Dopo aver dato nuova forma ai cieli, creato la Terra e plasmato il bracciale martellato, Marduk «attraversò i cieli e contemplò le regioni… misurò la sua Grande Dimora». E poiché ciò che vide gli piacque, dice il testo mesopotamico, «Egli (Marduk) fondò la stazione di Nibiru».
A livello celeste, facendo del sistema solare la sua dimora, “Marduk” è diventato il pianeta Nibiru. È stato aggiunto un 10º pianeta, un 12º membro del sistema solare (Sole, Luna e 10 pianeti), proprio come troviamo raffigurato su un sigillo cilindrico del 2500 a.C. (catalogato VA-243 nel museo dell’Asia Anteriore di Berlino, figura 51, con l’aggiunta di schizzo ingrandito). La somiglianza con l’ordine della formazione planetaria fornito dall’Enuma Elish (illustrato nella figura 46) parla da sé.

L’ordine del nuovo pianeta si estendeva dalla «regione di Apsu alla dimora di Ea», da una “dimora” (perigeo) vicino al Sole a una “dimora” (apogeo) ben oltre Nettuno (figura 52). Con questa grande orbita ellittica, il “destino” celesti di Marduk divenne supremo, proprio come gli era stato promesso.

L’epica dice che fu quest’orbita a dare il nome del nuovo membro del sistema solare, poiché Nibiru significa “attraversamento”.

Pianeta Nibiru:
Il crocevia del Cielo della Terra egli occuperà.
Sopra e sotto [gli dei] non passeranno,
ma dovranno aspettarlo.
Pianeta Nibiru:
Pianeta che brillano i cieli.
Detiene la posizione centrale,
a lui gli dei dovranno rendere omaggio.
Pianeta Nibiru:
Elude senza stancarsi
continua ad attraversare Tiamat.
Che il suo nome sia “attraversamento”!

Chiamata shar (“del re”), questa orbita era matematicamente pari a 3600, suggerendo di essere il periodo orbitale di Marduk/Nibiru 3600 anni terrestri. Dato che ogni anno (un’orbita è infatti un anno per Nibiru!) ritorna al suo perigeo, dove si trovava Tiamat, Nibiru interseca l’eclittica. È il suo punto d’intersezione, e ogni volta che il genere umano ha assistito a quell’evento, Nibiru è stato rappresentato come un pianeta radiante, simboleggiato dal segno della croce (figura 53).

Le prove geologiche, geofisiche e biologiche raccolte sulla Terra, sulla Luna e da asteroidi e meteoriti hanno convinto gli scienziati moderni che circa 3,9 miliardi di anni fa, più o meno 600.000 anni dopo la formazione del nostro sistema solare, si deve essere verificato un cataclisma, un “evento catastrofico di collisione” che ha colpito la nostra parte di sistema solare. Io ho suggerito che “l’evento” è stato la battaglia celeste fra “Marduk” e Tiamat.

L’Enuma elish ha riempito quattro tavolette con il racconto della Creazione fino a quel momento, la Bibbia ebraica l’ha fatto in otto versetti e in due giorni divini.

Nella traduzione di re Giacomo a noi nota, apprendiamo (versetti 1-5) che all’inizio della Creazione del Cielo della Terra quest’ultima «era informe e vuota» e “l’abisso” era ricoperto dalle tenebre. Allora «lo Spirito di Dio aleggiò sulle acque» e Dio ordinò «Sia la luce! E la luce fu». E avendo «separato la luce dalle tenebre», Dio «chiamò la luce giorno e le tenebre notte» e «fu sera e fu mattina: primo giorno».

Sarebbe meno difficile distinguere in quelle parole la loro origine mesopotamica se si seguisse l’effettivo testo ebraico. Lì le tenebre non ricoprivano l’abisso, ma erano sopra Tehom, ebraico per Tiamat; è il Ru’ah, vento e non “spirito” (il satellite di Marduk) che sia diretto verso Tehom/Tiamat, poiché il suo fulmine, non semplice “Luce”, la colpì.

Le traduzioni dei versetti 6-8, gli eventi del secondo giorno, usano il termine “firmamento” (per descrivere la fascia degli asteroidi) laddove l’ebraico dice Raki’a (Rakish nel testo babilonese), che significa letteralmente “bracciale martellato”. Situato «in mezzo alle acque» per separare le “acque sopra” dalle “acque sotto”, è lo Sham-Mayim (“luogo delle acque”) che è stato tradotto con “Cielo”.

Scegliendo di saltare le parti politeistiche sulla genealogia, le rivalità e le discussioni delle molteplici divinità, l’autore-curatore della Genesi si è limitato a riaffermare il fatto scientifico di una Terra staccatasi da Tiamat in seguito a una collisione celeste. Secondo la visione antica il bracciale martellato/la fascia degli asteroidi fungeva da “firmamento” o da “Cielo” per separare le regioni celesti; era evidente che il termine ebraico per quella regione, Shama’yim, e il suo significato, “Cielo”, però sono stati mutuati direttamente dal verso iniziale dell’Enuma elish: «elish, la nabu shamamu» («nell’alto il Cielo non avevo ancora un nome»). In realtà la nozione biblica di un “alto” e di un “basso” celesti derivava dai due versetti di apertura dell’Enuma elish: “l’alto” del primo verso appena citato e “il basso” nel secondo verso, Shaplitu, ammatum shuma la zakrat («E in basso anche la solida Terra non aveva nome»).

Al primo sguardo una simile divisione celeste in un “alto” (firmamento/Cielo) e in un “basso” sembra sconcertante, ma i termini diventano chiari e pertinenti se illustriamo l’affermazione sul compimento da parte di Nibiru dell’attraversamento “in mezzo” dove prima si trovava Tiamat.
Pensando al suo apogeo fra Marte e Giove, di fatto Nibiru compie l’attraversamento nel punto centrale fra tutti gli altri pianeti del sistema solare (Luna compresa). Come spiega la terminologia biblica, lo Shama’yin (letteralmente “luogo delle acque”, tradotto però “Cielo”) e il luogo del “firmamento” (Raki’a, Rakish). In realtà il luogo in cui Nibiru “attraversa” divide il sistema planetario in un “alto” e in un “basso”: nei pianeti esterni del sistema solare (“alto”) e in quelli interni (“basso”) vicini al Sole.
Quanto detto dall’Enuma elish e dalla Bibbia è confermato dall’astronomia moderna, che si riferisce al gruppo “in basso” come ai “pianeti terrestri” e al gruppo “in alto” come ai “pianeti esterni”, separati dalla fascia degli asteroidi.

Quel dogma fondamentale della cosmologia e dell’astronomia antiche è confermato perfino da una illustrazione sul sigillo cilindrico, attualmente esposizione al Museo delle Terre bibliche di Gerusalemme, Israele, che esprime graficamente questa divisione celeste (figura 54). Il disegno con la sua cannuccia con cui si beveva la birra come fascia degli asteroidi che funge da elemento divisorio: alla sua sinistra mostra i pianeti del “basso” (partendo da Venere come ottavo pianeta, a cui seguono la Terra e la sua Luna crescente, e Marte più vicino alla cintura) e dall’altra parte quelli in “alto”, variabile Giove e Saturno con i suoi anelli.

Con l’inizio della Tavoletta V, il testo dell’Enuma elish prosegue ascrivendo a Marduk la fondazione dei “recinti del giorno e della notte”, con l’assegnazione della notte alla Luna e del giorno al Sole, e gli attribuisce tutte le conquiste astronomiche sumere: fu lui a istituire il calendario lunisolare, a dividere i cieli in tre zone e a raccontare le stelle in 12 costellazioni zodiacali, dotandole di “simboli”.

Troviamo questo segmento ripetuto quasi parola per parola in Genesi 1,14-19, dove a Dio viene attribuita “la distinzione del giorno dalla notte”, l’aver preso il Sole e la Luna responsabili «per le stagioni, per i giorni e per gli anni» e aver formato le costellazioni e anche loro segni.

Dopo essersi occupata di tutte le questioni celesti, l’attenzione divina si sposta sulla Terra stessa, per renderla abitabile. Nel testo mesopotamico siamo alla Tavoletta V, di cui fu trovata una copia completa e pressoché intatta (mancano solo 22 linee circa) soltanto sul finire degli anni 50 in un improbabile sito turco di nome Sultantepe. Da questa tavoletta si viene a sapere che, dopo aver affidato i loro incarichi al Sole e alla Luna, Marduk rivolse la sua attenzione e la sua energia creativa alla trasformazione della Terra, che in origine era stata la parte superiore di Tiamat, in un posto vivibile.

Prendendo lo sputo di Tiamat,
Marduk creò […].
Formò le nuvole e le riempì di [acqua],
sollevando i venti affinché portassero la pioggia e il freddo.
Posizionando testa di Tiamat,
v’innalzò sopra le montagne.
Fece sgorgare dai suoi occhi
il Tigri e l’Eufrate.
Bloccando le sue narici, egli […].
Dalle sue mammelle formò le alte montagne.
[lì dentro] perforò le sorgenti
per realizzare pozzi da cui portar via [l’acqua].

È ovvio che, essendo appena stata staccata da Tiamat, la Terra ha bisogno di essere rimaneggiata e rimodellata dal suo creatore per diventare un pianeta abitabile con montagne, fiumi, acque correnti, ecc. (a mio parere lo “sputo” si riferisce alla lava eruttata dai vulcani).

Ritornando alla Bibbia, troviamo che anche la Genesi riferisce che, dopo aver completato le sistemazioni celesti, l’attenzione divina si rivolse alla Terra. I versi 9-10 descrivono i passi compiuti per renderla abitabile:

Dio disse:
Le acque che sono sotto il cielo,
si raccolgono in un solo luogo
e appaia all’asciutto.
E così avvenne.
Dio chiamò l’asciutto terra
e la massa delle acque mare.


Questo racconto biblico in pieno accordo con le moderne scoperte che tutte le terre emerse della Terra costituivano inizialmente un supercontinente (la Pangea), emerso quando tutte le acque della Terra si riunirono nella Pantalassa. Col tempo la Pangea si ruppe e le sue parti si separarono, dando origine a diversi continenti (figura 55). Questa moderna teoria della “deriva dei continenti” è fondamentale per tutte le scienze della Terra, ed è decisamente notevole trovarla espressa in modo chiaro nella Bibbia (e probabilmente anche nelle linee mancanti della Tavoletta V).

I testi ebraici e babilonesi forniscono qui un processo logico e accurato dal punto di vista scientifico: inseguimento ferito della ricca d’acqua Tiamat comincia ad assumere una forma planetaria, le acque raccolte nella parte cava (di cui l’oceano Pacifico è quella più grande e profonda) rivelano le terre emerse, compaiono i continenti, vengono innalzate le montagne, i vulcani sputano lava il gas, dando origine a un’atmosfera, sopraggiungono le nubi e le piogge, i fiumi cominciano a scorrere. La Terra è pronta per la vita.

«Così», dice l’Enuma elish nella Tavoletta V, riga 65, «egli (Marduk) creò il Cielo e la Terra».

«Così», dice la Bibbia in Genesi 2, versetto 1, «furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere».

Considerando l’Enuma elish come una sofisticata cosmogonia, e non come un racconto allegorico di una battaglia fra il bene (il Signore/Marduk) e il male (il mostro/Tiamat), abbiamo ottenuto una spiegazione coerente a molti enigmi del nostro sistema solare, e siamo in grado di spiegare la comparsa incredibilmente rapida della vita sulla Terra, e la compatibilità fra gli Anunnaki e le figlie degli uomini. La mia ipotesi che la Bibbia abbia fatto la stessa cosa.

La versione di Beroso

Si deve presumere che dai testi fondamentali che sono stati copiati e ricopiati, Beroso abbia avuto tra le mani una versione racconto di Marduk, Tiamat e della battaglia celeste mentre redigeva la sua Babyloniaca in tre volumi. A quanto pare è stato proprio così. Secondo lo storico Alessandro Polistore, una delle fonti che hanno permesso di risalire ai Frammenti di Beroso, nel Libro I Beroso scrisse (tra le altre cose):

Ci fu un tempo in cui non esisteva nient’altro che le tenebre e un abisso dia acque in cui vivevano  le più orrende creature…
Quella che esercitava il comando su di loro era una femmina di nome Thallath, che in caldeo significa “il mare”…
Belus (“il Signore”) Venne che fece a pezzi la femmina; da una metà formò la Terra, e dall’altra i Cieli; nello stesso tempo distrusse le creature dell’Abisso…
Questo Belus, che il uomini chiamavano Deus, divise le tenebre e separò i Cieli dalla Terra, e mise ordine nell’universo…
Formò anche le stelle, il Sole e la Luna, insieme a cinque pianeti.

Beroso aveva avuto accesso a una copia completa e intatta della Tavoletta V dell’Enuma elish? Questa interessante domanda mi fa sorgere un’altra più generale: dove, in quale biblioteca e fra quale collezione di tavolette Beroso si è seduto a copiare testi e a scrivere i suoi tre volumi? La risposta potrebbe essere contenuta nella scoperta fatta negli anni 50 che una collinetta di nome Sultantepe, a poche miglia da Haram (ora Turchia), era effettivamente il sito di un’importante scuola scrittoria e biblioteca, dove furono trovate molte tavolette che fino ad allora si consideravano perdute.

Zecharia Sitchin (tratto da Quando i giganti abitavano la Terra)

Lascia un commento