenza, che viene riaffermata nei Salmi, nei Proverbi e nel Libro di Giobbe, era considerata come un piano divino universale per tutta la Terra e per le sue nazioni. Il profeta Isaia,vedendo riunite le nazioni della Terra per comprendere cosa era in serbo per loro, le descriveva dilaniate da queste domande:«Vengano avanti e ci annunzino ciò che dovrà accadere. Narrate quali furono le cose passate, sicché noi possiamo riflettervi. Oppure fateci udire le cose future, così che possiamo sapere quello che verrà dopo» (41, 22).

Che questo fosse un principio universale si evidenzia da una collezione di profezie assire, allorché il dio Nabu disse al re assiro Esarhaddon: «Il futuro sarà come il passato».

Questo elemento ciclico delle profezie bibliche del Ritorno ci fornisce la risposta alla domanda QUANDO?

Una rotazione ciclica del tempo storico era stata trovata – il lettore ricorderà – in Mesoamerica, quale unione di due calendari (vedi fig. a lato), creando il ciclo di 52 anni, in occasione dei quali – dopo un numero non specificato di giri – Quetzalcoatl (ossia Thoth/Ningishzidda) aveva promesso di tornare. E questo ci introduce alle cosiddette profezie maya, secondo le quali la Fine dei Giorni sarà nel 2012 d.C.

La prospettiva che la data profetizzata e cruciale sia ormai prossima ha naturalmente attirato molto interesse, e merita spiegazioni e analisi. La presunta data nasce dal fatto che in quell’anno (a seconda di come lo si calcola) l’unità di tempo chiamata Baktun completerà il suo tredicesimo giro. Poiché un Baktun dura 144.000 giorni, si tratta di una sorta di pietra miliare.

In questo scenario bisogna però evidenziare alcuni errori, o ipotesi fallaci. Il primo è che Baktum non fa parte dei due calendari ciclici che si uniscono a formare il ciclo di 52 anni (Haab e Tzolkin), bensì è parte integrante di un terzo calendario, molto più antico, chiamato del Conto Lungo.

Venne introdotto dagli Olmechi – Africani giunti in Mesopotamia quando Thoth venne esiliato dall’Egitto; il conto dei giorni iniziò proprio da quell’evento, così che il Giorno Uno del Conto Lungo – secondo gli studiosi – coincideva con l’agosto 3113 a.C. I glifi in quel calendario rappresentavano le seguenti sequenze di unità:

1 kin =1 giorno

1 Uinal = 1 kin × 20 = 20 giorni

1 Tun = 1 kin× 360 = 360 giorni

1 Ka tun = 1 tun × 20 = 7.200 giorni

1 Bak tun = 1 Katun × 20 = 144.000 giorni

1 Pictun = 1Bak tun × 20 = 2.880.000 giorni

Queste unità, ciascuna il multiplo della precedente, proseguiva oltre il Baktun, con glifi sempre più grandi. Ma poiché i monumenti maya non andavano mai oltre i 12 Baktun, i cui 1.728.000 giorni andavano già oltre l’esistenza dei Maya,  il 13° Baktun sembra una vera e propria pietra miliare. Inoltre la tradizione maya affermava che l’attuale “Sole” –  o Era – sarebbe terminato con il 13° Baktun, quindi dividendo il suo numero di giorni (144.000 × 13 = 1.872.000) per 365,25 abbiamo come risultato 5.125 anni; se sottraiamo il 3113 a.C.,otteniamo il 2012 d.C.

È una predizione eccitante, ma decisamente inquietante. 

Thoth

Tuttavia, la correttezza di questa data è stata messa in dubbio, già un secolo fa, da studiosi (del calibro di Fritz Buck, El Calendario Maya en la Cultura de Tiahuanacu) che hanno evidenziato che, come indica la lista sopracitata, il moltiplicatore (e di conseguenza il divisore) dovrebbe essere 360, numero matematicamente perfetto del calendario, e non 365,25. In questo modo, i 1.872.000 giorni danno 5.200 anni – un risultato perfetto, perché rappresenta esattamente 100 “cicli” del numero magico di Thoth, il 52.
Calcolato in questo modo, l’anno magico del Ritorno di Thoth sarebbe il 2087 d.C. (5200 − 3113 = 2087).

Possiamo aspettare anche questa data; l’unico difetto è che il Conto Lungo è un tempo lineare e non ciclico, necessario affinché i suoi giorni possano fluire nel quattordicesimo Baktun, nel quindicesimo e così via…

Tutto ciò, comunque, non elimina il significato di un millennio profetico. Poiché la fonte del “millennio” in quanto tempo escatologico ha le sue origini negli scritti ebraici apocrifi del II secolo a.C., la ricerca del significato deve andare in quella direzione.

Infatti il riferimento a “mille” – un millennio – per definire un’era affonda le radici nell’Antico Testamento. Il Deuteronomio (7, 9) attribuiva alla durata dell’alleanza di Dio con Israele un periodo di “mille generazioni” – affermazione questa ribadita (I Cronache 16,15) allorché Davide portò a Gerusalemme l’Arca dell’Alleanza. I Salmi hanno applicato ripetutamente il numero “mille” a Yahweh, ai suoi miracoli, e persino al suo carro (Salmo 68, 17).

Di interesse specifico in merito al problema della Fine dei Giorni e del Ritorno è l’affermazione attribuita allo stesso Mosè, e rivolta a Dio: «Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato» (Salmo 90, 4). Questa affermazione ha dato origine all’ipotesi (che nacque subito dopo la distruzione del tempio a opera dei Romani) che si trattava di un modo per immaginare l’elusiva Fine dei Giorni messianica: se la Creazione, “l’Inizio”, stando alla Genesi impegnò Dio per sei giorni e un giorno divino dura mille anni, il risultato sono 6000 anni dall’Inizio alla Fine. La fine dei Giorni, perciò, è stata collocata nell’Anno Mundi 6.000.

Applicato al calendario di Nippur che iniziava nel 3760 a.C., significa che la Fine dei Giorni (6000 − 3760 = 2240) ci sarà nel 2240 d.C.

Questa terza data per la Fine dei Giorni può essere confortante o, al contrario, deludere, dipende dalle aspettative. La bellezza di questo calcolo è che è in perfetta armonia con il sistema sessagesimale sumero.

Potrebbe anche dimostrarsi corretto in futuro, ma non credo: di nuovo ci troviamo di fronte a un calcolo lineare – mentre l’unità di tempo utilizzata per le profezie è ciclica.

Zecharia Sitchin (tratto da Il giorno degli dei)

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