Oggi sappiamo che la Sumeria è stata la terra di un popolo abile e ingegnoso in quello che attualmente è l’Iraq meridionale. Raffigurati di solito con un atteggiamento devoto su statue e statuette realizzate con maestria (figura 28), i Sumeri furono i primi a registrare e descrivere eventi passati e a narrare i racconti dei loro dei. È in quella fertile pianura bagnata dai grandi fiumi Tigri ed Eufrate che circa 6000 anni fa fiorì, a detta di tutti gli studiosi “improvvisamente”, “inaspettatamente”, “con sorprendente rapidità”, la prima civiltà a noi nota. Una civiltà a cui fino a oggi dobbiamo letteralmente ogni “Primo esemplare” di ciò che riteniamo essenziale per una civiltà avanzata: la ruota e il trasporto su ruote; il mattone che rese (e rende tuttora) possibile la costruzione di edifici a molti piani; le fornaci e le fucine indispensabili alle industrie, per operazioni che vanno dalla cultura alla metallurgia; l’astronomia e la matematica; le città e le società urbane; la monarchia e leggi; i templi e le caste sacerdotali; la misurazione del tempo, un calendario, le festività; dalla birra alle ricette di cucina; dall’arte alla musica e agli strumenti musicali; e soprattutto la scrittura e l’archiviazione dei documenti. Tutto questo è apparso per la prima volta lì, in Sumeria.

Ora sappiamo tutto ciò grazie alle conquiste dell’archeologia e alla decifrazione di lingue antiche da un secolo e mezzo a questa parte. La lunga impervia strada lungo la quale l’antica Sumeria è passata dalla totale oscurità al rispettoso riconoscimento della propria grandezza è lastricata di pietre miliari che portano i nomi degli studiosi che hanno reso possibile il viaggio. Ne citeremo alcuni che hanno lavorato duramente nei vari siti; altri che hanno assemblato e classificato frammenti di manufatti nel corso di un secolo e mezzo di archeologia mesopotamica sono troppo numerosi per essere elencati.

E poi ci sono stati gli epigrafisti – a volte sul campo, ma per la maggior parte del tempo impegnati nell’attenta lettura di tavolette in un museo stracolmo o in quartieri universitari – la cui perseveranza, devozione e capacità ha trasformato pezzi di argilla su cui erano incisi strani “cuneati” in tesori storici, culturali e letterari leggibili. Il loro lavoro è stato decisivo, poiché mentre il modello consueto della scoperta archeologica ed etnografica consisteva nel trovare i resti di un popolo e poi nel decifrarne documenti scritti (ammesso che ce ne fossero), nel caso dei Sumeri il riconoscimento e perfino la decifrazione del loro linguaggio ha preceduto la scoperta della loro terra, la Sumeria (pronunciata comunemente così anziché Shumeria). E non perché la lingua, il “sumerico”, abbia preceduto il suo popolo. Al contrario, è stato così perché la lingua della scrittura sono perdurate anche dopo che i Sumeri erano scomparsi da tempo, Come il latino e la sua scrittura sono sopravvissuti migliaia di anni all’impero romano.

Il riconoscimento filologico del sumerico ha avuto inizio, come abbiamo illustrato, non attraverso la scoperta delle tavolette dei Sumeri, ma attraverso l’uso diverso, in testi accadici, di “prestiti linguistici” che non erano accadici, l’attribuzione e divinità e città di nomi che non avevano senso in assiro o in babilonese, e naturalmente attraverso effettive dichiarazioni (come quella di Assurbanipal) sull’esistenza di scritti più antichi in “shumerico”. La sua affermazione fu confermata dalla scoperta di tavolette che presentavano lo stesso testo in due lingue: uno in accadico e l’altro nella lingua misteriosa, le due righe successive erano poi in accadico e nell’altra lingua, e così via (il termine utilizzato dagli studiosi per questi testi bilingui è “interlineare”).

Fu nel 1850 che Edward Hincks, studioso delle decifrazioni di Bisotun a opera di Rawlinson, ipotizzò in un saggio che un “sillabario” accadico (raccolta di circa 350 segni cuneiformi in cui ciascuno rappresentava una sillaba completa di vocale e consonante ) doveva essersi evoluto da una precedente serie non accadica di disegni sillabici. L’idea, che non venne accettata subito, trova finalmente conferma quando alcune tavolette di argilla delle biblioteche in lingua accadica risultarono essere dizionari “sillabici” bilingui, elenchi che sul lato della tavoletta presentava un segno cuneiforme nella lingua sconosciuta e sull’altro una lista corrispondente in accadico (con in più la pronuncia e il significato dei segni, figura 29). Tutto a un tratto l’archeologia si trovò in mano un dizionario di una lingua sconosciuta! Oltre alle tavolette incise che fungevano da dizionari, i cosiddetti sillabari, diverse altre tavolette bilingui si rivelarono strumenti inestimabili per decifrare la scrittura della lingua sumera.

Nel 1869 Jules Oppert, rivolgendosi alla Società francese di Numismatica e Archeologia, fece notare che il titolo di “re di Sumeria e Accadia” trovato su alcune tavolette forniva il nome del popolo che aveva preceduto gli Assiri e Babilonesi che parlavano accadico, e suggerì che si trattasse dei Sumeri. Da allora si è utilizzata questa denominazione, anche se fino a oggi i musei e i media preferiscono chiamare le loro mostre o intitolare i loro articoli e programmi usando il termine “Babilonesi”, o nel migliore dei casi “Antichi Babilonesi”, piuttosto che poco familiare “Sumeri”. Nonostante tutto ciò che consideriamo essenziale per una civiltà evoluta sia stato ereditato dai Sumeri, molte persone reagiscono ancora con un vacuo “chi?” quando sentono questo nome…

L’interesse per la Sumeria e i Sumeri ha rappresentato un cambiamento sia cronologico che geografico: del primo e dal secondo millennio a.C. al terzo quarto millennio a.C. e dalla Mesopotamia settentrionale e centrale a quella meridionale. Il fatto che vi fossero sepolti antichi insediamenti era indicato non solo dalle numerose collinette sparpagliate sulle piatte terre fangose, collinette formate da strati di costruzioni edificate su strati costituiti dai residui di precedenti abitazioni. Più interessanti erano gli strani manufatti che i membri delle tribù locali dissotterravano dalle collinette, mostrandoli agli occasionali visitatori europei. Ciò che sappiamo adesso è il risultato di circa 150 anni di intenso lavoro archeologico che ha portato alla luce in vari gradi una quindicina d‘importanti centri Sumeri (vedi cartina, figura 30), Tutti letteralmente citati nei testi antichi.

Si ritiene che l’archeologia sistematica sul campo relativa alla Sumeria abbia avuto inizio nel 1877 con Ernest de Sarzec, che a quei tempi era invece console francese a Basra, città portuale dell’Iraq meridionale affacciata sul golfo Persico (all’epoca girava voce che, essendo rimasto affascinato dal commercio locale dei reperti, il suo vero interesse consistesse nel trovare oggetti da vendere privatamente). Sarzec cominciò a scavare in un sito chiamato Tello (“la collina”). I ritrovamenti erano così grandi (e andarono a riempire le gallerie del museo del Louvre a Parigi) e inesauribili che squadre di archeologi francesi continuarono a tornare su quel sito regolarmente per oltre cinquant’anni, fino al 1933 compreso.

Tello risultò essere il recinto sacro, il Girsu, di un grande centro urbano sumero di nome Lagash. Vari strati archeologici indicavano che era stato continuamente colonizzato quasi a partire dal 3800 a.C.. Rilievi scolpiti su pareti, risalenti a un cosiddetto periodo protodinastico, scultura in pietra con iscrizioni in un impeccabile cuneiforme sumero (figura 31) e un bel vaso d’argento offerto il suo Dio da un re di nome Entenema (figura 32) testimoniavano l’alto livello della cultura sumerica di 1000 anni fa. Per completare il quadro, nella biblioteca della città (della cui importanza parleremo in seguito) furono trovate più di 10.000 tavolette di argilla con incisioni.

Alcune iscrizioni e alcuni testi citati con una linea continua di monarchi di Lagash che regnarono dal 2900 a.C. fino al 2250 a.C., un regno ininterrotto di quasi sette secoli. Tavolette di argilla in lastre commemorative in pietra documentavano grandi imprese di costruzioni, irrigazione e progetti di canali (e nominavano i re che avevano iniziato quei lavori); c’erano commerci con paesi lontani perfino conflitti con città vicine.

Estremamente sorprendenti erano le statue e le iscrizioni di un re di nome Gudea (2400 a.C. circa, figura 33), nelle quali descrisse le miracolose circostanze che avevano portato alla costruzione di un tempio complesso per il dio Ningirsu e la sua sposa Bau. Il compito, dettagliatamente descritto in seguito, comprendeva istruzioni divine date in circostanze “ai confini della realtà”, allineamenti astronomici, un’architettura elaborata, l’importazione di rari materiali da costruzione da paesi lontani, competenze calendariali e rituali precisi, il tutto circa 4300 anni fa. Le scoperte di Lagash sono state riassunte nel suo libro Tello (1948) da André Parrot, l’ultimo francese occuparsi degli scavi.

A qualche miglio a nordest delle colline di Lagash era situata una collinetta chiamata localmente Tellel-Madinah. I francesi impegnati negli scavi a Lagash presero in considerazione anche quella, ma non c’era molto da scavare, dato che l’antica città era stata completamente distrutta dalle fiamme. Alcune scoperte tuttavia aiutarono a identificare quella città come Bad-Tibira. L’antico nome sumerico della città, “Bad-Tibira”, significava “il fortino della metallurgia”: come chiarito in seguito da altre scoperte, si riteneva infatti che la città fosse stato centro metallurgico.

Zecharia Sitchin (tratto da Quando i giganti abitavano la Terra)

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