Il concetto di viaggio nello spazio non è più relegato esclusivamente alla fantascienza. Seri scienziati non escludono che un giorno, prima o poi, noi terrestri potremmo mandare i nostri astronauti non solo sulla Luna, il nostro satellite celeste, ma anche su un altro pianeta più lontano. Alcuni sapienti osano addirittura riconoscere che la vita, anche simile alla nostra, possa esistere “da qualche parte” nel vasto universo con le sue innumerevoli galassie, costellazioni e miliardi di stelle (“soli”) attorno ai quali orbitano satelliti chiamati “pianeti”. Ma l’argomentazione procede dicendo che questi esseri senzienti, pur essendo abbastanza intelligenti da avere loro programma spaziale, non potranno mai visitare il nostro pianeta (né noi potremmo recarci sul loro) perché l’uomo più vicino nel cosmo sul quale potrebbe esistere una vita di questo genere è “lontano anni luce”, dove per anno luce si intende l’inconcepibile distanza percorsa dalla luce in un anno.

E se invece un pianeta compatibile fosse molto più vicino? Per esempio nel nostro sistema solare? E che cosa succederebbe se il viaggio da questo pianeta alla Terra richiedesse solo un certo numero di anni “normali”, e non anni luce?

Non è una domanda teorica, perché è esattamente questo che ci viene detto dai testi antichi, se solo smettessimo di considerarli come miti e fantasie e li vedessimo come effettivi ricordi e documenti di eventi reali. È grazie a questo atteggiamento che un libro pionieristico come Il pianeta degli dei ha potuto vedere la luce.

È logico che se Eridu in Mesopotamia era la “casa lontano da casa”, doveva esserci una casa da cui Enki proveniva. Se i 50 che formavano il suo equipaggio erano chiamati “Coloro che dal Cielo scesero sulla Terra” (Anunnaki), dovevano provenire da un luogo reale nei cieli. Così doveva esserci un luogo, da qualche parte del cosmo, da cui aveva avuto inizio il viaggio verso la Terra, un posto nel quale potessero vivere essere intelligenti, in grado di viaggiare nello spazio circa 450.000 anni fa. Noi lo chiamiamo “Pianeta X” o “Pianeta degli Anunnaki”, nell’antica Mesopotamia veniva chiamato Nibiru. Suo simbolo onnipresente in tutto Il mondo antico era il disco alato, la sua orbita veniva tracciata e osservata con la massima riverenza, ed è fuori discussione che innumerevoli testi, a partire dall’Epoca della Creazione, si riferiscono a esso per nome ripetutamente.

Quando, alla fine del XIX secolo, furono trovate e decifrate le tavolette astronomiche della Mesopotamia, gli scienziati dell’epoca (Franz Kugler ed Ernst Weidner sono considerati ancora oggi figure di spicco) discutevano se Nibiru fosse solo un altro nome per Marte o Giove. Il fatto che gli antichi non potessero conoscere nessun pianeta oltre Saturno era un assioma accettato. Fu un passo avanti di grande importanza il momento in cui, nel cuore di una notte, mi resi conto che Nibiru non è né Marte né Giove, ma è il nome di un altro pianeta nel nostro sistema solare.

Si può far cominciare la catena delle prove dalla Bibbia ebraica, nel versetto 1 del capitolo 1 della Genesi: «In principio Dio creò il cielo la terra». È così che cominciano praticamente tutte le traduzioni delle prime tre parole della Bibbia ebraica, Bereshit bara Elohim (per il momento considereremo valida questa traduzione). Proseguendo con soli 31 versetti, la Bibbia ebraica racchiude poi la Creazione, da come vennero formati il Cielo con il “bracciale martellato” in alto e la Terra in basso, a come ebbe inizio la vita sulla Terra, dalle erbe agli animali acquatici, ai vertebrati, ai mammiferi e infine all’uomo. La sequenza biblica (che comprende una fase con i dinosauri, nel versetto 21) coincide con le moderne scoperte scientifiche sull’evoluzione, al punto da rendere priva di fondamento l’idea che Bibbia e scienza siano in conflitto.

Le scoperte delle tavolette iscritte dell’Epica della Creazione mesopotamica (come descritto nel capitolo precedente) non lasciano dubbi sul fatto che chiunque abbia redatto la versione biblica conosceva bene il racconto dell’Enuma Elish, che concentrava nelle sue sei tavolette più la settima celebrativa le sei fasi (“giorni”) della Creazione più un settimo “giorno” santificato di gratificazione divina.

Una simile consapevolezza della sequenza descritta nell’Enuma Elish non era possibile solo dalla diffusione e dalla longevità delle tavolette che contenevano il testo, ma era probabilmente inevitabile, dato che l’Epica della Creazione veniva letta in pubblico come parte delle celebrazioni per il nuovo anno, prima in Sumeria e poi a Babilonia, in Assiria e oltre, in tutto il Vicino Oriente antico. La lettura iniziava la vigilia del quarto giorno delle celebrazioni e durava per tutta la notte, poiché l’Enuma Elish (così è intitolata la versione più completa dell’epica babilonese) è lungo e dettagliato. Il suo aspetto religioso-scientifico centrale era una battaglia fra una dea celeste chiamata “Tiamat” e un dio celeste vendicatore e liberatore, ed è questo il motivo principale per cui gli studiosi moderni hanno considerato il testo sia un mito che un racconto allegorico della lotta fra bene e male, una specie di versione antica della storia di San Giorgio e il drago.

Nel mio libro Il pianeta degli dei avanzavo l’audace ipotesi che l’Epica della Creazione sia invece sostanzialmente un grande testo scientifico che inizia con una cosmogonia che racchiude l’intero sistema solare, spiega le origini della Terra, della Luna e della fascia degli asteroidi, rivela l’esistenza del pianeta Nibiru, procede con l’arrivo degli dei Anunnaki sulla Terra e descrive la creazione dell’uomo e la nascita della civiltà. Un testo adattato alla promozione di scopi religioso-politici a cui è stato aggiunto un finale che proclama la vittoriosa assunzione della supremazia da parte del rispettivo dio nazionale (Enlil in Sumeria, Marduk a Babilonia e Ashur in Assiria).

Indipendentemente dalla versione, quando iniziarono gli eventi primordiali, “il Cielo in alto” e “la solida Terra in basso” doveva ancora nascere:

Enuma elish la nabu shamamu
Quando nell’alto il cielo non avevo ancora un nome
Shaplitu ammatum shuma la zakrat
[E] in basso anche la solita Terra non aveva un nome

in quell’epoca primordiale, dicono i testi antichi, il sistema solare cominciò a prendere forma con solo tre attori celesti: un Apsu primordiale, il suo compagno Mummu e un’entità celeste divina di nome Ti.amat. (I tre nomi nel testo babilonese sono rimasti invariati, così com’erano nell’origine sumero non ritrovato, e significano rispettivamente “Uno che esiste fin dal principio”, “Uno che è nato” e “Vergine che dà la vita”).

Gli dei celesti, i pianeti, cominciarono a essere generati allorché Tiamat, un pianeta ricco di acqua, iniziò a «mescolare le acque» con il maschio Apsu (il Sole). Dapprima nello spazio fra loro viene formata la coppia composta da Lahamu e Lahmu: poi, «superiore in statura», appare la coppia più grande formata da Kishar e Anshar, e infine viene creata la coppia costituita da Anu e Nudimmud. Questi sono nomi Sumeri (che attestano l’origine sumera dell’epica), tranne Anu, che è la versione babilonese del sumero An (“il celeste”).

Il sistema solare che ne risulta (figura 46) corrisponde precisamente al nostro e alla disposizione planetaria che conosciamo (ad eccezione di Tiamat, su cui fra poco forniremo ulteriori informazioni).

Sole – Apsu, “Uno che esiste fin dal principio”
Mercurio – Mummu, “Uno che è nato”, il compagno del Sole
Venere – Lahamu, “Signora delle battaglie”
Marte – Lahmu, “Divinità della guerra”
?? – Tiamat – “Vergine che dà la vita”
Giove – Kishar, “Il primo delle terreferme”
Saturno – Anshar, “Il primo dei cieli”
Gaga – messaggero di Anshar, il futuro Plutone
Urano – Anu, “Quello dei cieli”
Nettuno – Ea/Nudimmud, “Abile creatore”

La scienza moderna ritiene che il nostro sistema solare si sia formato circa 4,5 miliardi di anni fa, quando una nube vorticosa di polvere cosmica che circondava il Sole cominciò ad agglomerarsi, dando origine ad alcuni pianeti che orbitavano intorno, pianeti distanziati sul suo stesso piano orbitale (chiamato eclittica) e che si muovevano in cerchio nella stessa direzione (in senso antiorario). La descrizione presente nell’epica Mesopotamica concorda con queste scoperte moderne, ma offre una sequenza diversa (e probabilmente più accurata) nella formazione dei pianeti. I nomi Sumeri dei pianeti sono descrizioni significative e minuziose di questi corpi celesti, fatti che la scienza moderna continua a scoprire, come per esempio nel 2009, quando si è appurato che “il primo dei cieli” è effettivamente Saturno (“Ashar”) e non il più massiccio Giove (“Kishar”), questo per via del suo sistema di anelli che estendono notevolmente la sua portata.

L’epica riferisce che il sistema solare che ne è risultato era inizialmente instabile e caotico. Le orbite planetarie non erano ancora saldamente stabilite: «I fratelli divini si coalizzarono» avvicinandosi troppo l’uno all’altro. «Disturbavano Tiamat muovendosi avanti e indietro», spostandosi in orbite instabili e spingendosi verso Tiamat. Perfino le forze gravitazionali magnetiche del Sole erano inefficaci: «Apsu non riusciva a ridurre il loro clamore». Di nuovo, anche la scienza moderna, abbandonando l’idea nutrita per lungo tempo in base alla quale il sistema solare si era formato in maniera definitiva, ora scopre che rimase instabile per molto tempo dopo essersi formato e che vi furono spostamenti e collisioni.

Gli instabili dei celesti «con i loro comportamenti stravaganti in cielo turbavano il ventre di Tiamat», racconta l’Enuma Elish, spingendola a formare la sua terribile “schiera”, un gruppo di lune satelliti che le appartenevano. Questo, a sua volta, produsse un disordine ancora maggiore che mise in pericolo gli altri dei celesti. In quella fase rischiosa, il dio celeste più esterno, Nudimmud (il nostro Nettuno) prese in mano la situazione: «Superiore per saggezza, abile e intraprendente», questa divinità celeste riequilibrò l’instabile sistema solare invitandovi un outsider: un dio celeste più grande.

Il nuovo arrivato non era come gli altri: era uno straniero venuto da lontano. Aveva avuto origine nel lontano, «nel cuore del Profondo», ed era «pieno di splendore».

Attraente era alla sua figura,
scintillante suo sguardo.
Superbo il suo modo di fare,
imponente sin dall’inizio.
Ingegnosamente combinate, oltre ogni comprensione,
erano le sue membra,
impossibile da capire, difficili da guardare.


Soggetto all’attrazione gravitazionale di “Nudimmud” ed entrando sotto l’influenza degli altri pianeti, lo straniero dello spazio esterno curva il proprio corso verso il centro del sistema solare (figura 47). Quando passa troppo vicino ad Anu (il nostro Urano), le forze gravitazionali cumulative gli strappano pezzi di materia e l’invasore emette quattro “venti” (lune, satelliti) che gli turbinano intorno.

Non si può sapere con certezza se a questo punto il testo originale sumero avesse già chiamato “Nibiru” lo straniero giunto dallo spazio esterno, ma di sicuro la versione babilonese lo ha trasformato in Marduk, il nome del dio nazionale di Babilonia. Nel testo babilonese questa trasformazione di Marduk da dio terrestre a divinità celeste mediante l’attribuzione del suo nome a Nibiru era accompagnata dalla rivelazione che “Nudimmud”, che “generò” il nuovo arrivato invitandolo, altri non è se non Ea/Enki, il vero padre del dio babilonese Marduk, e che Anu è il padre di Ea/Enki (come di fatto proclamato da Enki nella sua autobiografia precedentemente citata). Così, con uno stratagemma, il racconto celeste divenne una legittimazione religioso-politica di una dinastia: Anu > Ea/Enki > Marduk…

Man mano che il testo antico ne descrive l’avanzata, diventa chiaro che il pianeta invasore si sta muovendo in senso orario: in direzione opposta o “retrograda” rispetto a quella orbitale antioraria degli altri pianeti. È una scoperta che offre l’unica spiegazione a vari fenomeni altrimenti inesplicabili presenti nel nostro sistema solare.

Questa direzione “retrograda” dell’orbita di Nibiru rese inevitabile la collisione finale con Tiamat, e la “battaglia celeste” (nome dato dal testo antico alla collisione) che ne deriva fu un dogma basilare dell’antica conoscenza, che ritroviamo in innumerevoli riferimenti della Bibbia (Salmi, Giobbe e Profeti).

Disturbata dalle nuove forze gravitazionali, «vagando qua e là senza pace», Tiamat crea la sua schiera difensiva di 11 lune satelliti, descritto dal testo babilonese come «draghi ruggenti, ammantati di terrore». Il più grande, Kingu, è il comandante della schiera: «[Tiamat] lo esaltò, rendendolo grande fra gli altri»; il suo compito consiste nei preparativi per la battaglia contro Marduk che sta arrivando. Come ricompensa, Tiamat rende Kingu idoneo a unirsi all’assemblea degli dei, a diventare un pianeta a tutti gli effetti, assegnandogli un “destino” celeste (una traiettoria orbitale). Per i Sumeri (e i loro successori) già quello vero motivo sufficiente per annoverare quella luna particolare come membro a tutti gli effetti del nostro sistema solare.

Quando la scena per la battaglia celeste è pronta, la Tavoletta I dell’Enuma Elish giunge al termine, e lo scriba della versione meglio conservata, un certo Nabu-mushetiq-umi, incide alla fine il consueto colophon: «Prima tavoletta dell’Enuma Elish, come la tavoletta originale […], una copia proveniente da Babilonia». Identifica anche lo scriba della tavoletta da lui copiata, una tavoletta «scritta e confrontata da Nabu-balatsu-iqbi, figlio di A’id-Marduk». Dopodiché lo scriba data il proprio lavoro: «Il mese di Iyyar, il nono giorno, il 27º anno di Dario».

Scoperta a Kish, la prima tavoletta dell’Enuma Elish è così identificata dal suo scriba come una copia eseguita all’inizio del V secolo a.C. durante  il regno di Dario I. Per ironia della sorte, si trattava dello stesso Dario la cui iscrizione su roccia a Bisotun aveva permesso a Rawlinson di infrangere il mistero della scrittura cuneiforme.

Zecharia Sitchin (tratto da Quando i giganti abitavano la Terra)

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