L’agitazione fra gli Igigi che aveva portato all’incidente di Zu era solo un preludio ad altri disordini in cui furono coinvolti. I successivi tumulti avrebbero riguardato le loro missioni interplanetarie a lungo termine, e la mancanza the compagnia femminile risultò essere uno dei maggiori motivi di insoddisfazione.

Il problema era meno acuto nel caso degli Anunnaki di stanza sulla Terra, perché fra loro vi erano femmine fin dal primo atterraggio (di alcune delle quali vengono citati i nomi e compiti nell’autobiografia di Enki). Inoltre, fu mandato sulla terra un gruppo di infermiere guidato da una figlia di Anu (figura 65). Il suo nome era Ninmah (“potente signora”) e la sua mansione sulla terra era quella di Sud (“colei che presta soccorso”): era il capo ufficiale medico degli Anunnaki, destinata a ricoprire un ruolo importante in molti eventi successivi.

Ma le agitazioni commuovono anche fra gli Anunnaki, stanziati sulla Terra, soprattutto fra quelli destinati ai lavori di estrazione. Di fatto l’Epopea di Atrahasis racconta la storia di un ammutinamento degli Anunnaki che si rifiutarono di andare a lavorare nelle miniere d’oro, scatenando così una serie di conseguenze impreviste. L’antico titolo dell’epopea rievocava le sue parole iniziali Inuma ilu awilum (“Quando gli dei [Erano] come gli uomini”):

Quando gli dei [erano] come gli uomini,
sopportavano il lavoro e la dura fatica.
La fatica degli dei era grande,
il lavoro pesante, c’era molto dolore.

L’ironia del titolo è che gli dei faticavano come se fossero uomini perché non c’erano ancora uomini sulla terra. Il racconto dell’epopea e in effetti il racconto della creazione dell’uomo affinché si sobbarchi la fatica degli dei. Il termine accadico Awilu in realtà significa “operaio”, lavoratore e non semplicemente ”uomo” come viene tradotto di solito. L’impresa che cambiò tutto fu opera di Enki e Ninmah, ma essendovi coinvolto anche Enlil, non fu un racconto lieto fine.

Poiché i minatori Anunnaki «faticavano nel profondo delle montagne, calcola con i periodi di lavoro». «Per 10 periodi sopportarono le fatiche, per 20 periodi sopportarono le fatiche, per 30 periodi sopportarono le fatiche, per 40 periodi supportarono le fatiche».

Eccessiva fu la loro fatica per 40 periodi,
[…] lavoravano duramente notte e giorno.
Si lamentavano e parlavano alle spalle.
Brontolando durante i lavori di scavo (dicevano):
«Incontriamo […] il comandante,
che ci sollevi dal nostro pesante lavoro.
Spezziamo il giogo!»

L’occasione per l’ammutinamento fu una visita di Enlil all’area mineraria. «Venite, spaventiamolo nella sua dimora!», con queste parole un agitatore (il cui nome è illeggibile sulla tavoletta) incitò i minatori arrabbiati, «proclamiamo un ammutinamento, entriamo in ostilità e lottiamo!».

Gli dei ascoltano le sue parole.
Diedero fuoco ai loro attrezzi,
incendiarono gli utensili da taglio
e le loro immagini.
Dopo averli gettati via su,
si diressero verso la porta dell’eroe Enlil.

Era notte. Quando gli ammutinati raggiunsero il luogo in cui si trovava Enlil, il custode Kalkal sbarrò la porta e allertò Nusku, l’aiutante di Enlil, che svegliò il suo padrone. All’udire le grida, che includevano esortazioni a “uccidere Enlil”, il dio manifestò incredulità: «È contro di me che viene fatto questo? Che cosa vedono i miei occhi?». Tramite Nusku chiese di sapere chi fosse l’istigatore del conflitto e gli ammutinati risposero gridando: «Ognuno di noi ha dichiarato battaglia… Il nostro lavoro è pesante, grande è la sofferenza, la fatica eccessiva ci sta uccidendo!».

«Quando udì quelle parole, a Enlil sgorgarono le lacrime». Si mise in contatto con Anu e si offrì di abbandonare il comando e fare ritorno su Nibiru, ma chiese che l’istigatore dell’ammutinamento fosse “messo a morte”. Anu convocò il Consiglio di Stato, i cui membri stabilivano che le lamentele degli Anunnaki erano legittime. Ma come avrebbero potuto abbandonare la missione di approvvigionamento di oro, essenziale per la loro sopravvivenza?

Fu allora che «Enki aprì la bocca e  si rivolse agli dei suoi fratelli». C’è una via di uscita, disse. Abbiamo fra noi Ninmah, che è una Belet-ili, una “dea della nascita”.

Facciamole creare un Lulu,
Facciamo che sia un Amelu a sobbarcarsi fatiche degli dei!
Facciamole creare un Lulu Amelu,
Che sia lui a portare il giogo!

Proponeva di creare un Lulu, uno “che è stato mischiato”, un ibrido, che servisse da Amelu, da lavoratore, che si sobbarcasse le fatiche degli Anunnaki.

E quando gli altri dei chiesero come sarebbe stato possibile creare un Lulu Amelu di quel genere, Enki rispose: «La creatura di cui avete pronunciato il nome esiste!». Tutto ciò che dobbiamo fare è «fissare su di essa l’immagine degli dei».

Nella sua frase contenuta la soluzione dell’enigma “dell’anello mancante”, la risposta a come l’Homo sapiens, l’uomo moderno, sia potuto apparire nell’Africa sudorientale circa 300.000 anni fa dall’oggi al domani (in termini antropologici), mentre i progressi evolutivi dalle scimmie agli ominidi, e nelle specie ominidi dall’Australopithecus all’Homo habilis e all’Homo erectus, abbiano richiesto milioni e milioni di anni.

Un essere, simile sotto molti aspetti agli Anunnaki, disse Enki agli dei stupiti, esiste già nelle aree selvagge dell’Abu. «Tutto quello che dobbiamo fare è imprimergli l’immagine degli dei», migliorarlo con alcuni geni degli Anunnaki, e creare un Lulu (= “uno che è stato mischiato”) che possa subentrare nel lavoro in miniera.

Quello che Enki aveva scoperto nel suo quartier generale nell’Africa sudorientale era un ominide così geneticamente simile agli Anunnaki che con qualche manipolazione genetica, aggiungendo al genoma dell’ominide (per esempio un Homo Erectus) qualche genere degli Anunnaki, sarebbe stato possibile elevarlo alla condizione di Homo sapiens, in grado di capire, parlare e maneggiare utensili. Tutto ciò era possibile perché il DNA sulla Terra era quello di Nibiru, trasferito, come il lettore ricorderà, quando Nibiru andò a schiantarsi contro Tiamat! Enki allora espose ai capi ai comandanti riuniti come sarebbe stato possibile realizzarlo con l’aiuto di Ninmah e della sua competenza biomedica. A quelle parole

Nell’assemblea i grandi Anunnaki
che amministrano i destini
proclamarono: «SI!»

La decisione fatale di creare l’uomo viene ripetuta nella Bibbia. Identificando i grandi Anunnaki riuniti in assemblea con gli Elohim, i “sublimi”, Genesi 1,26 dichiara:

Così gli Elohim dissero:
«Facciamo un Adamo
a nostra immagine e somiglianza».

Non c’è dubbio sul plurale nella frase biblica, che si apre con il plurale Elohim (il singolare El, Elo’ha) e prosegue con «Facciamo», «a nostra immagine e somiglianza». Trascorsero “40 periodi”, 40 shar, dopo l’arrivo degli Anunnaki. Se l’arrivo (vedi capitoli precedenti) ebbe luogo circa 445.000 anni fa, la creazione di Adamu avvenne 300.000 anni fa (445.000 – 144.000), esattamente quando l’Homo Erectus si trasformò l’improvviso in Homo sapiens.

Il processo mediante il quale si ottenne il “lavoratore primitivo” è descritto nell’Epopea di Atrahasis e anche in diversi altri testi. Per portarlo a compimento fu necessario ricavare il Te’ema (termine che di studiosi traducono con “personalità” o “essenza di vita”) dal sangue di un dio e mescolarlo con il “Ti-it dell’Abzu”. Si presumeva che il termine Ti-it derivasse dalla parola accadica Tit (argilla); da qui l’idea (ripresa dalla Bibbia) che “l’Adamo” fosse stato creato a partire dall’argilla o dalla “polvere” della Terra. Ma letto nella sua origine sumera, Ti-it significa “ciò che è con la vita”, “l’essenza” di un essere umano.

Il Te’ema, “l’essenza vitale” o “la personalità” di un dio, quello che oggi definiremmo il suo DNA genetico, fu “mescolato” con “l’essenza” di un essere  esistente, trovato (a quanto dichiara il testo) nell’area «appena sopra l’Abzu». Mescolando i geni estratti dal sangue di un dio con “l’essenza” di una creatura terrestri esistenti, fu prodotto geneticamente “l’Adamo”.

Non c’è stato un “anello mancante” nel nostro balzo da Homo Erectus a Homo sapiens, perché gli Anunnaki accelerarono l’evoluzione mediante l’ingegneria genetica.

Il compito descritto da Enki era più facile a dirsi che a farsi. Oltre all’Epopea di Atrahais, altri testi forniscono una descrizione dettagliata del processo della creazione. Ampiamente presentati nei miei due libri Il pianeta degli dei e L’Altra Genesi, descrivono notevoli tentativi ed errori, che diedero come risultati esseri privi di arti, con organi difettosi o strani, con difetti alla vista o ad altri sensi. Mentre gli esperimenti continuavano, Ninmah capì che cosa andava influenzare i vari geni e dichiarò che a quel punto avrebbe potuto deliberatamente produrre, «a seconda di quello che il cuore mi suggerisce», esseri con o senza questo o quel difetto…

Secondo un testo, Enki «preparò un bagno purificatore» nel quale «a un giovane dio fu prelevato il sangue». Ninmah «mescolò sangue e carne» allo scopo di «fissare sul nuovo lato l’immagine degli dei». Enki «era seduto davanti a lei», e la incoraggiava con istruzioni e consigli. L’esperimento genetico fu condotto nel Bit Shimti, una sorta di laboratorio il cui nome sumero Shi.im.ti significava letteralmente “luogo in cui viene soffiato il vento della vita”, un dettaglio da cui con ogni probabilità deriva il versetto biblico relativo al “soffio dell’alito di vita” nelle narici di Adamo (Genesi 2,7).

Ninmah operava il miscuglio; mentre «recitava gli incantesimi» sentì un Uppu, un battito cardiaco. Quando il “modello perfetto” fu finalmente ottenuto, Ninmah lo sollevò esclamando: «Io l’ho creato! Sono le mie mani ad averlo fatto!» (Figura 66).

Ecco cosa disse annunciando la riuscita dell’impresa ai grandi dei:

Mi avete affidato un compito,
io l’ho portato a termine…
Vi ho tolto il lavoro pesante
e ho imposto la vostra fatica all’Avilum (“uomo lavoratore”).
Avete richiesta a gran voce l’Awiluti (“il genere umano”).
Io vi ho liberati dal giogo, vi ho dato la libertà!

«Quando gli dei udirono le sue parole, si precipitarono a baciarle i piedi». La chiamarono Mami (“la Madre”) e la ribattezzarono Nin.ti (“Signora della vita”). La soluzione suggerita da Enki era stata raggiunta.

I geni che abbiamo ricevuto quelli di un Anunnaki maschio (tavolette dell’Atrahasis scoperte successivamente hanno rivelato che si trattava del capo degli ammutinati), ma con tutto il rispetto per un Dio o dio maschile, fu una dea femmina a crearci.

Furono necessarie ulteriori manipolazioni genetiche, e perfino qualche intervento chirurgico sotto anestesia (a cui fanno riferimento sia un testo sumero che la Bibbia), per creare la controparte femminile. Ma, come ancor oggi gli ibridi (per esempio il mulo, che è il prodotto dell’incrocio fra un asino e una cavalla), quegli esseri non erano in grado di procreare. Per realizzare “copie” del modello perfetto del Lulu Amelu fu necessaria una lunga e difficile riproduzione da parte di giovani “dee della nascita”. La fase successiva nella manipolazione genetica, rendere i Lulu in grado di procreare autonomamente, fu attuata da Enki, il “serpente” nella versione biblica del giardino dell’Eden.

Secondo il racconto biblico, l’Adamo che fu collocato nel frutteto degli dei per coltivarlo e custodirlo fu avvisato da Dio (il termine ebraico in realtà è Jahwe Aloha) di non mangiare alcun frutto dell’albero della conoscenza, «perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti». Fatto entrare in un sonno profondo, Adamo viene operato e dalla sua costola viene formata una controparte femminile. Adamo e “la donna” (non le è ancora stato dato un nome!) vanno in giro nudi e «non ne provavano vergogna».

Ora il serpente ingannatore si rivolge alla donna a proposito dell’albero proibito e lei conferma il divieto degli Elohim. Ma «il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto!”». Allora la donna, vedendo che l’albero era buono da mangiare, «prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, e anch’egli ne mangiò». E subito divennero coscienti della loro sessualità: rendendosi conto di essere nudi, si fecero delle cinture di foglie di fico.

Furono quelle cinture a tradirli, poiché quando Jahwe Elohim li vide si accorse che non erano più nudi e, chiedendo spiegazioni ad Adamo, scoprì che cosa era successo. Adirato, Dio gridò alla donna: «Che hai fatto?», aggiungendo, a causa di quell’azione, «con dolore partorirai figli». Allarmato, Dio disse ai suoi colleghi di cui non vengono detti i nomi: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi avendo la conoscenza del bene del male: che non stenda ora la sua mano e non colga dall’albero della vita, per mangiare e vivere in eterno!». E Dio scacciò Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden.

Il racconto spiega indubbiamente come Adamo ed Eva fossero stati messi in grado di procreare, uno sviluppo del quale nella Bibbia viene incolpato il “serpente”, il cui nome ebraico, Na-chash, poteva anche significare “colui che risolve enigmi”. Non c’è quindi da stupirsi del fatto che anche l’equivalente sumero per questi vari significati derivi da un singolo termine, Buzur, che era un epiteto di Enki e significava “colui che svela i segreti”. Il geroglifico per Ptah, il suo nome egizio, era un serpente intrecciato. Nei testi mesopotamici Enki veniva assistito in questa conoscenza segreta da suo figlio Nin.gish.zidda (“Signore dell’Albero della vita”), il cui emblema, due serpenti intrecciati, è tuttora il simbolo della medicina. Senza dubbio questi significati dei nomi e il simbolo dei serpenti intrecciati riecheggiano nel racconto biblico del serpente e dei due alberi particolari nel Giardino dell’Eden. E ora che la scienza moderna scoperto la struttura dei filamenti del DNA, è possibile rendersi conto che l’emblema di Ningishzidda dei due serpenti intrecciati è di fatto una riproduzione della coppia di filamenti che costituisce la doppia elica del DNA. Mostriamo le loro analogia nella figura 67.

«Dal sangue di un dio crearono il genere umano», ribadiscono i testi. «Gli imposero il compito di liberare gli dei, fu un lavoro al di là di ogni comprensione». Lo fu davvero, e accade circa 300.000 anni fa, proprio quando l’Homo sapiens apparve all’improvviso nell’Africa sudorientale. Fu allora che gli Anunnaki “impressero un’accelerazione” all’evoluzione e, usando l’ingegneria genetica, elevarono un ominide, diciamo l’Homo erectus, alla condizione di Homo sapiens intelligente e capace di maneggiare gli utensili, per farne il loro servo. Questo accade nell’area “sopra Abzu”, esattamente dove indicato dai resti di fossili: nella zona della Great Rift Valley nell’Africa sudorientale, a nord del territorio delle miniere d’oro.

Dal resto del testo dell’Atra-Hasis e in altri testi dettagliati sappiamo che i lavoratori primitivi furono messi senza indugio a lavorare nelle miniere, e che gli Anunnaki degli insediamenti situati nell’Eden fecero delle incursioni nelle miniere e prelevarlo con la forza alcuni di quei lavoratori per avermi al loro servizio, nell’Eden, dove «con vanghe e picconi edificarono santuari, costruirono gli argini dei canali, coltivarono cibo per la popolazione e per il mantenimento degli dei».

La Bibbia, ancorché più brevemente, riferisce la stessa cosa: «E Jahwe Elohim prese l’Adamo», da dove era stato creato, «e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse». (La Bibbia in questo caso fa precedere “Adamo”, “lui della Terra”, un terrestre, all’articolo determinativo l’, chiarendo che sta scrivendo di una specie, diverso dall’individuo di nome “Adamo”, marito di Eva, la cui storia ha inizio solo nel capitolo 4 della Genesi).

«Perché lo coltivasse e lo custodisse», per essere un Amelu, un lavoratore. La Bibbia ha detto in modo simile: «Adam le amal yulad», «Adamo fu creato per faticare». E il termine ebraico Avod, tradotto “adorazione”, in realtà significa “per lavorare”. L’uomo fu creato dagli dei per essere loro schiavo.

Zecharia Sitchin (tratto da Quando i giganti abitavano la Terra)

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