La decifrazione della scrittura geroglifica egizia fu decisamente facilitata dalla scoperta fortuita, nel corso della spedizione napoleonica in Egitto nel 1799, della stele di Rosetta, una lastra di pietra del 196 a.C. (oggi esposta al British Museum, figura 14) su cui era inciso un proclama reale tolemaico in tre lingue: geroglifici egizi, una tarda grafia corsiva egizia chiamata demotico e greco. Fu la parte greca a servire da chiave per svelare i segreti del linguaggio e della scrittura dell’antico Egitto.

Nel Vicino Oriente antico non c’è stata nessuna “stele di Rosetta”, nessuna scoperta decisiva di una lastra: il processo di scoperte è stato lungo e noioso, ma anche le altre forme di iscrizione multilingue hanno fatto andare avanti la decifrazione. I progressi sono stati fatti soprattutto quando ci si è resi conto che la Bibbia, quella ebraica, era una chiave per decodificare quelle misteriose scritture. Nel momento in cui si è arrivati alla decifrazione, sono stati portate alla luce non sono parecchie lingue, ma anche molti antichi imperi, di cui uno è estremamente sorprendente.
Affascinati dai racconti di Alessandro il Grande e le sue conquiste, che venivano ingigantiti con il passare dei secoli, i viaggiatori europei si avventuravano fino alla lontana Persepoli (in greco, “Città dei Persiani”), dove si trovavano ancora i resti di palazzi, porte, scalinate processionali e altri monumenti (figura 15).

Le linee incise visibili (che poi si rivelarono iscrizioni) furono dapprima scambiate per una forma di disegno decorativo. Nel 1686 un visitatore delle rovine del sito reale persiano (Engelbert Kampfer) descrisse quei segni come “cuneati” (a forma di cuneo, figura 16) e da allora il termine “cuneiforme” designa quella che nel tempo è stata riconosciuta come scrittura linguistica.

La variazione della scrittura cuneiforme su alcuni monumenti diede origine all’idea che, come in Egitto, anche i proclami reali persiani, un impero che inglobava molti popoli diversi, potessero essere emanati in diverse lingue.

Vari resoconti di viaggiatori concentrarono ulteriormente l’attenzione su alcune iscrizioni persiane multilingue. La più importante fu scoperta in un sito che attualmente si trova nell’Iran settentrionale.

Nel 1835, mentre viaggiava attraverso zone remote del vicino oriente un tempo dominate dai persiani, l’inglese Henry Rawlinson si imbattè in un’iscrizione su alcune rocce inaccessibili in una località chiamata Bisotun.

Il nome significa “luogo degli dei” e l’enorme iscrizione commemorava una vittima reale ed era dominata da un Dio che si vibrava all’interno dell’onnipresente disco alato (figura 17).

Il dipinto era accompagnato da lunghe iscrizioni che, dopo essere state decifrate da Rawlinson e altri, risultarono essere un documento trilingue del re persiano Dario I (un predecessore, vissuto un secolo e mezzo prima, di Dario III che combatté contro Alessandro).

Col tempo ci si rese conto che una delle lingue di Bisotun, chiamata antico persiano, somigliava al sanscrito, la lingua madre “Indo-europea”. Si è trattato di una scoperta che ha aperto la strada alla decifrazione dell’antico persiano, dopodiché si scoprirono l’identità e il significato delle altre due lingue. Una fu in seguito identificata come l’elamitico, il cui uso nell’antichità era limitato alle parti meridionali di quello che oggi è l’Iran.

La terza coincideva con gli scritti trovati a Babilonia: classificata come “semitica”, apparteneva a un gruppo che comprendeva anche gli Assiri e i Cananiti, la cui lingua madre era chiamata “accadico”. Il fattore comune a tutte delle lingue di Besotun era l’uso della medesima scrittura cuneiforme, in cui ogni segno esprime un’intera sillaba e non una singola lettera. In un monumento si aveva un esempio della confusione delle lingue…

L’ebraico, la lingua della Bibbia, apparteneva al gruppo delle lingue “semitiche” che derivavano dalla lingua “accadica”. In questo caso il fatto che solo l’ebraico sia rimasto una lingua parlata, letta e scritta nel corso delle varie epoche è stato la chiave rivelatrice, al punto che i primi studi eruditi del babilonese e dell’assiro (due lingue “accadiche”) fornirono elenchi di parole che davano i loro significati simili in ebraico ed elenchi di disegni cuneiformi comparati ai loro equivalenti nella scrittura tradizionale ebraica (figura 18, da Assyrian Grammar del Rev. A.H. Sayce, 1875).

Tra il XVII e il XVIII secolo svariati viaggiatori hanno portati in Europa notizie di interessanti rovine della grande piana fra il Tigri e l’Eufrate (da cui il nome Mesopotamia “Terra fra due fiumi”). Poi le ipotesi che quelle rovine corrispondessero alla Babilonia e alla Ninive di biblica fama (e collera) provocò un interesse più attivo.

La consapevolezza che persone del XIX secolo d.C. fossero in grado di leggere iscrizioni di individui di un’epoca anteriore alla Grecia e alla Persia, iscrizioni dell’epoca della Bibbia, spostò l’interesse alle terre bibliche a livello geografico e a secoli molto anteriori a livello cronologico.
In alcune di quelle rovine furono trovati iscrizione in caratteri cuneiformi su tavolette piatte, manufatti di argilla indurita, prevalentemente ma non sempre di forma quadrata od oblunga, in cui carattere rossa di incisi quando l’argilla ancora umida e morbida (figura 19).

Curiosi di ciò che quelle tavolette rappresentavano e dicevano, i consoli europei di stanza in varie parti dell’impero ottomano furono niente di più di quella che oggi può essere considerata la moderna archeologia del Vicino Oriente, che ebbe inizio in Iraq nel 1811 con gli scavi dell’antica Babilonia a sud di Bagdad. (per uno scherzo del destino, fra le tavolette di argilla scoperte tra le rovine di Babilonia ce n’erano parecchie le cui iscrizioni cuneiforme registravano pagamenti in monete d’argento fatti da Alessandro per i lavori di sgombero dei detriti del tempio Esagil).

Nel 1843 Paul Emile Botta, console francese a Mossul, una città che oggi si trova nella zona settentrionale curda, in quella che a quei tempi era la Mesopotamia governata dagli ottomani, iniziò gli scavi di un’antica fonte di tavolette di argilla in un tell (antico termine per collina) vicino a Mossul.

Il sito prendeva il nome di Kuyunjik da un villaggio vicino, un tell contiguo era chiamato Nebi Yunnus (“profeta Giona”) dagli arabi locali. Botta abbandonò il sito dopo gli improduttivi tentativi iniziali. Tre anni dopo, per non essere da meno dei francesi, l’inglese A. Henry Layard assunse il controllo del sito. Le due colline, in cui Layard ebbe più successo di Botta, risultarono essere l’antica capitale assira Ninive, ripetutamente citata nella Bibbia, secondo il racconto biblico di Giona e la balena era la destinazione del profeta.

Botta ebbe successo più a nord, presso un sito chiamato Khorsabad, dove scoprì la capitale del re assiro Sargon II (721-705 a.C.) e del suo successore, il re Sennacherib (705-681 a.C.). Layard ottenne la fama come scopritore di Ninive e di un altro sito chiamato localmente Nimrud, della città reale assira Kalhu (chiamata Calah nella Bibbia). Senza contare Babilonia, le scoperte dei due fornirono per la prima volta delle prove tangibili relative all’eroe Nimrod, alla Siria e alle sue principali città che convalidava la versione della Bibbia:

Fu il primo eroe sulla terra.
Gli inizi del suo regno
furono Babele, Eric e Accad,
Tutte nella terra di Sennaar.
Da quella regione uscì Assur,
dove fu costruita Ninive, una città dalle larghe strade,
e Calah, e Rosen, la grande città
situata fra Ninive e Calah.

A Khorsabad, fra i magnifici rilievi sulle pareti che celebravano Sennacherib e le sue conquiste, durante gli scavi furono scoperti vari pannelli che raffiguravano il suo assedio alla città fortificata di Lachish in Giudea (nel 701 a.C.). La Bibbia (Il Re e Isaia) accenna a quell’assedio (in cui Sennacherib riportò la vittoria), come pure al suo assedio fallito di Gerusalemme. Le scoperte di Layard includevano una colonna di pietra del re assiro Shalmaneser III (858-824 a.C.) che descriveva, in un testo in un disegno inciso, la sua cattura del re d’Israele Jehu (figura 20), un evento riferito nella Bibbia (Il Re, II Cronache).

Dovunque venissero fatte, sembrava che le scoperte portassero alla luce la veridicità della Bibbia.
(Per un altro scherzo del destino, i siti di Layard, Nimrud e Ninive, erano sulle sponde opposte dell’ansa del fiume dove Alessandro aveva attraversato il Tigri e inferto il colpo finale all’esercito persiano).
Sul finire del XIX secolo, Mentre le avvisaglie della conflagrazione nota come Prima Guerra Mondiale si facevano più minacciose, i Tedeschi entrarono nella gara archeologica (con le sue ramificazioni di cartografia, spionaggio e clientelismo). Aggirando i Francesi e gli Inglesi, assunse il controllo di siti più a sud, scoprendo a Babilonia (sotto il comando di Robert Koldwewy) la maggior parte del recinto sacro, il tempio ziggurat Esagil e la grande via processionale con le sue varie porte, fra cui quella di Ishtar (figura 5).

Più a nord Walter Andrae riportò alla luce l’antica capitale assira Ashur, che portava lo stesso nome dell’Assiria e del suo dio nazionale Ashur (Resen, che veniva citata nella Genesi e il cui nome significava “briglia del cavallo”, risultò essere stata un sito in cui venivano allevati cavalli).

Le scoperte assire non si limitarono ad avvalorare l’attendibilità storica della Bibbia: anche l’arte e l’iconografia sembravano confermare altri aspetti delle Sacre Scritture.
I rilievi sulle pareti a Khorsabad e a Nimrud raffiguravano “angeli” alati (figura 21) simili ai custodi divini descritti nella versione profeta Isaia (6.2) o a quelli della visione profeta Ezechiele (1,5-8, dove ciascuno aveva quattro uguali ma anche quattro facce, su ciascuna delle quali vi era un’aquila).

Le sculture e gli affreschi scoperti sembravano anche suffragare alcune dichiarazioni attribuite a Beroso riguardo a quella che oggi verrebbe definita “bioingegneria malriuscita”: uomini con le ali, tori con teste umane e via di seguito (come già citato in pagine precedenti).

A Ninive e a Nimrud gli ingressi dei palazzi reali erano fiancheggiati da colossali sculture in pietra di tori e leoni della testa umana (figura 22), e sui rilievi delle pareti c’erano immagini di esseri divini travestiti da pesci (figura 23), proprio l’immagine di Oannes esattamente come l’aveva descritto Beroso.

Anche se all’epoca in cui Beroso scriveva erano passati quasi quattro secoli da quando Ashur, Ninive e altri centri assiri erano stati vinti e distrutti, e circa tre secoli da quando la medesima sorte aveva colpito Babilonia, le rovine ancora visibili senza necessità di effettuare scavi, con le sculture e bassorilievi alla portati di tutti che illustrano ciò di cui parlava Beroso. Gli antichi monumenti confermavano letteralmente suoi scritti.

Zecharia Sitchin (tratto da Quando i giganti abitavano la Terra)

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