Il tempo passava, «la terra [colonizzata] si estendeva e le genti si moltiplicavano». Così l’Epopea di Atrahasis iniziava la fase successiva degli eventi che seguirono all’ammutinamento e alla Creazione dell’Adamo, per sfociare infine nel Diluvio.

Di fatto la popolazione si moltiplicava talmente tanto (riferisce il testo) che «il paese muggiva come un toro». Enlil non era felice: «il dio era disturbato dal loro frastuono». Comunicò il proprio scontento: «Enlil sentiva il loro muggito e disse ai grandi dei: “Il muggito dell’umanità è diventato troppo intenso per me; il loro frastuono non mi lascia dormire”». Seguono linee danneggiate, di cui è possibile leggere solo le parole di Enlil «sia inviata una calamità», ma dalla narrazione biblica parallela sappiamo che «Jahwe si pentì di aver fatto l’Adamo sulla Terra… e disse: “Sterminerò dalla faccia della terra l’Adamo da me formato”».

Il racconto del Diluvio e del suo eroe (Noè/Utnapishtim/Ziusudra) è narrato in entrambe le fonti in successione analoga, con un’unica eccezione: a differenza della Bibbia monoteistica, dove lo stesso Dio prima decide di distruggere il genere umano e poi lo salva attraverso Noè, la versione mesopotamica identifica chiaramente Enlil nella divinità adirata, mentre è Enki  che, sfidando Enlil, salva “il seme dell’umanità”. D’altro canto la narrazione biblica (che condensa tutte le divinità in un solo Dio) fornisce una motivazione più profonda del “muggito” o del ”frastuono” per l’insoddisfazione nei confronti dell’umanità. Nelle parole del capitolo 6 della Genesi leggiamo:

Quando gli Adami cominciarono a moltiplicarsi sulla faccia della Terra e furono date delle figlie, avvenne che i figli degli Elohim videro che le figlie degli uomini erano adatte e presero per mogli quelle che si scelsero fra tutte.

Jahwe, ci racconta la Genesi, si arrabbiò per ciò che stava succedendo: «Jahwe vide che la malvagità degli uomini era grande sulla Terra… e si pentì di aver fatto l’Adamo sulla Terra e se ne addolorò in cuor suo; e disse: “Sterminerò dalla faccia della Terra l’Adamo da me formato”».

Era quindi la “malvagità” che disturbava Enlil: i matrimoni misti fra i figli degli dei e le femmine terrestri (matrimonio misto non fra razze diverse della stessa specie, ma fra due specie planetarie diverse), una pratica che per un rigoroso seguace della disciplina come Enlil rappresentava un assoluto tabù. Enlil era indicato perché il primo a infrangere il tabù era stato Enki, che aveva avuto rapporti sessuali con le femmine terrestri, e la cosa che più lo irritava era che Marduk, il figlio di Enki, si fosse addirittura spinto a prendere in moglie una terrestre, dando (agli occhi di Enlil) un esempio perverso agli Anunnaki.

E c’era anche dell’altro: dai rapporti proibiti nascevano figli. In Genesi 6 leggiamo:

In quel tempo c’erano sulla terra i Nefilim, e ci furono anche in seguito, quando i figli degli Elohim si unirono alle figlie degli Adami, ed ebbero da loro dei figli.

Non c’è da stupirsi che un simile guardiano severo abbia detto: «Sterminerò dalla faccia della Terra l’Adamo da me formato».

Mettendo da parte principi morali o le regole che dovevano governare le visite interplanetarie, il problema di fondo sollevato da questi racconti mesopotamici/biblici delle nostre origini è il seguente: come potevano nascere figli dai matrimoni misti fra maschi Anunnaki e femmine terrestri, un risultato dell’accoppiamento che richiede una sorprendente compatibilità genomica, specialmente nei cromosomi X (della femmina) e Y (del maschio)? Esaminando l’enigma dall’inizio, come potevano l’ominide selvaggio dell’Abzu avere lo stesso DNA degli Anunnaki, sufficientemente simile da permettere che una piccola miscelazione genetica producesse un essere, secondo quanto ci dicono i Sumeri e la Bibbia, simile agli “dei” sia dentro che fuori, tranne che per la longevità?

Il mistero si infittisce per il fatto che non solo gli esseri umani, non solo i mammiferi, non solo tutti gli animali, ma tutta la vita sulla Terra, dagli uccelli ai pesci, dalla flora alle alghe, fino ai batteri e ai virus, possiede lo stesso DNA, le quattro “lettere” di acido nucleico che costituiscono tutti i geni e i genomi. Questo significa che il DNA degli Anunnaki corrispondeva a quello di tutta la vita sulla Terra. E se, come si dovrebbe presumere, il DNA degli Anunnaki era lo stesso DNA di ogni forma vivente su Nibiru, allora dobbiamo giungere alla conclusione che il DNA sul pianeta terra e quello sul pianeta nel Nibiru erano uguali.

Come era possibile, se in base alla moderna teoria scientifica dominante i mari della Terra servirono da ciotola per miscelazione in cui le molecole chimiche basilari, scontrandosi fra loro e riscaldate dai geyser, si combinarono in qualche modo dando origine a cellule viventi? Gli acidi nucleici che si combinarono per formare il DNA, spiegano gli scienziati moderni, furono il risultato di un culto casuale di molecole chimiche in un “brodo” primordiale casuale fino a quando si formò la prima cellula vivente casuale. Ma se le cose stanno così, allora qui il risultato casuale avrebbe dovuto essere diverso dal risultato casuale verificatosi da qualche altra parte, perché nel nostro sistema solare non ci sono due pianeti e nemmeno due lune identiche, e le probabilità che il risultato casuale sia comunque identico sono di fatto uguali a zero. Ma allora come ha avuto inizio la vita sulla Terra se è così simile a quella su Nibiru?

La risposta è stata data nel racconto della battaglia celeste, quando (nel secondo round) Nibiru/Marduk “calpestò”, cioè entrò in effettivo contatto con Tiamat, recidendole le “vene” e gettando via il suo “cranio”, la futura Terra. Fu allora che il “SEME DELLA VITA”, il DNA della vita su Nibiru, fu trasferito sul pianeta Terra.

La teoria scientifica del “brodo primordiale”, che sia valida uno rispetta qualsiasi altro ambiente planetario, si imbatte in ulteriori problemi riconosciuti quando si tratta della Terra. Dopo aver abbandonato l’idea che il sistema solare non sia minimamente cambiato da quando ha iniziato a prender forma circa 4,5 miliardi di anni fa, ora la scienza moderna riconosce che circa 3,9 miliardi di anni fa accadde qualcosa di straordinario. Per usare le parole del New York Times (“Science Times” del 16 giugno 2009):
«Circa 3,9 miliardi di anni fa un cambiamento nell’orbita dei pianeti esterni del Sole fece abbattere sul sistema solare interno una ondata di grandi comete e asteroidi. I loro violenti impatti determinarono gli ampi crateri tuttora visibili sulla faccia della Luna, riscaldarono la superficie della Terra fino a far fondere rocce e ridussero i suoi oceani a una nebbia incandescente.
Tuttavia le rocce che si formarono sulla Terra 3,8 miliardi di anni fa, quasi subito dopo il bombardamento, contengono possibili prove di processi biologici».

Il New York Times proseguiva dicendo che l’impossibilità che la vita avesse inizio in tali circostanze aveva talmente frustato le ricerche che
«Alcuni scienziati del calibro di Francis Crick, il principale teorico della biologia molecolare, hanno tranquillamente ipotizzato che la vita possa essersi formata da qualche altra parte prima di aver inseminato il pianeta».

La teoria in base a alla quale la vita sulla terra sia stata «inseminata da qualche altra parte», nota come teoria della panspermia, è stata discussa approfonditamente nel mio libro del 1990 L’altra Genesi, dove si è ovviamente sottolineato che “l’inesplicabile evento catastrofico” di 3,9 miliardi di anni fa era il racconto di Nibiru e della battaglia celeste. La soluzione della “panspermia” non è “tranquillamente sostenuta” (pur non essendo stata adottata dall’establishment scientifico, annovera fra i suoi fautori molti scienziati di spicco) e neppure nuova: era stata pubblicata su tavolette cuneiformi di argilla millenni fa…

La vita sulla Terra e la vita su Nibiru è la stessa, come il DNA sulla terra e identico a quello su Nibiru, dato che il seme della vita fu introdotto sulla Terra da Nibiru durante la battaglia celeste. Il conseguimento di un simile seme di vita bell’e pronto spiega come la vita abbia potuto avere inizio sulla Terra nel periodo immediatamente successivo al cataclisma.

Dato che al momento della collisione Nibiru era già in possesso di un DNA formato, su quel pianeta l’evoluzione e benedizione molto prima che sulla Terra. Non è possibile dire quanto prima, ma in termini di 4,5 miliardi di anni, anche solo l’1% prima significherebbe un vantaggio di 45 milioni di anni terrestri, un periodo evoluzionistico più che sufficiente perché gli astronauti di Nibiru potessero incontrare un Homo erectus sulla Terra.

L’antica idea che la vita sulla terra sia cominciata quando il nostro pianeta fu “inseminato” da Nibiru era ulteriormente espressa nel concetto di un effettivo seme di vita, Numum in sumero, Zeru in accadico e Zera in ebraico. Quell’idea scientifica fondamentale non solo spiegava come ebbe origine della vita sulla Terra, ma indicava anche dove questo accadde.
È degno di nota il fatto che nella Genesi (1,20-25) la Bibbia descriva l’evoluzione di “esseri viventi” (nel quinto giorno della Creazione) che procede dalle acque verso la terraferma, partendo da “tutto ciò che brulica nelle acque” per arrivare, passando dagli anfibi, ai “rettili” (dinosauri), seguiti dagli uccelli e infine a tutti gli altri “esseri viventi secondo la loro specie”; una vera e propria teoria dell’evoluzione la cui sequenza in sintonia impressionante con le moderne teorie evolutive (compresi le più recenti scoperte secondo le quali gli uccelli si sono evoluti dai dinosauri).
Ma per quanto riguarda il dove abbia avuto inizio la vita, nella Bibbia troviamo una fase precedente alla vita marina: il terzo giorno la vita cominciò con la comparsa delle erbe che producono semi sulla terra asciutta. Fu dopo la formazione dei continenti emersi e dei mari pieni di acqua e Dio disse (Genesi 1,11-13):

La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie. E così avvenne: la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: Terzo giorno.

Così, mentre in altri versi la Bibbia descrive l’evoluzione come la conosciamo, dalle prime creature marine ai pesci, agli anfibi, ai rettili, agli uccelli e ai mammiferi, essa afferma anche che prima che “tutto ciò che brulica” cominciò a muoversi nelle acque, la prima fase di vita sulla Terra fu costituita dalle erbe che producono semi e da essi derivano.

Una simile distinzione fra l’evoluzione e l’inizio della vita sulla Terra è stata a lungo considerata in contraddizione con la scienza moderna, fino alla pubblicazione, nel luglio del 2009 (Nature n° 460) di uno studio rivoluzionario in base al quale «uno spesso e verde tappeto di vita fotosintetica esplose su tutta la Terra» centinaia di milioni di anni prima che la vita con «cellule affamate di ossigeno» facessi la sua comparsa nelle acque. La Terra, ha dichiarato la rivista scientifica, fu «resa verde» con uno «spesso tappeto di vita vegetale» i cui sedimenti, depositatisi negli oceani, potrebbero aver nutrito la vita acquatica.

Queste nuove scoperte rivoluzionarie riaffermano ciò che era stato dichiarato nella Bibbia millenni prima.

La Bibbia chiarisce che questa sequenza è stata resa possibile dall’aspetto “seminale” delle erbe. Le parole “seme”, “semi”, “che producono seme” vengono ripetute sei volte nei due versetti citati, garantendo che al lettore non sfugga la cosa più importante: la vita sulla Terra è cominciata con/da un seme di DNA bell’e pronto.

Nonostante finora non sia stato trovato un testo mesopotamico parallelo, altri indizi segnalano che anche i Sumeri avevano notato una simile sequenza degli inizi della vita dai semi delle erbe. Ne troviamo le prove nelle parole e nella terminologia dei 50 nomi divini attribuiti a Marduk quando assunse la supremazia. Conservati nella loro forma originale sumera perfino nel testo babilonese, ognuno di questi nomi era seguito da una linea di testo che ne elaborava il significato. I sette nomi-epiteti seguenti sono l’immediata pertinenza rispetto al nostro argomento. Li elenchiamo così come compaiono nella tavoletta, insieme alle loro delucidazioni testuali:

Maru’ukka, veramente il dio creatore di Tutto.
Namtillaku, il dio che sostenta la vita.
Asaru, dispensatore delle coltivazioni, creatore di erbe e grani, che fa germogliare la vegetazione.
Epadun, Signore che nasce il campo… che impianta filari di semi.
Sirsir, che accumulò una montagna sopra Tiamat… la cui “chioma” è un campo di grano.
Gil, che accumula grani in mucchi massicci, che produce orzo e miglio, che procura i semi della Terra.
Gishnumunab, creatore del seme primigenio, il seme di tutte le genti.

La sequenza di attributi qui sopra citata è conforme alla teoria Anunnaki sull’origine della vita sulla Terra e sui suoi stadi evolutivi, teoria secondo la quale il Marduk celeste (alias Nibiru) è:

(a) “creatore del seme primigenio”

(b) che «fornì i semi della Terra», a partire dalle erbe e dalla vegetazione che germoglia

( c ) culminando nel procacciamento del “seme di tutte le genti”.

È un concetto che considera tutta la vita derivata dallo stesso “seme”, lo stesso DNA, in una catena che dal “seme primigenio” di Nibiru va fino al “seme di tutte le genti”.

Questo concetto, una conclusione scientifica degli Anunnaki, racchiude la centralità del loro interesse per il “seme” quale essenza della vita. Quando Enlil voleva che il genere umano perisse nel Diluvio, era il “seme dell’umanità” che desiderava distruggere. Quando Enki rivelò il segreto del Diluvio a Ziusudra, gli disse: «Un Diluvio verrà mandato per distruggere il seme dell’umanità». E non furono coppie effettive di tutti gli animali che Noè/Utnapishtim/Ziusudra portò a bordo dell’arca: oltre a qualche pecora e qualche uccello fu portato a bordo il “seme degli esseri viventi” (fornito da Enki). Come leggiamo nell’Epopea di Gilgamesh, queste furono le istruzioni impartite a Utnapishtim:

Uomo di Shuruppak, figlio di Ubar-Tutu,
distruggi la tua casa costruisce una nave!
Rinuncia a ciò che possiedi, pensa solo alla tua vita!
Lascia tutti i tuoi averi e metti in salvo l’anima!
A bordo della nave porta il seme di tutti gli esseri viventi.

Nell’elenco dei 50 nomi, gli epiteti di Marduk che contengono la parola “seme” andavano da “colui che impianta filari di semi” a colui “che procura i semi della Terra”, “creatore del seme primigenio” e del “seme di tutte le genti”. Ci riecheggia ancora nelle orecchie il grido di Ea/Enki: «Io sono il capo degli Anunnaki, generato da seme fecondo, figlio primogenito del divino Anu!». E dobbiamo richiamare alla memoria la pretesa di Enlil al diritto di successione: per il fatto che sua madre, Antu, è la sorellastra di Anu, il “seme” di Enlil era doppiamente fecondo.

Ma allora, di che “seme” è l’uomo?

La questione delle nostre origini genetiche non è più un sotto-argomento relegato agli studi biblici, ma è passato dai regni della fede e della filosofia al campo della scienza sofisticata e complessa, dal momento che le più recenti ricerche si concentrano sulle cellule cancerogene apparentemente immortali e sulle cellule staminali, la cui importanza è evidente (sono le cellule embrionali da cui si sviluppano tutte le altre cellule del corpo). Nella narrazione biblica l’umanità discende in linea diretta da Adamo (ed Eva) e dal loro figlio Seth, attraverso la famiglia di Noè, unica sopravvissuta, e i suoi tre figli sposati. Ma perfino la Bibbia riconosce l’esistenza di un altro lignaggio umano, la linea di Caino, che si sviluppò nel lontano paese di Nod. A giudicare dalle fonti sumeriche e accadiche, la storia reale è notevolmente più complessa e va a toccare la questione della vita, della longevità e della mortalità. Soprattutto però coinvolge i semidei, nati dai matrimoni degli dei con le figlie degli uomini.

I geni alieni di Adamo

Realizzando una conquista storica, nel febbraio 2001 due equipe scientifiche annunciarono il sequenziamento completo del genoma umano. La scoperta principale è stata che il nostro genoma non contiene i 100.000-140.000 geni previsti (i filamenti di DNA che dirigono la produzione degli aminoacidi e delle proteine), ma ne ha meno di 30.000, sono circa il doppio dei 13.601 geni di un moscerino della frutta e appena il 50% in più dei 19.098 del verme rotondo. Inoltre, non c’era quasi nessuna unicità nei geni umani. Si è scoperto che sono paragonabili quasi al 90% con quelli dello scimpanzé e al 70% con quelli del topo. Geni umani con le stesse funzioni sono risultati identici ai geni di altri vertebrati, come pure di invertebrati, piante, funghi e perfino lieviti.

La scoperta non ha solo confermato l’esistenza di un unico DNA fonte di tutta la vita sulla Terra, ma ha anche consentito agli scienziati di seguire le tracce del processo evolutivo culminato nell’Homo sapiens, ovvero è stato possibile vedere come organismi più complessi si siano evoluti geneticamente da organismi più semplici, adottando in ogni fase geni di una forma di vita inferiore per crearne una superiore.

Ed è stato nella ricostruzione del modello evolutivo verticale contenuto nel genoma umano e in altri genomi analizzati che gli scienziati si sono trovati di fronte a un rebus. La “sconcertante scoperta”, come l’ha definita la rivista Science (n° 291), è che il genoma umano contiene 223 geni che non hanno predecessori nell’albero evolutivo genomico. Infatti si è scoperto che questi 223 geni mancavano del tutto nell’intera gamma della fase evolutiva dei vertebrati. Un’analisi delle loro funzioni, pubblicata sulla rivista Nature (n° 409), ha dimostrato che presuppongono importanti funzioni fisiologiche e cerebrali peculiari degli esseri umani. Dal momento che la differenza fra uomo e scimpanzé è di soli 300 geni circa, quei 223 fanno un’enorme differenza.
Come ha fatto l’uomo ad acquisire questo mucchietto di geni enigmatici? Gli scienziati sono riusciti a spiegare la presenza di questi geni estranei solo tramite un «probabile trasferimento orizzontale da batteri» “piuttosto recente” (nella cronologia evolutiva), lasciando intendere che non si tratti di geni acquisiti attraverso l’evoluzione, ma mediante una recente infezione batterica.
Nel mio sito Web ho scritto che se si accetta la spiegazione della “inserzione batterica orizzontale”, allora c’è stato un gruppo di batteri che ha detto. «Creiamo l’Adamo a nostra immagine…».

Io preferisco ancora la versione sumera e quella biblica degli Anunnaki/Elohim.

Zecharia Sitchin (tratto da Quando i giganti abitavano la Terra)

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