Le Analogie fra i racconti di Beroso e quelli presenti nella Genesi saltano facilmente agli occhi, vanno oltre il tema del Diluvio e coincidono in molti dettagli.
Secondo Beroso il Diluvio ebbe luogo durante il regno del 10º sovrano antidiluviano, Sisitro, e iniziò nel mese di Daiso, che era il secondo mese dell’anno. Anche la Bibbia (Genesi 7,11) afferma che il diluvio si verificò «nell’anno 600º della vita di Noè, nel secondo mese», essendo Noè il 10º patriarca biblico antidiluviano (a partire da Adamo).

Come nel caso di Xisutro, Sisitro, anche Noè fu avvisato dal suo dio dell’arrivo imminente di una devastante valanga di acqua e ricevette istruzioni dettagliate per la costruzione di una nave a tenuta di acqua. Come Xisutro, anche Noè portò a bordo la sua famiglia, animali e uccelli. Quando le acque si placarono, entrambi liberarono degli uccelli per vedere se ricompariva la terra emersa (Noè inviò due uccelli, prima un  corvo e poi una colomba). L’imbarcazione di Sisitro si fermò “in Armenia” e l’arca di Noè sui “monti dell’Ararat”, che si trovano in Armenia.
Un altro evento importante è raccontato in modo simile sia dalla Bibbia che da Beroso: l’episodio della torre di Babele che ebbe come risultato la confusione delle lingue.

Nelle pagine precedenti abbiamo citato la versione di Beroso e anche la Bibbia inizia il racconto (in Genesi 11) dichiarando che a quei tempi «Tutta la terra aveva una sola lingua, le stesse parole». Allora gli uomini dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo». Beroso racconta la medesima cosa: uomini si misero a «erigere una torre alta e grande, cosicché potessero salire fino al cielo». Nella Bibbia Dio (Jahwe) «scese a vedere la città della torre che gli uomini stanno costruendo», ne fu turbato confuse la loro lingua affinché non comprendessero più l’uno la lingua dell’altro e «li disperse su tutta la terra». Beroso attribuisce la confusione delle lingue al Signore (“Belus”) e la dispersione del genere umano a una tromba d’aria usata dalla divinità.

Tali somiglianze significano che i capitoli iniziali della Genesi sono un lungo “frammento di Beroso” copiato dai compilatori della Bibbia ebraica? Probabilmente no, dal momento che tutta la parte della Torah della Bibbia ebraica, I primi cinque libri dalla Genesi al Deuteronomio, era già “sigillata”, canonizzata in una versione definitiva che da allora non è più stata cambiata, molto prima dell’epoca di Beroso.

È un fatto storico che la Bibbia ebraica fosse già nella sua versione “sigillata” quando i cinque libri della Torah e gli altri furono tradotti in greco in Egitto per ordine dello stesso Tolomeo Filadelfo (285-284 a.C.) che aveva incaricato Manetho di scrivere la storia egiziana. La traduzione, tuttora esistente e consultabile, è nota come la Septuaginta (Versione dei Settanta) perché fu eseguita da un gruppo di 70 studiosi. Un confronto fra il suo testo greco e la Bibbia ebraica non lascia dubbi sul fatto che quegli eruditi avessero già di fronte la versione canonizzata della Bibbia ebraica così come la conosciamo oggi, una Bibbia già nella sua forma definitiva prima dell’epoca di Beroso (e di Manetho).

Ma allora Beroso si è servito della Bibbia ebraica come fonte? Anche questo è improbabile. A parti i riferimenti ad alcuni dei “pagani” (Crono, Belus, Oannes, Shamash) che sono assenti nella Bibbia monoteistica, molti dettagli presenti nei suoi scritti non compaiono nella versione biblica, ragion per cui le sue fonti devono essere state altre. Una differenza molto significativa si trova nel racconto della creazione dell’uomo, caratterizzata da terrificanti contrattempi nella versione di Beroso, in contrasto con la tranquilla versione della Bibbia («Sia fatto l’uomo»).

Ci sono differenze nei particolari perfino laddove le due versioni coincidono, come per quanto riguarda le dimensioni della nave nella storia del Diluvio o, ancor più importante, le persone che furono prese a bordo per essere salvate. Alcune di queste differenze non sono irrilevanti: secondo Beroso, oltre alla famiglia di “Noè” erano stati imbarcati anche parecchi suoi amici, come pure un esperto timoniere. Non così nella Bibbia, che elenca solo Noè, sua moglie, i loro tre figli e le rispettive spose. Non è una questione di poca importanza: se è vero, allora l’umanità postdiluviana non deriva a livello genetico e genealogico solo da un Noè e dai suoi tre figli.

Nella Bibbia manca del tutto il racconto di Oannes, il dio travestito da pesce che usciva dall’acqua per trasmettere la civiltà al genere umano, e non c’è neppure alcun riferimento a una città antidiluviana di nome Sippar (“la città del dio Sole Shamash”) in cui custodire «ogni scritto disponibile». Sostenendo che i documenti «dell’inizio, del progresso e della fine» non solo erano esistiti, ma erano stati nascosti per essere preservati ed erano stati recuperati dopo la ricostruzione di “Babilonia”, Beroso avrebbe potuto cercare di legittimare la sua versione di avvenimenti preistorici, ma anche lasciato intendere che quei documenti del passato contenessero degli indizi per il futuro, quella che la Bibbia è anche noi oggigiorno chiamiamo “la fine dei giorni”. Nonostante il tema del collegamento tra futuro e passato faccia parte della profezia biblica, nella Bibbia viene citato per la prima volta in riferimento a Giacobbe, ben dopo il Diluvio.

La conclusione logica che sia gli autori della Genesi che Beroso abbiano avuto accesso alla medesima fonte di ispirazione o a informazioni simili, che ciascuno ha usato selettivamente, è stata confermata dall’archeologia. Ma in una simile conclusione, sia le analogie che le differenze ci riportano al punto di partenza, gli enigmatici versetti del capitolo 6 della Genesi: chi erano i Nefilim? Chi erano i figli degli dei? E chi era in realtà Noè?

L’arca di Noè

Nel testo sumero una nave di Ziusudra era definita Ma.gur.gur, una “nave in grado di capovolgersi e ruotare”. Nei testi accadici veniva chiamata Tebitu, con la T dura, intendendo una nave sommergibile, mentre il redattore biblico con un sola T morbida, chiamandola Teba, cioè “scatola” (da qui il termine “arca” nelle traduzioni). In tutte le versioni di imbarcazione era sigillata ermeticamente con il bitume ma avevo una porta apribile.

Secondo l’epopea di Gilgamesh, la nave che Utnapishtim, il nome accadico dell’eroe del Diluvio, ricevette istruzioni di costruire era lunga 300 cubiti (circa 160 m), larga 120 cubiti (circa 64 m) in cima e aveva un “parapetto” (altezza) di 120 cubiti diviso in 7 livelli da 6 ponti, «un terzo di essa al di sopra della linea di galleggiamento».

Anche Genesi 6,15 riferisce una lunghezza di 300 cubiti, ma solo 50 cubiti (circa 27 m) di larghezza e solo 30 cubiti (circa 16 m) di altezza, e solo tre piani (compreso quello superiore coperto da tetto).

All’inizio del XX secolo, gli esegeti della Bibbia fecero dei confronti con le più grandi navi passeggeri a loro note:

  • la Great Eastern, costruita nel 1858, era lunga 207 m, 25 e profonda    14,6
  • la City of Rome, costruita nel 1881, misurava rispettivamente 170, 16 e 11 metri
  • il famoso Lusitania, del 1907, misurava rispettivamente 232, 27 e 17 metri
  • il suo gemello Mauritania fu il primo piroscafo dotato di otto ponti.

Quelle moderne proporzioni fra lunghezza, larghezza e altezza sembrano coincidere maggiormente con la descrizione biblica: l’arca di Noè era lunga come la City of Rome, larga come la Great Eastern e alta come il Lusitania.
Nel suo studio del 1927 dal titolo The Ship of the Babylonian Noah, l’assiriologo Paul Haupt proposito il seguente disegno basato sui vari testi antichi.
Zecharia Sitchin (tratto da Quando i giganti abitavano la Terra)

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