“Forse, a un certo punto della storia della vita sulla Terra, la Natura ha smesso di seguire le sue regole, adottando processi il cui significato non conosciamo ancora; o forse, il percorso evolutivo che ha condotto a Homo sapiens non ha nulla a che fare con un processo puramente naturale ed è invece associabile a un fenomeno indotto.
Prendere in considerazione quest’ultima ipotesi apre la strada a pensieri inquietanti che certamente metterebbero in discussione l’essenza stessa di tutti noi esseri umani.”

Tratto da Resi Umani di Pietro Buffa

L’aspetto centrale che Charles Darwin aveva proposto a fondamento della filogenesi, ovvero il gradualismo filetico, non trova rispondenza nel processo di ominazione.

L’evoluzione umana si presenta infatti come un processo in cui, a brevi periodi caratterizzati da “bruschi cambiamenti” alla base della comparsa di forme ogni volta riorganizzate nell’anatomia e con livelli di encefalizzazione crescenti, si interpongono periodi in cui i cambiamenti diventano pressoché nulli (bradytely).

Questa dinamica della nostra filogenesi è messa in evidenza proprio da una mancanza di “fossili di transizione”, ovvero di passaggi intermedi nella documentazione fossile in grado di mettere in rilievo una gradualità del processo evolutivo.

Pensiamo ad esempio a quel momento cruciale della nostra storia biologica in cui si determinò il passaggio da creature umane arcaiche (pensiamo a Homo erectus) a moderne. Questo importante passaggio, che prende il nome di “transizione arcaico-moderna”, costituisce ancora motivo di accesi dibattiti non solo perché sembrerebbe aver avuto luogo non in una bensì in diverse parti del pianeta ma anche perché rappresenta un passaggio molto brusco (e privo di gradualità) verso la condizione umana più moderna. Qualcosa di cruciale è sicuramente avvenuto, siamo nel Pleistocene medio ma i reperti fossili non sono così loquaci nel farci comprendere a quali esigenze adattative questa brusca trasformazione avrebbe dovuto rispondere.
(Dr. Pietro Buffa)

Una domanda scomoda

Alfred Russel Wallace stesso, pochi anni dopo aver elaborato con Charles Darwin la Teoria dell’evoluzione della specie, gli scrisse evidenziando alcuni dubbi che lo perseguitavano:

“Come siamo diventati esseri umani?”

Una domanda a cui sia la fede che la scienza hanno risposto in modo diametralmente opposto nella storia, l’una con il creazionismo e l’altra con la teoria dell’evoluzione di Darwin che anche nell’ambito accademico presenta a tutt’oggi, non solo lacune, ma notevoli punti inspiegabili della nostra filogenesi.

Agli inizi degli anni ‘70, Roger W. Wescott, allora professore ordinario di antropologia alla Drew University nel Medison, scosse la comunità accademica con un lavoro editoriale in cui si sosteneva che la nostra evoluzione fosse legata a processi di domesticazione.

In quel suo saggio ‘The Divine Animal‘ lo studioso ipotizzava che antichi colonizzatori del nostro pianeta avessero effettuato pressioni selettive sugli ominidi, guidando nel tempo l’evoluzione umana, sia biologica che culturale.

Come risponde la genetica

Come ci conferma anche il Prof. Marco Ragusa, docente ricercatore in genomica umana presso la facoltà di medicina e chirurgia di Catania, nel libro Resi Umani, ad un certo punto della storia della vita sulla terra, sembrerebbe che la natura abbia smesso di seguire le sue regole, infatti, il percorso evolutivo che ha condotto all’homo sapiens non ha nulla a che fare con un processo puramente naturale ed è invece associabile a un fenomeno i n d o t t o.

Modificazioni del genoma dell’ominide avvenute c.a 2,5 milioni di anni fa in un tempo evolutivo relativamente breve, che hanno portato all’Homo Sapiens, cioè a noi:

  • cambio dell’assetto cromosomico, che è stato dimostrato può verificarsi durante il processo di selezione per domesticazione
  • geni di accelerazione HARs che hanno portato ad una marcata encefalizzazione
  • comparsa ex novo di nuovi geni, tipicamente umani che non compaiono in nessun’altra specie
  • altri geni che hanno un omologo nei primati ma che in noi umani hanno subito una serie di accelerazioni uniche, cioè la regione non codificante (chiamata un tempo regione spazzatura, perché non se ne conosceva la funzione ) che ha la funzione di “interruttore” dei geni.

Tutte questa modificazioni, sia fisiche che comportamentali, avvengono solo intervenendo sul processo di incrocio, NON GENETICO!! Immaginiamo poi con un intervento genetico cosa si potrebbe ottenere!

A distanza di quasi 50 anni dal primo studio del dr. R.W. Wescott, Mauro Biglino e Pietro Buffa tornano sul tema alla luce di conoscenze più moderne e dati più aggiornati che provengono sia dal mondo scientifico che dall’analisi degli antichi testi sulle origini, e notano che l’Homo sapiens è l’unico mammifero che presenta tratti neotenici, un fenomeno che appare solo come conseguenza della domesticazione.

Cos’è la NEOTENIA?

Cosa significa ce lo spiega il dr. Buffa :

“viene definito neotenia il fenomeno evolutivo per cui negli individui adulti di una specie permangono caratteristiche morfologiche e fisiologiche tipiche delle forme giovanili.”

Una parola finora poco conosciuta, ma significa che nella fase adulta, una specie, presenta le caratteristiche proprie della fase giovanile del suo progenitore.

Esempi tipici di neotenia sono i nostri cani o gatti domestici che mantengono alcune caratteristiche, sia fisiche che caratteriali, della specie selvatica in giovane età.

Ma questa caratteristica della nostra specie, non è mai stata sottolineata dai libri di scuola, perché creerebbe enormi problemi ai sostenitori della teoria evoluzionista darwiniana.

La neotenia è un processo che in natura è rarissimo, e questo è uno dei punti fondamentali del perché la nostra specie appare, per molti motivi, unica!

Tra i primati l’uomo è l’unico ad averla.

Ci sono poi alcune specie di anfibi e poche altre creature classificate come “neoteniche”.

I cuccioli sono accomunati da:

  • testa grossa/tondeggiante;
  • viso piccolo rispetto al resto del cranio;
  • fronte convessa;
  • muso corto;
  • occhi grandi e tondi;
  • guance paffute;
  • arti corti e corpo tozzo;
  • pelle morbida;
  • andatura goffa;
  • comportamento giocherellone;

e inducono l’adulto a farsi carico delle “cure parentali” di cui ha bisogno l’individuo giovane, perfino se appartiene a specie animale assai distante dalla propria.

L’anatomia del cucciolo dello scimpanzé è, ancora oggi, molto più simile all’umana di quella dell’adulto scimpanzé!! Questa è la Neotenia: il mantenimento di caratteristiche che sono tipiche della fase infantile del progenitore selvatico!!!!

Homo Sapiens: uno scimpanzè infante sessualmente maturo

Famosa l’immagine delle due scimmie: da una parte uno scimmione con atteggiamento inclinato in avanti e mandibola fortemente pronunciata, dall’altra una scimmia eretta con pochi peli e sguardo stranamente intelligente.

Alla maggioranza degli osservatori la scimmia con un portamento eretto, sembra anche più interessante, più “umana”. In realtà si tratta della stessa specie: da una parte uno scimpanzé adulto, decisamente uno scimmione, e dall’altra invece un cucciolo di scimpanzé, che sembra però avere caratteristiche così “umane”.
Gli esseri umani sono una specie neotenica, cioè mantengono in età adulta caratteristiche che le altre scimmie hanno solo nell’infanzia.
Questo comporta numerosi vantaggi, come la possibilità di avere un cervello che non smette mai di imparare e di “giocare” (anche se da adulti gli umani chiamano i loro giochi hobby, passioni o interessi).

Inoltre fornisce un più ampio spettro di adattabilità ambientale rispetto alla specie ancestrale più specializzata; si adatta, essendo mansueta, a qualsiasi cambiamento o territorio, e chi ci ha domesticato, potrebbe aver avuto sicuramente interesse a renderci più docili e predisposti all’apprendimento!

Non è per capriccio od egoismo che gli esseri umani hanno selezionato dal lupo così tanti cani con caratteristiche che nel lupo sono “infantili” e originariamente presenti solo nei cuccioli, come le orecchie abbassate ed il muso schiacciato. Abbiamo selezionato poco alla volta i cuccioli meno aggressivi, peggiorandone anzi le capacità utili per la sopravvivenza!

Il cane, discendente dal lupo e addomesticato dall’uomo circa 12.000 anni fa, è stato oggetto di una selezione artificiale, operata dall’uomo con l’intenzione di creare razze canine sempre più addomesticabili e adatte alla collaborazione con l’uomo in ambito lavorativo.

Durante questa selezione, volta alla ricerca di un cane docile e dipendente dall’uomo, sono nati soggetti sempre più immaturi/infantili dal punto di vista psichico, dunque caratterialmente più simili al cucciolo di lupo che non al lupo adulto.

Tale regressione caratteriale è stata accompagnata da una regressione delle caratteristiche morfologiche dell’adulto verso l’aspetto infantile, tanto che il cane ora ha caratteristiche simili a quelle del cucciolo di lupo e quasi in nessun caso raggiunge la maturità fisica e psicologica del lupo adulto.

Recenti studi hanno rivelato, inoltre, che la domesticazione modifica non solo il comportamento ma anche le caratteristiche fisiche, grazie a modificazioni dell’asse ipotalamo/ipofisi/surrene, asse ormonale molto importante che serve per rispondere allo stress.

L’animale è meno aggressivo, ha meno paura ed è più socievole.

Questi ormoni agiscono soprattutto in fase embrionale modificando, quindi anche le caratteristiche fisiche, cioè accentuando i caratteri NEOTENICI.

Ovviamente, non si possiedono prove dirette della domesticazione umana, ma alcuni elementi della nostra biologia, ci inducono a pensare che tale processo sia realmente avvenuto.

L’Homo sapiens infatti, mostra tutti i principali contrassegni della domesticazione:

  • siamo una specie portatrice di numerosi tratti morfologici neotenici, basta osservare un cucciolo di primate per coglierne le caratteristiche.
  • siamo inoltre, una specie dalla spiccata socievolezza e dalla voglia continua di apprendimento, caratteristica questa di tutti i cuccioli.
  • siamo, senza ombra di dubbio una specie con tendenza all’assoggettamento.

Questa tesi apre sicuramente nuove strade e suscita importanti riflessioni:

Siamo realmente il prodotto di una manipolazione genetica?

Sappiamo che la Bibbia ci narra degli Elohim che hanno fabbricato l’uomo utilizzando il loro ” tzelem ” cioè quel quid di materiale che contiene la loro immagine e lo hanno fatto all’interno di un progetto preciso, intelligente, che più volte Mauro Biglino ci ha spiegato.

Molto più particolareggiate invece sono le scritture sumero-accadiche che riportano un racconto molto più preciso, di quello, solo tratteggiato nella bibbia e per questo vi rimando ai libri di Sitchin o di Alessandro Demontis.

Anche altri testi antichi come il Mahabharata o i Purana, come ci dice Enrico Baccarini sempre nel libro “Resi umani”, descrivono ciò che con l’attuale tecnologia noi potremmo definire clonazione o nascite per “ectogenesi”, cioè gestazione fuori dal corpo materno.

Molto significativa è la storia di come nacquero i cento fratelli Kaurawa.

Ci sono come al solito due famiglie rivali, due fratelli reali.

La moglie del re rimase incinta di suo marito, ma non riuscì a partorire prima della moglie del fratello perdendo così il diritto al trono per suo figlio. Colma di rabbia decise di abortire ma ciò che si presentò ai suoi occhi non era un feto bensì una massa che non possedeva alcun aspetto umano.

Scioccata chiese aiuto al grande saggio che prontamente, divise accuratamente quella massa in 101 pezzi e ripose ogni singolo pezzo in un GHRUTA KUMBA.

Il termine sanscrito, tradotto significa “urna nutriente per sviluppare la vita” , o meglio “gruta ” indica elemento nutriente e ” kumbha” la giara che nell’induismo ha da sempre rappresentato l’utero, la fertilità degli esseri umani.

Anche nel Rigveda viene descritta un’altra situazione di parto per ectogenesi. anche qui, il seme di un dio viene posto in una urna che lo nutre.

Come possiamo vedere perciò anche nell’antichità, ricercando tra le fonti e i miti, il messaggio che ci giunge è sempre il medesimo, certe conoscenze che noi consideriamo all’avanguardia, erano in realtà patrimonio di qualcuno, nell’antichità, …Mauro direbbe di ” quelli lì”.

Ecco qui la terza via proposta da Pietro Buffa, cioè che la nostra evoluzione sembrerebbe il prodotto di una scienza avanzata che ci ha reso umani per soddisfare dei bisogni.

La tesi qui brevemente esposta, è ampiamente trattata nel libro, con il contributo di molti studiosi e ricercatori a noi noti, oltre  il dr. Pietro Buffa, già citato coautore con Mauro Biglino del libro da cui è tratto tutto l’articolo, abbiamo citato brani di Enrico Baccarini, Arturo Berardi, Stefania Tosi e Giuseppe Pettinato, che hanno contribuito fornendo preziosi spunti di riflessione specialistica.

Ad integrazione di quanto detto, a quanto pare il nostro cervello sarebbe anche giunto al capolinea.

Un maggior numero di neuroni, assoni o la riduzione in dimensioni dei neuroni stessi non porterebbe nessun vantaggio evolutivo in quanto un maggior numero di cellule neuronali ci farebbero consumare troppa energia oltre a far funzionare più lentamente il cervello.

Futurologi come Ray Kurzweil sostengono che in futuro un aumento delle capacità cognitive umane potrebbe avvenire attraverso l’implementazione di microchip neuronali quantistici e nano banchi di memorie, diventando organismi con un’intelligenza semi artificiale.

E con questa affermazione, chiudiamo, con la speranza che ai nostri ricercatori se ne aggiungano tanti altri, dalla mente aperta e disposti a cercare le informazioni anche tra i miti e i reperti dell’antichità, al fine di sciogliere al più presto dubbi e perplessità sulla nostra filogenesi.