Ma con il dissotterramento dello splendore, dei tesori dell’arte esagerata della Siria e di Babilonia, le scoperte più importanti furono le innumerevoli tavolette di argilla, molte assemblate in vere proprie biblioteche, dove la prima tavoletta su uno scaffale conteneva l’elenco i titoli di tutte le altre disposte sul medesimo ripiano. In tutta la Mesopotamia, in realtà in tutto il Vicino Oriente antico, in pratica ogni centro urbano di una certa importanza era dotato di una biblioteca che faceva parte del Palazzo Reale o del tempio principale o di entrambi. Ormai sono state trovate migliaia migliaia di tavolette di argilla (o loro frammenti), che giacciono perlopiù, non tradotte, negli scantinati dei musei e delle università.

Fra le principali biblioteche scoperte, la più importante era quella trovata da Layard in mezzo alle rovine di Ninive: la grande biblioteca del re Assurbanipal (figura 24, dai suoi monumenti, 668-631 a.C.), che conteneva più di 25.000 (!) tavolette di argilla. I testi che vi erano incisi, tutti in caratteri cuneiformi, andavano dagli annali reali e dai documenti delle relazioni degli operai ai contratti commerciali e ai documenti di matrimonio e divorzio, e comprendevano testi letterari, racconti storici, dati astronomici, previsioni astrologiche, formule matematiche, liste di parole, elenchi geografici, e poi c’erano tavolette con quelli che gli archeologi classificavano come “testi mitologici”, testi che trattavano di varie divinità, della loro genealogia, dei loro poteri e delle loro imprese.

Si scoprì che Assurbanipal non solo raccolse e riportò a Ninive questi testi storici e mitologici da ogni angolo del suo impero, ma assoldò anche una folta schiera di scribi con il compito di leggere, selezionare, preservare, copiare tradurre in accadico i più importanti (nei dipinti gli scribi assiri appaiono vestiti come dignitari, il che attesta il loro status).

La maggior parte delle tavolette scoperta a Ninive fu ripartita fra le autorità ottomani di Costantinopoli (l’odierna Istanbul) e il British Museum di Londra; alcune tavolette imparentate con queste finirono nei principali musei della Francia e della Germania. A Londra, Il British Museum assunse un giovane incisore di banconote e “assiriologo” dilettante di nome George Smith affinché aiutasse a mettere in ordine le tavolette cuneiformi.

Dotato di un’eccellente capacità nel riconoscere una particolare caratteristica delle linee cuneiformi, Smith fu il primo a rendersi conto che vari frammenti di tavolette appartenevano alla stessa serie e formavano una narrazione continua (figura 25). Ce n’era uno su un eroe e un diluvio, un’altra sugli dei che avevano creato il Cielo, la Terra e anche l’uomo. In una lettera all’editore su questo argomento pubblicata in un quotidiano inglese, Smith fu il primo ad attirare l’attenzione sulle similitudini fra i racconti di quelle tavolette e le storie bibliche contenute nella Genesi.

George Smith

Dei due antichi intrecci, quello delle grandi ramificazioni religiose era simile al racconto biblico della Creazione. Si dà il caso che gli studi in quella direzione fossero sotto il controllo di una serie di studiosi non in Inghilterra ma in Germania, dove “assiriologi” pionieristici come Peter Jensen (Kosmologie der Babylonier), Hermann Gunkel (Schöpfung und Chaos) e Friederich Delitzsch (Das babylonische Weltschöpfungsepos) utilizzarono ulteriori scoperte fatte dagli archeologi tedeschi per formare un testo più coerente comprendente lo scopo religioso, filosofico e storico.
Al British Museum di Londra, oltre alle tavolette messe insieme da Smith c’erano nuove scoperte fatte da un aiutante di Layard, Hurmuzd Rassam, a Ninive e Nimrud. Seguendo il filo conduttore della creazione, Leonard W.King, curatore delle antichità egizie babilonesi presso il museo, scoprì che un’autentica epopea della creazione era in realtà incisa su non meno di sette tavolette. Il suo libro del 1902, The Seven Tablets of Creation, giungeva alla conclusione che in Mesopotamia era esistito un “testo standard” che, come la Genesi, forma un racconto sequenziale della Creazione (dal Caos a un Cielo e a una Terra, e poi sulla Terra da raduno delle acque alla creazione dell’uomo) ma nel corso dei sei giorni biblici più quello di autogratificazione, ma su sei tavolette una settimana a scopo laudatorio.

L’antico titolo del racconto, che coincideva con le sue parole di apertura, era Enuma Elish (“Quando in alto”). Tavolette provenienti da vari siti sembravano avere testi identici, a eccezione del nome con cui veniva chiamata la divinità creatrice (per gli Assiri era Ashur e per i Babilonesi Marduk), il che lasciava intendere che fossero tutte interpretazioni adattate da un’unica versione canonica in accadico. Tuttavia, l’occasionale mantenimento di alcuni termini strani e nomi di divinità celesti coinvolte negli eventi, quali per esempio Tiamat e Nudimmud, faceva ipotizzare che la versione originale non fosse stata in accadico assiro-babilonese, Ma in qualche altra lingua sconosciuta. Era evidente che che la ricerca delle origini è appena agli inizi.

Torniamo all’Inghilterra vittoriana e a George Smith: lì a quei tempi era l’altro intreccio, il racconto del diluvio e di un “Noè” non biblico, a catturare l’immaginazione popolare. Concentrando l’attenzione su questo argomento, il prolifico George Smith, analizzando migliaia di frammenti di tavolette provenienti da Ninive e Numrud e unendo le varie parti, annunciò che appartenevano a un lungo racconto epico su un errore che aveva scoperto il segreto del Diluvio universale. Smith lesse i tre segni cuneiformi che nominavano l’eroe come Iz-Du-Bar e suppose che si trattasse realtà del biblico Nimrod, il “valente cacciatore” che secondo il racconto della Genesi aveva fondato i regni assiri, in linea con Nimrud, il nome dell’antico sito in cui erano state trovate alcune di quelle tavolette.

La lettura dei frammenti operata da Smith, che indicava l’esistenza di una storia assira del Diluvio che coincideva con quello della Bibbia, provocò una tale eccitazione che il quotidiano londinese The Daily Telegraph offrì un premio di 1000 ghinee (una ghinea valeva più della sterlina) a chiunque avesse portato alla luce frammenti mancanti per completare quell’antica storia. Lo stesso Smith raccolse la sfida: andò in Iraq, cercò i siti e ritornò con 384 nuovi frammenti di tavolette che permisero di assemblare e ordinare in successione tutte e 12 (!) le tavolette del racconto epico, compresa la decisiva “Tavoletta del Diluvio”, la tavoletta XI (figura 26). (Per quanto riguarda il premio, fu il museo a intascarlo con gratitudine, dichiarando che Smith si era recato in Iraq mentre era alle sue dipendenze…).

Si può solo immaginare l’eccitazione legata alla scoperta del racconto del Diluvio e di Noè contenuto nella Bibbia ebraica scritto in altre lingue antiche non collegate alla Bibbia, un testo di quella che da allora è nota come l’Epopea di Gilgamesh (il nome detto inizialmente come “Izdubar” fu in seguito abbandonato in favore di quello corretto, Gilgamesh). Ma l’euforia non era priva di problemi, fra cui la varietà di divinità coinvolte nell’evento, a differenza della Bibbia che aveva un solo Jawhe.
Per la confusione degli studiosi, un re di nome Gilgamesh non era elencato da nessuna parte come sovrano assiro o babilonese. I ricercatori scoprirono che l’eroe Gilgamesh veniva identificato nelle primissime righe della tavoletta I come re di Uruk, in base al testo era una città dalle ampie mura e dai grandi bastioni. Ma né a Babilonia né in Assiria si trovava un sito antico che avesse quel nome. Quando il racconto fu assemblato, ci si rese conto che Gilgamesh non era l’eroe del Diluvio. Essendo «per due terzi divino», le sue avventure erano legate alla ricerca dell’immortalità, e fu nel corso di quella ricerca di sentire il racconto del Diluvio da un personaggio di nome Utnapishtim, un “Noè” mesopotamico che era effettivamente sopravvissuto alla catastrofe. Ma allora, si chiedevano gli studiosi e la stampa, chi era Gilgamesh se non era né il Noè biblico né il Nimrod biblico/assiro?

Nel 1876 Smith riassunse le sue varie scoperte in un libretto intitolato The Chaldean Account of Genesis. Era il primo libro che pubblicava gli antichi testi scoperti in Mesopotamia e li confrontava con i racconti biblici della Creazione e del Diluvio. Fu anche l’ultimo libro di Smith, che morì quello stesso anno alla giovane età di 36 anni. Va comunque ricordato che furono l’ingenuità e le scoperte di questo conoscitore autodidatta dell’accadico a fornire le basi per migliaia di studi successivi.

Quegli studi scoprirono anche l’esistenza di un altro racconto del Diluvio, più di prima mano. La sua importanza per la nostra ricerca è data dal fatto che era probabilmente stato una delle fonti di Beroso. Anticamente intitolato, come di consueto, con le sue parole iniziali Inuma ilu awilum (“Quando gli dei [erano] come uomini”), è poi diventato noto come Epopea di Atrahasis, dal nome dell’eroe che racconta in prima persona la storia del Diluvio, diventando così il “Noè” di quella versione. È Noè in persona che parla!

Per ragioni non chiare, ci vuole del tempo prima che l’attenzione degli studiosi si concentrasse su questo testo fondamentale, cruciale perché in esso Atrahasis (“il grande saggio”) ci racconta che cosa ha preceduto il Diluvio, che cosa l’ha provocato e che cosa è successo dopo. Nell’assemblaggio delle tre tavolette del testo, un frammento segnato con “S” è stato fondamentale per l’identificazione del nome Atrahasis: la “S” stava per Smith, colui che prima di morire aveva trovato la chiave per un altro sorprendente racconto “babilonese” di dei, uomo e Diluvio. Per quanto riguarda il nome dell’eroe, è stato suggerito che quasi certamente Atrahasis, trasposto come Hasis-astra, forse il Sisitro dei Frammenti di Beroso, il 10º sovrano antidiluviano nella cui epoca ebbe luogo il Diluvio, proprio come Noè era il 10º antenato biblico nella linea genealogica di Adamo!
(Questa trasposizione di nome è uno dei motivi per cui Beroso viene collegato al testo di Atrahasis. Un altro è il fatto che solo in questa versione mesopotamica del racconto del Diluvio si accenna all’episodio, citato da Beroso, dei concittadini che mettono in discussione la costruzione dell’imbarcazione).

Il tutto aveva un che di miracoloso: passando temporalmente dal Beroso babilonesi del III secolo a.C. al XIX secolo, l’uomo occidentale che credeva nella Bibbia aveva realmente in mano «un testo ebraico del diluvio scritto in cuneiforme» (come una pubblicazione dell’Università di Yale l’aveva chiamato nel 1922, figura 27), inciso su una tavoletta proveniente da una biblioteca assira del VII secolo a.C.. Era un incredibile collegamento temporale di almeno 2600 anni, ma anche quello risultò essere solo una tappa provvisoria e secondaria nella marcia a ritroso nella storia.

Ancora una volta, questo testo assiro sembrava avere una versione babilonese simile o parallela. Anch’esso conteneva vocaboli, nomi sconosciuti, di certo non di provenienza semitico-accadica: dei chiamati Enlil, Enki e Ninurta, dee chiamate Ninti e Nisaba, gruppi divini chiamati Anunnaki e Igigi, un luogo sacro di nome Ekur. Da dove venivano?

La confusione aumentò ulteriormente quando si venne a sapere che una tavoletta parziale di Atrahasis giunta in qualche modo alla biblioteca privata di J.Pierpont Morgan a New York City nel 1897 circa conteneva un “colophon” (un’annotazione dello scriba) che la datava al secondo millennio a.C.. Gli assiriologi si trovavano a questo punto di fronte a un salto indietro di 3500 anni!
I tentativi di mettere insieme un testo il più possibile completo partendo dalle varie tavolette e da parecchie interpretazioni ebbero come risultato la scoperta nel British Museum e nel museo dell’Antico Oriente di Istanbul, Turchia, di tutte e tre le tavolette (seppur parzialmente rotte) Di quella versione babilonese di Atrahasis. Fortunatamente, in ognuna di esse era conservata la dichiarazione dello scriba che riferiva nome, titolo e data di ultimazione della tavoletta (come questa che si trova alla fine della prima):

Tavoletta 1. Quando gli dai [erano] come uomini.
Numero di righe 416.
[Copiata] da Ku-Aya, giovane scriba.
Mese di Nisan, giorno 21,
[dell’] anno in cui Ammi-Saduka, il re,
fece una statua di se stesso.

Anche le tavolette II e III erano firmate dallo stesso scriba e indicavano come data un particolare anno nel regno del re Ammi-Saduka. Non era un materiale sconosciuto: Ammi-Saduka apparteneva alla famosa dinastia di Hammurabi di Babilonia, dove regnò dal 1647 al 1625 a.C.
Così questa versione babilonese del racconto del Diluvio/di Noè era 1000 anni più vecchia di quella assira di Assurbanipal, ed era anch’essa una copia. Di quale originale?
Gli increduli studiosi avevano le risposte proprio davanti a loro. Su una delle sue tavolette Assurbanipal si vantava in questo modo:

Il dio degli scribi mi ha concesso il dono della conoscenza della sua arte.
Sono stato iniziato i segreti della scrittura.
So perfino leggere le complicate tavolette nella lingua di Shumer.
Comprendo le parole enigmatiche incise nella pietra fine dei giorni che precedettero il Diluvio.

Oltre ad aver rivelato l’esistenza di un “dio degli scribi”, qui c’era una conferma da parte di una fonte indipendente, secoli prima di Beroso, dell’evento del Diluvio, con in più il dettaglio che erano esistite “parole enigmatiche” conservate in incisioni su pietra «fin dai giorni che precedettero il Diluvio», una dichiarazione che coincide e avvalora l’affermazione di Beroso che il Dio Crono «rivelò a Sisitro che ci sarebbe stato un Diluvio… e gli ordinò di nascondere a Sippar, la città del Dio Shamash, ogni scritto disponibile». E poi c’è il vanto orgoglioso nella dichiarazione di Assurbanipal di saper «perfino leggere le complicate tavolette nella lingua di Shumer».

Shumer? I perplessi studiosi, che erano riusciti a decifrare il babilonese, l’assiro, Il persiano antico e il sanscrito, si chiedevano di che cosa parlasse Assurbanipal. Ci si rese conto che la risposta è stata fornita dalla Bibbia sin dal principio. Fino ad allora i versetti in Genesi 10,8-12 sui domini del valente eroe Nimrod avevano ispirato i decifratori di quelle antiche lingue a chiamare “accadico” la lingua madre di Babilonesi e Assiri, ed erano serviti da mappa per gli archeologi dediti agli scavi. Ora quei versi che arrivano anche mistero di Shumer:

Fu il primo eroe sulla terra.
Gli inizi del suo regno furono Babele, Erec e Accad,
tutte nella terra di Sennaar.

Sumer (o più correttamente Shumer) era la biblica Sennaar, la terra ai cui colonizzatori dopo il Diluvio cercarono di costruire una torre la cui cima arrivasse fino al cielo. Divenne chiaro che la ricerca di Noè doveva dirigersi a Shumer, la Sennaar biblica, un paese indubbiamente antecedente alle capitali Babilonia, Assiria e Accad riportate alla luce. Ma che paese era, E dove si trovava?

Il Diluvio

L’idea che si ha comunemente del Diluvio biblico (Mabul in ebraico, dall’accadico Abubu) è quella di una pioggia torrenziale che si rovescia inondando, sommergendo spazzando via tutto quello che si trova sul terreno sottostante. In effetti la Bibbia (Genesi 7,11-12) afferma che il diluvio ebbe inizio quando «tutte le fonti del grande abisso irruppero». Fu solo in seguito (o come risultato) che «le cateratte del cielo si aprirono e la pioggia cadde sulla terra per 40 giorni e 40 notti». Il diluvio ebbe termine in una sequenza analoga (Genesi 8,2-3), quando dapprima «le fonti dell’abisso» e poi «le cateratte del cielo» si chiusero.

I vari documenti mesopotamici del diluvio lo descrivono come una valanga di acque crescenti che si scatenarono dal sud, inondando sommergendo tutto a mano che avanzavano. La versione accadica (tavoletta XI di Gilgamesh) dice che la prima manifestazione del Diluvio fu «una nuvola nera che saliva dall’orizzonte», seguite da tempeste che «strapparono i pali e abbatterono gli argini». «La tempesta del sud soffiò per un giorno, sommergendo le montagne, abbattendosi sulla gente come una battaglia… sette giorni e [sette] notti soffiò il vento del Diluvio e la tempesta del sud spazzò il paese… e tutta la terra fu sommerso come un vaso».

Il racconto sumerico del Diluvio si parla di venti mugghianti, ma non di pioggia: «Tutte le tempeste di vento, estremamente violente, attaccarono come se fossero una sola… Per sette giorni e sette notti il Diluvio (A.ma.ru) devastò la terra, e la grande imbarcazione fu sballottata dalle tempeste di vento sulle vaste acque».

Nel mio libro Il pianeta degli dei e in altri, scritti successivamente, avevo ipotizzato che “il grande abisso” da cui aveva avuto origine la “tempesta del sud” fosse l’Antartide e che il Diluvio fosse un’enorme onda di marea prodotto dallo slittamento della coltre di ghiaccio al largo dell’Antartide, Che causò la fine improvvisa dell’ultima era glaciale circa 13.000 anni fa (vedi anche figura 43).

Zecharia Sitchin (tratto da Quando i giganti abitavano la Terra)

Lascia un commento