Pur mantenendo l’impressione di scegliere il proprio sommo sacerdote e re, la Giudea divenne a tutti gli effetti una colonia romana, governata prima dai quartier generali in Siria, poi dai governatori locali. Il governatore locale, chiamato procuratore, si assicurò che gli Ebrei scegliessero un Ethnarch (“Capo del Consiglio ebraico), affinché fungesse da Sommo Sacerdote del tempio, e inizialmente anche un “Re degli Ebrei” (non Re di Giudea, in quanto paese), una persona gradita a Roma. Dal 36 al 4 a.C. il re fu Erode, discendente degli Edomiti convertitosi al giudaismo, scelto da due generali romani (legati al nome di Cleopatra): Marco Antonio e Ottaviano.

Erode lasciò un’eredità di strutture monumentali, inclusi anche l’ampliamento del Monte del Tempio e la fortezza di Masada, sul Mar Morto; obbedì anche ai desideri del governatore diventando di fatto vassallo di Roma.

Fu in una Gerusalemme ampliata e abbellita da costruzioni asmonee ed erodiache – straripante di pellegrini in occasione della Pasqua – che, secondo le datazioni accettate oggi, nel 33 a.C. fece il suo ingresso Gesù di Nazareth. In quel periodo gli Ebrei potevano avere solo autorità religiosa, un consiglio di settanta anziani chiamati i Sanhedrin; non c’era più un re ebraico; il paese, che non era più uno stato ebraico, bensì una provincia romana, era governato da Ponzio Pilato, arroccato nella Città della Antonia che si trovava accanto al tempio.

Crescevano intanto le tensioni fra il popolo ebraico e i Romani, padroni della terra, e sfociarono in una serie di rivolte sanguinose a Gerusalemme. Ponzio Pilato, arrivato a Gerusalemme nel 26 d.C., non fece altro che peggiorare le cose portando in città dei legionari con le loro insegne montate su aste e monete che recavano incise le immagini vietate nel tempio; gli Ebrei che facevano resistenza venivano impietosamente condannati alla crocifissione ed erano talmente numerosi che il luogo dell’esecuzione venne ribattezzato Golgota: “luogo dei teschi”.
Gesù era già stato a Gerusalemme:

«I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero» (Luca 2, 41-43).

Quando Gesù vi arrivò questa volta (con i suoi discepoli), la situazione non era certamente quella che ci si aspettava, di sicuro non quella promessa dalle profezie. Gli Ebrei devoti – come lo era certamente Gesù, – erano attaccati all’idea della redenzione, della salvezza da parte di un Messia, e il concetto di fondo era il legame speciale ed eterno fra Dio e la Casa di Davide. Era espresso in maniera particolarmente enfatica nel Salmo 89 (20-38) in cui Yahweh, parlando in visione ai suoi fedeli, disse:

Ho innalzato un eletto tra il mio popolo.
Ho trovato Davide, mio servo,
con il mio santo olio l’ho  consacrato …
Egli mi invocherà: Tu sei mio padre,
mio Dio e roccia della mia salvezza.
Io lo costituirò mio primogenito,
il più alto tra i re della terra.
Gli conserverò sempre la mia grazia,
la mia alleanza gli sarà fedele.
Non violerò la mia alleanza, non muterò la mia promessa.
In eterno durerà la sua discendenza,
il suo trono davanti a me quanto i Giorni del Cielo.

Il riferimento ai “Giorni del Cielo” non era forse un indizio, un collegamento fra la venuta di un Salvatore e la vaticinata Fine dei Giorni?

Non era il momento di vedere il compimento delle profezie? E così fu che Gesù di Nazareth, ora a Gerusalemme con i suoi dodici discepoli, decise di prendere in mano le cose: se la salvezza richiede un Consacrato della Casa di Davide, lui, Gesù, sarebbe stato quel Consacrato!

Il suo nome ebraico –Yehu-shuah (Giosuè) – significava salvatore di Yahweh; ed era anche della Casa di Davide, così come richiedeva la tradizione per il Messia,“il Consacrato”. I primi versi del Nuovo Testamento, nel Vangelo secondo Matteo, recitano: «Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo». Poi, lì e in altri punti del Nuovo Testamento, viene data la genealogia di Gesù attraverso le generazioni: quattordici generazioni da Abramo a Davide; quattordici generazioni da Davide all’esilio di Babilonia; e quattordici generazioni fino a Gesù.

Le nostre fonti per gli eventi che seguirono sono i Vangeli e gli altri libri del Nuovo Testamento. Sappiamo che le “testimonianze oculari” vennero scritte molto tempo dopo gli eventi; sappiamo che la versione codificata è il risultato di scelte operate durante una convocazione indetta dall’imperatore romano Costantino tre secoli dopo; sappiamo che i manoscritti “gnostici” come i documenti di Nag Hammadi o i Vangeli di Giuda danno versioni diverse che la Chiesa aveva buoni motivi per sopprimere; sappiamo anche – è un fatto accertato – che all’inizio esisteva una Chiesa di Gerusalemme guidata dal fratello di Gesù, solo ed esclusivamente per i fedeli ebrei, che fu assorbita, sostituita e infine eliminata dalla Chiesa di Roma, che si rivolgeva ai Gentili. Tuttavia noi seguiremo la versione “ufficiale” perché lega gli eventi della vita di Gesù a Gerusalemme ai precedenti secoli e millenni, come abbiamo sostenuto fin qui.

Per prima cosa dobbiamo eliminare qualsiasi dubbio – qualora esista – sulla presenza di Gesù a Gerusalemme nei giorni della Pasqua e che “l’Ultima Cena” fu, in realtà, un Seder. Matteo 26,2, Marco 14, 1 e Luca 22, 1 riferiscono le parole che pronuncia Gesù ai suoi discepoli al loro arrivo a Gerusalemme: «Voi sapete che fra due giorni è Pasqua»; «Mancavano intanto due giorni alla Pasqua»; «Si avvicinava la festa degli Azzimi, chiamata Pasqua». I tre vangeli, negli stessi capitoli, affermano che Gesù disse ai suoi discepoli di recarsi in una certa abitazione, dove sarebbero stati in grado di celebrare la cena di Pasqua che dava il via alla festa.

L’altro elemento da tenere in considerazione è Elia, l’araldo del Messia (Luca 1, 17 ha persino citato alcuni versetti importanti del libro del profeta Malachia). Secondo i Vangeli, le persone che udirono dei miracoli compiuti da Gesù – miracoli che erano così simili a quelli compiuti dal profeta Elia – si chiedevano se Gesù fosse in realtà Elia. Senza negare, Gesù sfidò i suoi discepoli più fidati: «E voi chi dite che io sia?». E Pietro rispose: «Tu sei il Cristo»( Marco 8, 28-29).

Se è così, dove era allora Elia, che doveva comparire per primo? Gesù rispose che Elia era già venuto.

E lo interrogarono:
«Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?»
Ed egli rispose:
«Sì, prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa …
Orbene, io vi dico
che Elia è già venuto.
(Marco 9, 11-13)

Si trattava di un’affermazione forte. Infatti, se Elia era ritornato sulla Terra, («è già venuto»), soddisfacendo i prerequisiti per la venuta del Messia, allora doveva presentarsi al Seder e bere dalla coppa di vino!

Come richiedevano le tradizioni, la Coppa di Elia, colma di vino, era stata posta sul tavolo dove Gesù e i suoi discepoli avrebbero celebrato il Seder. La cena cerimoniale è descritta in Marco, capitolo 14. Celebrando la cena, Gesù prese il pane azzimo (ora chiamato Matzoh) e lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli. «Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti» (Marco 14, 23).

Quindi, senza dubbio, la Coppa di Elia era lì, tuttavia Da Vinci scelse di non raffigurarla. In questo dipinto dell’Ultima Cena, che si basava sui passaggi del Nuovo Testamento, Gesù non tiene in mano la coppa e questa non è nemmeno posata sul tavolo. Vi è invece un inspiegabile vuoto alla destra di Gesù e il discepolo alla sua destra si sta scostando come per permettere a una persona invisibile di inserirsi fra di loro.

Da Vinci, esperto teologo, implicava forse che Elia – invisibile – era entrato attraverso le finestre aperte, alle spalle di Gesù, e aveva portato via la sua coppa? Il dipinto suggerisce forse il ritorno di Elia? Era arrivato l’araldo che avrebbe preceduto il Re Consacrato della Casa di Davide?

Questa ipotesi è confermata dall’episodio in cui Gesù, arrestato, viene portato davanti al governatore romano, che gli chiede: «Sei tu il re dei Giudei?» E Gesù gli risponde: «Tu lo dici» (Matteo 27, 11). Era inevitabile che venisse pronunciata la condanna a morte per crocifissione.

Quando Gesù sollevò la coppa di vino e pronunciò la benedizione, disse ai suoi discepoli, secondo il Vangelo di Marco (14, 24):«Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza». Se queste furono le sue parole esatte, di sicuro non intendeva dire che avrebbero dovuto bere il vino trasformato in sangue – una grave violazione a una delle proibizioni più sacre del giudaismo sin dai tempi remoti, “perché il sangue è l’anima”. Ciò che disse (o intendeva dire) era che il vino in questa coppa, la Coppa di Elia, era un’alleanza, una conferma della sua discendenza.

Il saccheggio degli oggetti rituali del tempio ad opera delle legioni romane

Da Vinci raffigurò in maniera convincente questo dettaglio, facendo sparire la coppa, presumibilmente portata via da Elia.

Nel corso dei secoli la coppa scomparsa è stato uno dei soggetti favoriti degli scrittori. Le storie poi si sono trasformate in leggende: l’hanno cercata i Crociati; l’hanno trovata i Cavalieri Templari; è stata portata in Europa… la coppa è diventata un calice; era il calice che rappresentava il Sangue Reale – Sang Real, in francese, diventando il San Greal, il Santo Graal.

O è vero forse il contrario, e cioè che non ha mai lasciato Gerusalemme?

Il giogo e la repressione di Roma degli Ebrei in Giudea – sempre più intensi – sfociarono nella più grande ribellione nei confronti di Roma; ci vollero i suoi migliori generali e le migliori legioni, nonché ben sette anni di combattimento per sconfiggere la piccola Giudea e raggiungere Gerusalemme. Nel 70 d.C., dopo un assedio prolungato e cruenti corpo a corpo, i Romani sfondarono le difese del tempio e il generale Tito ordinò di bruciare il tempio. Pur se la resistenza continuò altrove per altri tre anni, la grande rivolta ebraica era terminata.

I Romani, in trionfo, erano così esultanti da commemorare la vittoria con una serie di monete che annunciavano al mondo Judaea Capta – Giudea Catturata – ed eressero un arco per commemorare la vittoria a Roma, dove ritraevano il saccheggio degli oggetti rituali del tempio.

Ma in ogni anno d’indipendenza, le monete ebraiche erano state incise con la scritta “Anno Uno”, “Anno Due” ecc… “per la libertà di Sion”, utilizzando come decoro i frutti della terra. Inspiegabilmente, le monete degli anni due e tre recavano incise l’immagine di un calice…Il Santo Graal si trovava forse ancora a Gerusalemme?

Zecharia Sitchin (tratto da Il giorno degli dei)

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