Era probabilmente intorno a mezzanotte che la lettura pubblica dell’Enuma elish (che a Babilonia veniva accompagnata dalla drammatizzazione degli eventi, qualcosa di simile ai misteri della Passione) giungeva all’affermazione in base alla quale la creazione dei cieli della Terra a opera di Marduk era stata compiuta. Quindi il momento di distribuire la sua supremazia celeste fra gli Anunnaki, gli dei del cielo che vennero sulla Terra.

Con ammirevole sottigliezza, il nome di Enlil (la divinità che probabilmente era stata alle nove del racconto della creazione nell’origine sumero) viene citato (per la prima volta) accanto a quelli di Anu ed Ea/Enki: viene aggiunto nell’ultima riga della Tavoletta IV. Poi, mentre il racconto continua sulla Tavoletta V, entrarono in scena altre divinità, fra cui la vera madre di Mrdu, Damkina (ribattezzata Ninki dopo che a Ea Venne attribuito il titolo di “Enki” = “Signore della Terra”), e l’ascoltatore (o il lettore) si trova ad assistere all’incoronazione a “re” di Marduk non solo da parte degli dei Anunnaki, ma anche da parte di un altro gruppo di divinità chiamate I.gi.gi ( “Coloro che osservano e vedono”).

È una grande assemblea di tutti gli dei che comandano, Marduk è seduto su un trono e i suoi orgogliosi genitori, Ea/Enki e Damkina, «aprirono la bocca ai grandi dei» dicendo: «Prima Marduk era [solamente] il nostro amato figlio, ora è il vostro re. Proclamate il suo titolo di “ re degli dei del Cielo della Terra!”. Seguiva l’adesione a quella richiesta:

Tutti gli Igigi radunati nell’assemblea si inchinarono;
tutti gli Anunnaki baciarono il suo (di Marduk) piede.
Erano stati annullati per offrire obbedienza,
si alzarono in piedi davanti a lui, si inchinarono e dissero:
«Egli è il re!»
Diedero la sovranità a Marduk,
recitarono per lui una formula di
buona fortuna e successo, [che diceva]:
«Qualunque sia il tuo ordine, noi lui seguiremo!».

Il testo non dice dove fu riunita l’assemblea. La narrazione lascia intendere che l’incoronazione di Marduk sia avvenuta su Nibiru e sia stata seguita da un’assemblea degli dei assegnati alla Terra. Ricordando agli dei riuniti il suo linguaggio regale (vengono invocati alcuni antenati predecessori di Ea e Anu), Marduk, in qualità di comandante appena eletto, non perde tempo nel tracciare il suo programma divino: finora, dice agli dei riuniti, avete abitato a E.sharra. “la Grande Dimora” di Anu su Nibiru, d’ora in avanti risiederete in «una dimora analoga che costruirò nel basso». Marduk dichiara di aver costruito “nel basso”, sulla Terra, un suolo solido per una nuova casa:

Ho indurito il terreno per un luogo edificabile,
per costruire una casa,
la mia lussuosa dimora.
Vi stabilirò il mio tempio,
i miei santuari affermeranno la mia sovranità…
La chiamerò Bab-ili (“Porta degli Dei”).

Mentre gli dei riuniti esultavano all’udire suo progetto di fondare Babilonia, Marduk proseguì assegnando i loro compiti:

Marduk, il re degli dei,
divise degli Anunnaki in sopra e sotto.
Per seguire le sue istituzioni,
ne destinò 300 ai cieli,
dove appostò coloro che osservano
In maniera analoga a definire le stazioni sulla Terra,
dove stabilì 600 di loro.
Diede tutte le istruzioni;
agli Anunnaki del Cielo e della Terra
assegnò i rispettivi compiti.

Gli dei destinati alla “Missione Terra” vengono così divisi subito in più gruppi: 300, denominati I.gi.gi (“coloro che osservano vedono”) hanno “mansioni aeree” e verranno piazzati “sulla Terra” (su Marte, come spiegheremo in seguito). Seicento, gli Anunnaki, “di Cielo e Terra” verranno inviati sulla Terra stessa e, in base alle istruzioni del loro signore, avranno come primo compito la fondazione di Babilonia, Dove erigeranno la torre a gradoni E.sa.gil, la “dimora dalla cima elevata”. (per le raffigurazioni degli Anunnaki e degli Igigi nelle loro stazioni, vedi figura 64).

Alla fine della Tavoletta VI, Bab-ili (Babilonia), la “Porta degli dei” e la sua «torre che arriva fino al cielo» sono ultimati; il Marduk celeste è quindi ora Marduk sulla Terra, e la recitazione dell’Enuma elish procede con la Tavoletta VII, che è un elenco laudatorio di 50 nomi, 50 epiteti di conferimento di potere.

L’Epica termina dicendo: «Con i “cinquanta” titoli i grandi dei lo (Marduk) proclamarono supremo.

Naturalmente qui il testo dell’epica babilonese fatto scorrere “velocemente in avanti” gli eventi. Sulla Terra la vita deve ancora emergere ed evolversi, Enki e il suo primo equipaggio di 50 Anunnaki devo ancora ammarare, le città degli dei devono essere fondate, uomo non ancora fatto la sua comparsa e il Diluvio deve ancora spazzare via tutto, poiché l’episodio della Torre di Babilonia si verificherà solo nel periodo successivo. Che le omissioni siano deliberate o meno, resta il fatto che tutti gli sviluppi intermedi devono ancora aver luogo, non solo secondo la Bibbia, ma anche in base a vari testi cuneiformi.

In effetti, anche prima di contemplare gli eventi sulla terra bisognerebbe analizzare gli eventi su Nibiru, dove presumibilmente si è svolta l’incoronazione di Marduk.

Chi sono gli dei riuniti? Chi sono gli “antenati” invocati da Marduk? La dimora reale divina che progettò di fondare sulla Terra deve servire come omologo della dimora divina reale del dio Anu, l’E.sharra, su Nibiru. Ma di quale regno è re Anu? Chi erano gli Anunnaki e gli Igigi cui furono assegnati compiti per la Missione Terra? Perché 50 di loro, accompagnando Ea/Enki, vanno sulla Terra in cerca di oro? E perché, al suo culmine, occorrevano 600 Anunnaki e 300 Igigi?

Sebbene l’Enuma elish non fornisca risposte a queste domande, noi non siamo del tutto impossibilitati a trovarle. Vari testi antichi introducono dati e dettagli, citano nomi e descrivono avvenimenti. Alcune li abbiamo già citati, ne porteremo alla luce molti altri, certi addirittura in lingue diverse dal sumero o dall’accadico. Insieme questi testi forniscono i puntini da unire per formare un racconto continuo e coerente. Importantissimo in quel contesto è quanto ci raccontano su noi stessi: su come l’uomo e il genere umano sono arrivati sul pianeta Terra.

Possiamo cominciare a dipanare la matassa con Anu, il sovrano su Nibiru durante la conferma di Marduk a comandante supremo degli Anunnaki e degli Igigi. Era anche sovrano su Nibiru Durante il primo arrivo sulla Terra, dato che Ea/Enki invoca la propria condizione di “figlio primogenito di Anu” nella sua autobiografia. Si può presumere che sia stata la forma di sovranità di Anu a essere «condotta giù dal Cielo» dagli Anunnaki e che le insegne tradizionali della sovranità provenissero dalla sua corte: un copricapo di vino (corona, tiara), uno scettro o bastone (simbolo di potere, di autorità) e una corda di misurazione attorcigliata (rappresentante la giustizia). Questi simboli compaiono nei dipinti di ogni epoca che rappresentano la divina investitura, cerimonia durante la quale il dio la dea consegna questi oggetti al nuovo re (figura 56).

AN/Anu come parola significa “Cielo”, come epiteto voleva dire “il celeste”, e il suo pittogramma era una stella. Riferimenti in vari testi forniscono alcune informazioni sul suo palazzo, la sua corte e le sue rigide procedure. Veniamo così a sapere che, oltre alla consorte ufficiale (la sua sposante), Anu aveva sei concubine e 80 figli (di cui solo 14 avevano il titolo divino di En per i maschi, Nin per le femmine, figura 57). I suoi abitanti di corte comprendevano un capo ciambellano, tre comandanti responsabili delle astronavi a razzo,  due comandanti delle armi, un “ministro del borsellino” (Tesoro), due capi giudici, due “maestri della conoscenza scritta”, due capi scribi e cinque assistenti scribi. La truppa dello staff di Anu veniva chiamata Anunna, “I celesti di Anu”.

Il palazzo di Anu pubblicato nel “luogo puro”. Il suo ingresso era costantemente sorvegliato da due principi reali, chiamati “comandanti delle armi”, che controllavano due armi divine, lo Shar.ur (“cacciatore reale”) e lo Shar.gaz (“colpitore reale”). Un disegno assiro (figura 58) che dà l’impressione di rappresentare la porta d’ingresso al palazzo di Anu mostrava le due torri fiancheggiate da “uomini Aquila” (gli “astronauti” Anunnaki in uniforme) con l’emblema del disco alato di Nibiru al centro. Altri simboli celesti (un Sistema solare composto da 12 elementi, una falce di luna che rappresenta la Luna e sette punti che rappresentavano la Terra) completano la presentazione.

Quando si convocava un’assemblea di dei, questa si svolgeva nella sala del trono del palazzo. Anu sedeva sul trono, affiancato da suo figlio Enlil, seduto alla sua destra, e dal figlio Ea, seduto alla sua sinistra. I testi che documentano le procedure dell’assemblea indicano che praticamente ognuno dei presenti poteva prendere la parola che alcune deliberazioni seguivano dibattiti accalorati. Ma la parola di Anu era definitiva: «la sua decisione era vincolante». Uno dei suoi epiteti era “Divino 60”, che gli conferiva il grado più elevato in base al sistema di numerazione sessagesimale (in base 60).

I Sumeri e i loro successori non hanno tenuto solo delle minuziose liste di re, ma hanno anche conservato elaborati elenchi di dei, liste di divinità disposti in ordine di importanza e di rango e raggruppate per famiglie. Negli elenchi, più dettagliati il nome principale del dio o della dea era seguito dai suoi epiteti (che potevano essere alquanto numerosi); in alcuni eventi che raggiungevano uno stato canonico gli dei erano catalogati ordine genealogico, fornendo per così dire loro pedigree reale.

Le liste degli dei potevano essere locali e nazionali, corte e lunghe. La più completa, nota gli studiosi per la sua riga iniziale come la serie An:god-Anu e considerata la grande lista degli dei, occupa sette tavolette e contiene più di 2100 nomi o epiteti di dei e dee. Di certo numero impressionante, ma notevolmente ingannevole se ci si rende conto che a volte una ventina o più voci erano in realtà epiteti della stessa divinità (il figlio minore di Enlil, per esempio, che era chiamato Ishkur in sumero, Adad in accadico e Teshub dagli Ittiti, aveva altri 38 epiteti). Grande lista degli dei includeva anche le spose e figli delle divinità, capi “visir” e altri attendenti personali.

Ogni tavoletta di questa serie è divisa in due colonne verticali: quella di sinistra fornisce nome il nome/l’epiteto sumero della divinità e quella di destra fornisce il nome equivalente o il significato dell’epiteto in accadico. Fra gli altri elenchi di divinità più brevi o parziali finora scoperti c’era anche quello noto come la serie An:Anu Sha Ameli che, nonostante il titolo in accadico, è una lista basilare più antica del Pantheon sumero (in cui sono elencati sul 157 nomi ed epiteti).

È da questi eventi che apprendiamo come nomi scelti nell’Enuma elish per vari pianeti non siano accidentali: si trattava di nomi mutuati dalle liste canoniche delle divinità, allo scopo di avvalorare le rivendicazioni genealogiche di Marduk alla supremazia, dato che era figlio di Ea/Enki, a sua volta primogenito di Anu, che a sua volta erano i discendenti di una linea reale di Nibiru composta da ventun antenati!

L’elenco (strutturato per coppie) comprendeva oltre ad Anshar e Kishar, Lahma e Lahama (noti come nome celesti tratti dall’Enuma elish), altri nomi poco conosciuti An.shargal e Ki.shargal, En.uru.ulla e Non.uru.ulla, e (significativamente) una coppia dagli strani nomi di Alala e Belili. Questa lista degli schiavi di Anu termina con il proscritto «21 en ama aa», “21 nobili madri e padri” (elencati come 10 coppie più un maschio non sposato). Poi la grande lista degli dei nomi dei figli e i funzionari del gruppo di Anu, saltando i suoi due figli maschi principali e la figlia (Ea/Enki, Enlil e Ninmah), che sono elencati separatamente con i rispettivi gruppi familiari e aiutanti. In qualunque modo vengono studiati questi elenchi di divinità, la proposizione principale e dominante del re divino Anu è inequivocabile. Tuttavia, un testo dal titolo Sovranità nel Cielo, trovato intatto in una versione ittita, rivela che Anu era un usurpatore, poiché si era impadronito del trono di Nibiru destituendo con la forza il sovrano che vi regnava!

Dopo aver fatto appello a «12 antichi potenti dei», ai «padri e madri divini» e a «tutti gli dei che sono in cielo e a quelli che sono sulla Terra scura» di prestare attento ascolto al racconto dell’usurpazione, il testo proseguiva dicendo:

Un tempo, nei giorni antichi,
Alalu era re in cielo.
Alalu era assiso sul trono.
Il potente Anu, primo fra gli dei,
gli stava dinnanzi, prostrato ai suoi piedi,
e gli porgeva la coppa.
Per nove periodi contati
Alalu fu re nel cielo.
Il nono periodo Anu gli diede battaglia
e lo vinse. Alalu fuggì dalla sua vista
e discese verso la Terra oscura,
giù sulla Terra oscura se ne andò.
Anu si insediò sul trono.

Nella sua autobiografia Enki dichiarava con una certa disperazione: «Io sono il capo degli Anunnaki. Generato da seme fecondo, figlio primogenito del divino Anu, il Grande Fratello di tutti gli dei». Era effettivamente il primogenito, generato da “seme fecondo”, ma solo da parte di padre. Quando Anu si insediò sul trono, fu Enlil a sedersi alla sua destra. Nella graduatoria numerica dei 12 grandi dei Enlil era secondo ad Anu, con il grado di 50, mentre Enki veniva dopo con il grado di 40. Pur essendo primogenito, Enki non era il principe ereditario: quel titolo, insieme al diritto di successione, spettava al più giovane Enlil poiché sua madre era Antu. E Antu non era semplicemente la sposa ufficiale di Anu, ma era anche sua sorellastra, il che  garantiva a Enlil una dose doppia di seme genetico “fecondo”.

Emerge così il quadro di due antichi clan in competizione per la sovranità su Nibiru, a volte in guerra, a volte in cerca di pace attraverso matrimoni fa membri di famiglie diverse (una pratica nota anche sulla Terra, a cui spesso tribù o nazioni in guerra fra loro ricorrevano per riportare la pace) e dandosi il cambio sul trono, talora in modo violento, come nel caso del colpo di stato di Anu contro Alalu. Il nome del re deposto (Alalu in ittita) è nettamente diverso dei numerosi nomi caratterizzati dal prefisso En-, ma è praticamente identica allo strano nome Alala presente nella lista di Anu, il che lascia intendere che ci sia stata un’affiliazione a un clan diverso e l’accesso al trono grazie un matrimonio misto.

Quell’enfasi sulla propria linea genetica e sulle regole di successione si rifletteva anche nel racconto biblico dei Patriarchi.

Il violento rovesciamento di Alalu, che l’aveva indotto a fuggire dal suo grida di origine, fu un evento isolato o un episodio all’interno di una storia di lotta continua (seppur intermittente) fra due clan o forse, in termini planetari, tra due nazioni presenti su Nibiru? I dati nella lista degli dei lascia intendere che la sconfitta di Alalu sia stata la continuazione di un conflitto irrisolto fra i clan di Nibiru. Non fu il primo e neppure l’ultimo violento “cambio di regime”: alcuni testi suggeriscono che lo stesso Alalu fosse un usurpatore e che in seguito siamo stati fatti alcuni tentativi per rovesciare Anu…

Un dettaglio nella composizione della corte di Anu offre un indizio per capire gli eventi su Nibiru: l’elencazione di tre “comandanti responsabili delle astronavi a razzo Mu” e di due “comandanti delle armi”. Pensandoci meglio, questo significa che cinque militari costituivano circa metà il ministero di 11 (escludendo i sette scribi). Questo equivale a un governo militare. Viene data una evidente enfasi agli armamenti: due dei cinque militari si occupano solo di armi. Il vero e proprio palazzo era protetto da due terribili sistemi di armi, sotto il controllo di due principi reali.

Protetto da che cosa e da chi?

A rischio di anticipare uno dei prossimi capitoli, possiamo già accennare che nel 2024 a.C. gli Anunnaki che si trovano sulla Terra ricorsero alle armi nucleari nelle loro continue lotte fra clan. Parecchi testi antichi (che citeremo) dichiarano che furono usati sette dispositivi nucleari, ed è chiaro che tali armi furono portate sulla Terra da Nibiru. Indipendentemente dal fatto che lo Sharur e lo Sharzag che proteggevano il palazzo di Anu fossero armi di questo tipo, è evidente che le armi nucleari facevano parte dell’arsenale militare di Nibiru. Furono mai usate su quel pianeta? Perché no, dato che lo furono su un pianeta lontano chiamato Terra, dove al culmine della loro presenza stazionavano 900 Nibiruani (600 Anunnaki e 300 Igigi)? Su Nibiru era in gioco molto di più!

Dopo essere partiti da una visione del nostro sistema solare come un assemblaggio ghiacciato, creato una volta per tutte, di pianeti che orbitano intorno a un calderone nucleare (il Sole), ora gli astronomi nell’era spaziale si rendono conto che i pianeti e perfino le loro lune brulicano di fenomeni naturali: hanno i loro nuclei nucleari, creano ed emanano calore, subiscono attività vulcaniche, sono dotati di atmosfere, hanno climi mutevoli; alcuni mostrano superfici ghiacciate, altri evidenziano caratteristiche simili a quelle della Terra, molti sono dotati di acqua, alcuni solo di laghi pieni di sostanze chimiche; certi sembrano del tutto inerti, altri rivelano composti complessi che potrebbero essere associati alla vita. Sono state perfino riscontrate le stagioni sugli “esopianeti” che orbitano intorno ad altri soli lontani, pianeti di cui solo fino a pochi anni fa si immaginava potessero esistere unicamente sul piano fantascientifico.

Grazie alle esplorazioni senza equipaggio iniziate negli anni 70, oggi sappiamo che il nostro vicino Marte, considerato fino a qualche decennio fa un pianeta privo di vita fin dalla sua nascita, è dotato di atmosfera (tuttora sufficiente per produrre occasionali tempeste di polvere), acqua corrente, fiumi e vasti laghi e mari; con un lago ghiacciato, il ghiaccio d’acqua e perfino terreno fangoso che permangono fino ai nostri giorni (figura 59, esemplari di resoconti scientifici). È degno di nota il fatto che già nel libro Il pianeta degli dei (1976) avevamo fornito le prove che un Marte abitabile serviva agli Anunnaki da stazione di passaggio per i veicoli spaziali che andavano avanti e indietro da Nibiru. Era lì che stazionavano gli Igigi con il compito di attuare servizi di navetta fra la Terra e Marte.

Sulla Terra, gli Igigi atterrati su un’ampia piattaforma dotata di torre di lancio chiamata “lo scalo”, costruita con enormi blocchi di pietra. Nel libro La via dell’immortalità l’abbiamo identificata nel sito noto come Baalbek sui monti del Libano. La vasta piattaforma di pietra esiste tuttora, come pure le rovine della torre di lancio, costruita con giganteschi blocchi di pietra, ciascuno dei quali pesa dalle 600 alle 900 tonnellate. All’angolo nord-occidentale della piattaforma la torre era rinforzata con tre immensi blocchi di pietra, ognuno con un peso superiore alle 1100 tonnellate (!), noti come il Trilithon (figura 60). Le tradizioni locali li attribuivano ai “giganti”.

Il nostro pianeta, la Terra, ha avuto un inizio violento: il raduno di oceani e mari, l’emersione e lo spostamento di continenti (“terraferma”), eruzioni vulcaniche e onde di marea (ricordate il Diluvio?), ere glaciali e intervalli caldi (alias cambiamento climatico) e problemi atmosferici dovuti a un eccesso di qualcosa (per esempio di emissioni di anidride carbonica) o di una carenza di qualcos’altro (come la perdita dell’ozono protettivo). È quindi logico presumere che anche il pianeta Nibiru abbia subito simili eventi naturali.

Chi ha letto Il pianeta degli dei e ne ha accettato le conclusioni su Nibiru si chiedeva ancora come gli Anunna fossero riusciti a sopravvivere su un pianeta la cui orbita lo allontana dal Sole: non avrebbero dovuto morire subito assiderati, insieme a ogni altra forma di vita? La mia risposta era stata che noi e la vita sulla terra affrontiamo lo stesso problema, nonostante il nostro pianeta si trovi a una presunta “distanza vivibile” dal Sole: ci basterebbe allontanarci un po’ dalla superficie terrestre per morire assiderati. Come altri pianeti, anche la Terra ha un nucleo nucleare che produce calore, e diventa sempre più calda man mano che i minatori scavano gallerie in profondità. Ma il nostro spesso mantello roccioso ci rende dipendenti dal calore proveniente dal sole e ciò che ci protegge è l’atmosfera terrestre che, agendo da serra, trattiene il calore che riceviamo dal Sole.

Nel caso di Nibiru, è di nuovo l’atmosfera a offrire protezione, ma lì la necessità consisteva soprattutto nel trattenere il calore proveniente dal nucleo del pianeta evitando che si disperdesse nello spazio. È infatti solo per una parte del suo “anno” (un’orbita intorno al Sole) che l’orbita ellittica di Nibiru procura “un’estate” calda: durante il suo “inverno”, molto più lungo, il mantenimento della vita sul pianeta dipende dal calore del suo nucleo.

Come tutti i pianeti, anche Nibiru deve aver subito naturali cambiamenti climatici e atmosferici. Quando i suoi abitanti divennero in grado di eseguire voli spaziali con equipaggio e acquisirono la tecnologia nucleare, l’uso di armi atomiche aggravò i problemi atmosferici. Fu allora, come ipotizzò nel libro Il pianeta degli dei, che gli scienziati di Nibiru ebbero l’idea di creare uno scudo di particelle d’oro per riparare e proteggere l’atmosfera danneggiata del loro pianeta. Ma l’oro era un metallo raro su Nibiru, e il suo uso più o meno corretto per la salvezza del pianeta non fece che aggiungersi ai conflitti latenti.

Fu su questo sfondo di circostanze ed eventi che Anu sottrasse il trono ad Alalu e quest’ultimo, fuggendo su un’astronave a razzo per salvarsi la vita, cercò rifugio su un pianeta sconosciuto, lontano e disabitato. I Nibiruani chiamavano Ki il pianeta lontano: l’antico testo ittita chiarisce che «Alalu già sulla Terra oscura se ne andò». La scoperta casuale da lui fatta che le acque di quel pianeta contenevano oro di servire da asso nella manica per pretendere la reintegrazione al trono. Nel testo Il libro perduto del dio Enki avevo ipotizzato che Alalu avesse acconsentito che Ea andasse a verificare la scoperta, poiché Ea era suo genero, in quanto aveva sposato per ragioni di stato sua figlia Damkina. Nelle circostanze successive alla destituzione, caratterizzate da sfiducia e animosità, Ea/Enki, figlio di Anu e genero di Alalu, era forse l’unico che potesse guidare la Missione Terra godendo della fiducia di entrambe le parti. Fu così che Ea e il suo equipaggio di 50 unità giunsero sulla Terra per reperire e inviare a Nbiru l’inestimabile metallo, una missione e un arrivo iscritti da Ea  nella sua autobiografia.

Da quel momento in poi il pianeta Terra divenne il palcoscenico principale su cui si svolsero i sorprendenti interventi successivi.

Pur essendo un grande scienziato, Ea non poteva estrarre da quello che oggi chiamiamo golfo Persico più oro di quanto bene fosse: minuscole quantità richiedevano la lavorazione di enormi volumi di acqua. Da grande scienziato qual era, Ea segui le tracce dell’oro fino ad individuarne la fonte primaria più vicina: i filoni auriferi nel profondo delle rocce dell’Abu. Se Nibiru doveva avere l’oro, e di sicuro ne aveva un gran bisogno, gli Anunnaki dovevano passare a un’operazione di scavo e fondare Arali, la terra delle miniere.
Il cambiamento della natura della Missione Terra richiedeva più personale, nuove attrezzature, insediamenti su due continenti, nuove strutture di trasporto e comunicazione, nonché un tipo diverso di sovrintendente: meno scientifico e con maggiore esperienza organizzativa, di comando e di mantenimento della disciplina. Per questo compito venne scelto En.lil (“Signore del comando”), il principe ereditario. Gli eventi successivi dimostrarono che si trattava di un comandante rigido nell’imporre la disciplina.

Mentre la venuta di Enki sulla Terra è documentata nella sua autobiografia, il viaggio di Enlil è registrato in un altro tipo di documento. Si tratta di un’insolita tavoletta circolare, un disco fatto di un inconsueto tipo di argilla. Ritrovata fra le rovine di Ninive (schizzo, figura 61), il suo attuale custode, il British Museum di Londra, la espone come se fosse semplicemente un esempio di scrittura antica. Un’azione incredibile, in cui non ci si rende conto della portata di quel manufatto che fornisce una straordinaria rappresentazione dei cieli, dove la rotta seguita da Enlil dal suo pianeta alla Terra è descritta sia graficamente che con le parole!

La tavoletta è suddivisa in sei segmenti e per fortuna le informazioni relative al viaggio di Enlil si trovano in un segmento perlopiù intatto. Ai margini del segmento vengono elencati i nomi delle stelle e delle costellazioni, indicando che lo spazio celeste è là fuori.

Le scritte sui lati (in traduzione, figura 62) fanno pensare a istruzioni di atterraggio. Al centro del segmento è disegnata una rotta che collega il pittogramma per “pianeta montuoso” con una porzione di cielo usata comunemente nella astronomia sumera come pubblicazione della Terra. L’itinerario compie una svolta fra due pianeti i cui nomi Sumeri indicavano Giove e Marte. E la frase (in accadico) sotto la linea della rotta dice chiaramente «Il dio Enlil passò accanto ai pianeti». Ce ne erano sette, accuratamente contati, poiché chiunque entrasse nel nostro sistema solare dalla sua direzione esterna, avrebbe incontrato Plutone come primo pianeta, Nettuno e Urano come secondo e terzo, Saturno e Giove come quarto e quinto, Marte come sesto e la Terra come settimo.

Il cambiamento delle mansioni e nella struttura di comando non fu, nel migliore dei casi, un’impresa facile. Fu senza dubbio difficile ridimensionare i privilegi di Ea mandando sulla Terra il suo rivale al trono Enlil. La discordia e la diffidenza fra i due fratellastri si rifletterono da una parte nel grido di Enki che dichiara di essere il primogenito, “seme fecondo”, ora retrocesso di grado, e dall’altra parte in un testo che documenta come Enlil si lamenti del fatto che Ea gli neghi il (termine enigmatico tradotto di solito con “formule divine”), una specie di “chip di memoria” essenziale per ogni aspetto della missione. Le cose andarono così male che Anu in persona si recò sulla Terra per proporre ai suoi due figli di risolvere la questione della successione tirando a sorte. Lo sappiamo dall’Epopea di Atrahasis, e sappiamo sostanzialmente quello che ne seguì:

Gli dei si strinsero la mano,
tirarono a sorte e poi divisero:
Anu, loro padre, era il re,
Enlil, il guerriero, era il comandante.
Anu risalì in Cielo,
[lasciò] la Terra ai suoi subalterni.
I mari, racchiusi come un laccio,
furono dati al principe Enki.
Dopo che Anu fu ritornato in Cielo,
Enki scese sull’Abzu.

Le successive 14 righe del testo, che di sicuro parlavano del dominio e dei compiti di Enlil, sono troppo danneggiate per poter essere lette e tradotte completamente, ma le parti illeggibili di altre righe indicano che mentre Ea, rinominato Enki (“Signore della terra”) per consolazione, fu assegnato all’Abu per sovraintendere alle operazioni di scavo, Enlil assunse il controllo dell’Edin, di cui si citano chiaramente i due fiumi, il Tigri e l’Eufrate. Sappiamo da altri testi che Enlil aumentò il numero degli insediamenti degli Anunnaki, passando dalla Eridu di Ea alle cinque famose città degli dei, alle quali poi mi aggiunse altre tre: Lara, Nippur e Lagash.

Nippur (accadico dal sumero Ni.ibru “il piacevole luogo dell’attraversamento”) era il centro di controllo della missione di Enlil. Gli Anunnaki vi costruirono l’E.kur (“casa che è come una montagna”), una torre-tempio la cui «cima saliva» verso il cielo; la sua camera più interna, dotata delle “Tavole dei destini” e in cui si sentiva il ronzio di altri strumenti che emettevano una luce azzurrognola, fungeva da Dur.an.ki, il “legame Cielo-Terra”. Costretto a fornire a Enlil il fondamentale, Enki (così dice la sua autobiografia) «riempì l’Ekur, la dimora di Enlil, con possedimenti» e «le barche di Meluhha, che trasportavano oro e argento, li condusse a Nippur per Enlil». Se evidenziamo gli otto insediamenti su una mappa, emerge una disposizione significativa (Figura 63). Nippur era fisicamente al centro, gli altri, situati a distanze concentriche, formavano un corridoio di volo che portava a Sippar (la città con la base di lancio) ed era ancorato sulle cime del Monte Ararat (la più alta configurazione topografica del Vicino Oriente). A Shuruppak c’erano le strutture mediche, Bad-Tibira era il centro metallurgico nel quale venivano lavorati i minerali provenienti dall’Abzu; da Sippar i lingotti venivano regolarmente trasportati su Marte in piccole spedizioni, poiché quel pianeta, con la sua minor forza gravitazionale, fungeva da base spaziale da cui gli Anunnaki inviavano carichi più grandi e pesanti verso Nibiru.

Gli Anunna arrivavano in gruppi di 50 e venivano divisi in due gruppi. Seicento, da allora in poi noti come Anunnaki (“Coloro che dal Cielo scesero sulla Terra”), vennero posti a servire sulla Terra; le loro mansioni comprendevano il lavoro minerario nell’Abzu e i compiti nell’Edin. Altri 300, chiamati I.gi.gi (“Coloro che osservano e vedono”) effettuavano il servizio di navetta tra la Terra e Marte, e la loro base principale era su Marte.

L’organizzazione è raffigurata su un sigillo cilindrico vecchio 4500 anni, ora conservato al museo dell’Hermitage di San Pietroburgo, Russia (figura 64): mostra un Anunnaki come “uomo Aquila” (astronauta) sulla Terra (simboleggiata da sette punti e dalla falce di Luna) mentre saluta un Igigi, “uomo pesce” che indossa una maschera, su Marte (il simbolo del pianeta a sei punte); nel cielo fra di loro si vede un’astronave circolare con pannelli estesi.

Poiché la missione terra era in pieno svolgimento, Nibiru era salvo, ma sulla Terra stavano per scoppiare disordini.


Il racconto del malvagio Zu

Contesto sumero noto come il mito di Zu è una fonte d’informazioni sia sul Duranki di Enlil che sugli Igigi e le armi degli Anunnaki. Narra di un tentativo di colpo di stato ai danni di Enlil da parte di un comandante Igigi di nome Zu. (Una recente scoperta delle tavolette del testo suggerisce che il suo epiteto fosse An.zu, “Uno che conosce i cieli”). Di stanza su Marte, dove erano costretti a indossare tute spaziali con maschere respiratorie (figura 64) e confinati sulla Terra presso “lo scalo” sulle montagne di cedri, «tutti gli Igigi erano in agitazione», si lamentavano ed erano irrequieti. Il loro comandante, Zu, fu invitato al quartier generale di Enlil per discutere della faccenda. Godendo di sufficiente fiducia per poter attraversare liberamente l’ingresso sorvegliato, «per togliere la supremazia a Enlil», per impossessarsi del comando, il «malvagio Zu concepì nel suo cuore di impadronirsi delle divine Tavole dei destini, tenere in pugno i decreti di tutti gli dei… Comandare tutti gli Igigi».

E così un giorno, mentre Enlil stavo facendo il bagno, «Zu si impadronì delle Tavole dei destini, rubò l’essenza della sovranità di Enlil» e fuggì in un nascondiglio sulle montagne. Il futuro delle Tavole dei destini provocò un lampo di “accecante luminosità” e provocò l’arresto del Duranki:

Furono sospese le formule divine,
il fulgore del santuario si spense,
l’immobilismo si diffuse ovunque,
il silenzio prevalse.

«Enlil era senza parole. A quella notizia, gli dei del paese si radunarono». Allarmato dalla gravità della usurpazione, Anu cerco un volontario fra gli dei che sfidasse Zu e  recuperasse le Tavolette dei destini, ma tutti quelli che ci provarono fallirono perché i misteriosi poteri delle Tavole respingevano tutti i proiettili sparati contro Zu. Infine Ninurta, il primogenito di Enlil, usando la sua “arma con sette turbini di vento” (vedi illustrazione) creò una tempesta di polvere a cui seguì una battaglia aerea. Gridando «ala ad ala!», Ninurta, sparò un Til.lum (missile) contro i “pignoni” di Zu, facendolo precipitare al suolo. Zu fu catturato da Ninurta, processato e condannato a morte. Le Tavole dei destini furono nuovamente installate nel Duranki.
Rievocando il racconto sumero di Zu, anche le tradizioni di altri popoli narrano di duelli aerei. Il testo geroglifica egizio “La contesa tra Horus e Seth” descrive la sconfitta di Seth da parte di Horus in una battaglia aerea sopra la penisola del Sinai. Nei racconti sugli dei greci le violente lotte fra Zeus e il mostruoso Tifone terminano quando Zeus,  nel suo carro alato, lancia un fulmine contro il magico congegno aereo del suo avversario. Anche i testi induisti in sanscrito contengono descrizioni di battaglie aeree fra divinità che volano in “carri portati dalle nuvole” e usano missili.

Zecharia Sitchin (tratto da Quando i giganti abitavano la Terra)

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