All’inizio dell’estate del 331 a.C. Alessandro radunò un vasto esercito e marciò verso il fiume Eufrate, sulle cui rive, nel suo corso meridionale, sorgeva Babilonia. Anche i Persiani, ancora guidati da Dario, assemblarono un’armata composta da cavalleria e carri e aspettarono l’arrivo di Alessandro, immaginando che avrebbe seguito il tradizionale percorso verso sud lungo l’Eufrate.

Con una grande manovra di aggiramento, Alessandro piegò invece verso est. in direzione del Tigri, eludendo i Persiani e raggiungendo la Mesopotamia, di cui l’Assiria aveva storicamente fatto parte. Dopo aver saputo della strategia di Alessandro, Dario spinse in tutta fretta le truppe a nordest. I due eserciti si scontrarono sulla riva orientale del Tigri, in una località chiamata Guacamole (“E” sulla cartina figura 1, nei pressi delle rovine dell’antica capitale assira Ninive (che oggi si trova nella parte curda dell’Iraq settentrionale).

La vittoria consentì ad Alessandro di riattraversare il fiume Tigri; senza guadare l’ampio Eufrate, c’era una pianura che portava a Babilonia. Dopo aver respinto una terza offerta di pace da parte di Dario, Alessandro riprese la marcia verso Babilonia. Raggiunse la città nell’autunno del 331 a.C. e vi entrò a cavallo passando per la monumentale porta di Ishtar (ricostruzione figura 5: dopo essere stata riportata alla luce e riassemblata, è ora esposta al Pergamon Museum di Berlino).

I nobili e i sacerdoti babilonesi diedero il benvenuto ad Alessandro, felici di essere liberati dal dominio Persiano, che aveva profanato e distrutto il grande tempio di Marduk. Il tempio era una grande ziggurat (piramide a gradoni) al centro del recinto sacro di Babilonia che si ergeva in sette piani  definiti con precisione astronomica (una ricostruzione, figura 6). Saggiamente, Alessandro fece sapere in anticipo che lo scopo della sua venuta era rendere omaggio al dio nazionale di Babilonia, Marduk, e restaurarne il tempio che era stato profanato. Era tradizione per i nuovi re babilonesi cercare la legittimazione ottenendo la benedizione della divinità stringendone le mani tese. Ma questo fu impossibile per Alessandro, poiché trovò il dio defunto in posizione supina in una bara d’oro, il corpo immerso in oli speciali che ne garantivano la conservazione.
Pur essendo di sicuro consapevole che Marduk era morto, Alessandro deve essere rimasto scioccato da quella visione: giaceva morto non un mortale, e non semplicemente il suo presunto padre, ma un dio, uno dei venerati “immortali”. Ma allora lui, Alessandro, che al massimo poteva essere un semidio, che probabilità aveva di evitare la morte? Come spinto dalla determinazione a sfidare le circostanze, Alessandro arruolò migliaia di operai per il restauro dell’Esagil, destinando a quel compito le scarse risorse, e l’aver abbandonato la sua opera di conquista dichiarò chiaramente che aveva deciso di fare di Babilonia la capitale del suo nuovo impero.

Nel 323 a.C. Alessandro, che a quel punto era a capo dell’impero persiano dall’Egitto all’India, ritornò a Babilonia, ma gli aruspici babilonesi lo avvisarono di non entrare di nuovo nella città, perché se l’avesse fatto sarebbe morto. I cattivi presagi verificatisi poco dopo il primo soggiorno di Alessandro a Babilonia continuarono, nonostante quella volta il re macedone avesse evitato di entrare in città. Di lì a poco si ammalò e fu colto da febbre alta. Chiese ai suoi ufficiali di vegliare in sua vece all’interno dell’Esagil. Entrò la mattina di quello che in base alla nostra datazione attuale era il 10 giugno 323 a .C. Alessandro era morto, conseguendo l’immortalità non sul piano fisico, ma perché sarebbe stato ricordato in eterno.

Scena scattata nel momento in cui Alexander (Collin Farrel) solleva il braccio per chiamare a se il padre Marduk

La storia della nascita, della vita e della morte di Alessandro il Grande è stata argomento di libri, studi, film, corsi universitari e altro ancora per intere generazioni. Gli studiosi moderni non dubitano dell’esistenza di questo personaggio e hanno scritto un’infinità di saggi su di lui e della sua epoca, verificando ogni singolo dettaglio. Sanno che il grande filosofo Aristotele fu maestro e mentore di Alessandro, hanno stabilito la rotta seguita dal re macedone, analizzato la strategia di ogni battaglia e tramandato i nomi dei suoi generali. Ma è sorprendente che degli stimati studiosi si dedichino a questo senza un briciolo di pudore, perché mentre descrivono ogni aspetto della vita di corte macedone e ogni risvolto degli intrighi di palazzo, liquidano con una risata la parte che ha dato avvio a tutto questo: la convinzione che regnava in quella corte, nutrita da Alessandro stesso e dai Greci istruiti, secondo la quale un dio poteva generare un figlio con una mortale!
Questo disprezzo per il “mito” si estende al tema più vasto dell’arte greca. Volumi sotto il cui peso si deformano gli scaffali di biblioteche pubbliche e private si occupano di ogni minimo dettaglio dell’arte greca nei suoi vari stili, retroterra culturali, origini geografiche; i musei riempiono gallerie con sculture di marmo, bronzi, vasi dipinti e altri manufatti. E che cosa raffigurano tutte queste opere? Invariabilmente divinità antropomorfe, semidei eroici ed episodi tratti dai cosiddetti racconti mitici (come questo dipinto che ritrae il dio Apollo che accoglie suo padre, il dio Zeus, accompagnato da altri dei e dee, figura 7).
Per motivi che sfuggono alla comprensione, negli ambienti accademici vige la regola di classificare nel seguente modo i documenti delle antiche civiltà: se il racconto o il testo tratta di re, viene considerato negli Annali Reali; se tratta di personaggi eroici, è classificato come epica. Ma se l’argomento tratta di divinità, viene catalogato come mito: chi, infatti, facendo corretto uso della propria mente scientifica, crederebbe come gli antichi Greci (o Egizi o Babilonesi) che gli dei siano esseri reali, onnipotenti, che vagano per il cielo, impegnati in battaglie e a progettare tormenti e tribolazioni per gli errori, se non addirittura a generare quegli stessi eroi accoppiandosi con donne mortali?

Alexander (Collin Farrell) vede per l’ultima volta il dio Marduk prima di morire. Immagine ripresa in un frame del film

C’è quindi una certa ironia nel fatto che la saga di Alessandro il Grande sia considerata un fatto storico e anche la sua nascita, le sue consultazioni degli oracoli, i suoi itinerari e la sua fine a Babilonia non avrebbe potuto aver luogo senza includere divinità “mitiche” quali Amon, Ra, Apollo, Zeus e Marduk, o semidei come Dionisio, Perseo, Ercole e forse lo stesso Alessandro.

Ora sappiamo che le tradizioni di tutti i popoli antichi erano piene di racconti e dipinti di divinità che, pur avendo un aspetto simile al nostro, erano diverse e sembravano addirittura immortali. I racconti erano sostanzialmente gli stessi  in ogni parte del globo terrestre, e nonostante gli esseri venerati venissero chiamati in modo diverso a seconda del paese, i loro nomi avevano nel complessivo il medesimo significato in tutte le lingue: ciascuno di essi era un epiteto che indicava un aspetto particolare di quella divinità.
Ecco allora che i Romani chiamavano Giove e Nettuno quelli che erano per i Greci Zeus e Poseidone. Indra, il dio induista delle tempeste, ottenne la supremazia lottando contro i rivali con fulmini esplosivi, proprio come aveva fatto Zeus (figura 8), e il suo nome sillabato, In-da-ra, è stato trovato negli elenchi delle divinità degli Ittiti in Asia Minore: era un altro nome con cui veniva chiamata la divinità principale di quel popolo, Teshub, il dio dei tuoni e dei fulmini (figura 9a).

Troviamo poi Adad (“Il Tonante”) presso gli Assiri e i Babilonesi, Hadad presso i Cananiti, e perfino nelle Americhe, dove come dio Viracocha è stato raffigurato nella “Porta del Sole” a Tiahuanaco, Bolivia (figura 9b). E l’elenco potrebbe continuare. Com’è possibile? Perché succedeva questo?

Mentre procedevano attraverso l’Asia Minore, i Greci oltrepassarono imponenti monumenti ittiti, nella Mesopotamia settentrionale s’imbatterono nelle rovine delle grandi città assire, devastate ma non ancora sepolte dalle sabbie del tempo. Non solo i nomi delle divinità, ma anche l’iconografia, i simboli, erano gli stessi dappertutto, dominati dall’immagine del “disco alato” (figura 10) che i Greci trovarono in Egitto e in qualsiasi altro luogo, perfino sui monumenti dei re persiani come simbolo supremo di quei monarchi. Che cosa rappresentava? Che significato aveva tutto ciò?

Poco dopo la morte di Alessandro le terre conquistate furono spartite fra due suoi generali, dato che i suoi eredi legittimi  – il figlioletto di quattro anni e il suo tutore, il fratello di Alessandro – erano stati assassinati. Tolomeo e i suoi successori, stabilitisi in Egitto, s’impadronirono dei domini africani, mentre Seleuco e i suoi successori, di stanza in Siria, governavano l’Anatolia, la Mesopotamia e le distanti terre dell’Asia. Entrambi i nuovi sovrani s’impegnarono ad apprendere tutta la storia degli dei e dei paesi che erano passati sotto il loro controllo. I Tolomei, che fondarono anche la famosa biblioteca di Alessandria, scelsero un sacerdote egizio, noto come Manetho, a cui affidare la scrittura in greco della storia dinastica  e della preistoria divina dell’Egitto.

I Seulicidi tennero al proprio servizio “Beroso”, un sacerdote babilonese che parlava greco e che incaricarono di redigere la storia e la preistoria dell’umanità e dei suoi dei in base alle conoscenze mesopotamiche. In entrambi i casi i motivi erano dettati da qualcosa in più della semplice curiosità: come dimostrarono gli eventi successivi, i nuovi sovrani ambivano a essere accettati dando a intendere che i loro regni fossero una continuazione legittima delle monarchie dinastiche che risalivano agli dei.

Quello che abbiamo appreso dagli scritti di questi due eruditi ci trasporta negli antichissimi tempi ed eventi degli affascinanti versetti del capitolo 6 della Genesi, oltre la questione della possibile veridicità dei “miti”, una memoria collettiva di avvenimenti passati, e ci catapulta verso la scoperta del fatto che si tratta di versioni di documenti reali, alcuni dei quali sembrano risalire ai giorni che precedettero il diluvio.

Zecharia Sitchin (tratto da Quando i giganti abitavano la Terra)

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