La Ka‘ba è costruzione antichissima della cui etimologia non siamo del tutto sicuri malgrado Yāqūt (1984, s.v. «Ka‘ba») specificasse che di fatto «ogni edificio a pianta quadrata è una Ka‘ba».

Che l’ipotesi del grande geografo musulmano sia attendibile, sembrerebbe confermato dal fatto che tale nome era dato ad altri edifici sacri: dalla χααβοῦ di Dhū Shāraà – adorata nella Petra nabatea sotto l’aspetto d’una cubica pietra nera – alla ka‘ba, ricordata dal poeta al-A‘shà.

 

Costruita dagli ‘Abd al-Madān b. ad-Dayyān a Naǵrān, verso cui i geografi musulmani al-Bakrī e Yāqūt dicono si dirigessero i pellegrini impossibilitati a recarsi a Mecca, mentre Dhū ’l-Ka‘abāt era il nome della divinità ospitata in una tenda (bayt) di Sindād, nell’area mesopotamica sudorientale, sacra ai Taghlīb, ai B. Bakr b. Wā’il e alla maggior parte dei B. Iyād (Ibn Hishām, 1955, I, p. 88).

(La Ka’ba nel 1910)

L’edificio meccano (che con l’area sacra immediatamente circostante condivide il nome di «Bakka») era il luogo di culto di Hubal, «il Signore della Ka‘ba».

Il fatto che nel Corano compaiano esplicite condanne del politeismo in genere e, in particolare, della triade femminile venerata dalle popolazioni del Ḥiǵāz, e manchi invece qualsiasi riferimento al Signore della Ka‘ba, ha fatto ipotizzare a Wellhausen (1887, p. 75) che Hubal e Allāh costituissero una medesima divinità e non è mancato chi ha suggerito che il nome della divinità meccana potesse rappresentare l’arabizzazione del nome del dio arameo Ba‘l.

Che il nome Hubal indicasse un indefinito «dio» – come il thamudeno han-’Il o hl-’Il o il safaita ha-’Ilah – è cosa pressoché certa. Che in epoca non molto antecedente l’islām i due termini si riferissero alla medesima somma divinità «ungefahr so wie Jahve in Israel Elohim», suggeriva Wellhausen) sembra però da escludere. Già nelle culture sudarabiche Ba‘l/Ba‘la(t) erano termini ben conosciuti ma, come emerge dalle risultanze giunteci (Almaqa Ba‘l Awwām, Shams Ba‘lat Ghadrān e Ba‘lat Ḥadīth), essi erano l’equivalente di Dh ū /Dh ā t , col generico significato di «signore/a, padrone/a» (Caskel, 1958, p. 110).

In varie regioni arabe centro-settentrionali Allāh sembra in ogni caso identificare, ben prima dell’islām, una divinità del tutto distinta da Ba‘l (in contesto arameo era addirittura antagonistica) come attestato nello stesso Corano:

Invocate voi Ba‘l e trascurate il migliore dei Creatori? – È Allāh il vostro Signore (rabb); e il Signore dei padri vostri antichi! (37,125)


(Maometto in preghiera davanti alla Ka’ba. In basso a sinistra il pozzo di Zemzem (ms. ottomano del 1595)

 

Non sarà infine facile dimenticare la repulsione manifestata fin dall’inizio da Muḥammad e dai primi musulmani nei confron­ti di qualsivoglia rappresentazione antropomorfica dell’Unico Dio, tanto da rendere inverosimile una sia pur larvata identificazione dell’Essere Supremo, che neppure al Suo Profeta si manifestava direttamente, con Hubal che si mostrava come un idolo dalle esplicite fattezze umane, in cornalina rossa ma con la mano destra d’oro che sostituiva l’originale spezzatasi ancor prima del suo arrivo a Mecca, forse dall’area mesopotamica.

Se la capacità mantica di Hubal, espressa attraverso sette frecce divinatorie estratte lucrosamente dal suo s ā din , potrebbe non costituire una contraddizione, dal momento che anche l’islām riconosce lecito ed efficace il ricorso alla belomanzia (Lo Jacono, 1981), a dirimere il problema basteranno i versi di Zayd b. ‘Amr b. Nufayl:

Ho al contempo abbandonato Allāt e al-‘Uzzà / come fa l’uomo deciso e indurito dalle prove. Non ho da render più culto ad al-‘Uzzà o alle sue due figlie / né ho da visitar più i due idoli dei B. Ghanm e non ho più da visitare Hubal che un dio (rabb) era / per noi allorché piccino era il mio senno.

Senza dimenticare come i pagani Meccani affrontassero a Uḥud il combattimento coi musulmani inneggiando ad al-‘Uzzà e a Hubal («Yā ‘Uzzà! Yā Hubal!»), nonché l’esultante esclamazione del principale avversario di Muḥammad, Abū Sufyān, al termine di quello stesso scontro per lui vittorioso («U‘lū Hubal» – Sia esaltato Hubal), cui il Profeta avrebbe prontamente replicato con un quanto mai esplicito «Allāhu a‘là wa aǵal» (Allāh è più Alto e Potente) per una vittoria che, a stretto rigor di logica, Hubal avrebbe conseguito… contro sé stesso.

All’interno della Ka‘ba – edificio cubico oggi misurante all’incirca 10 × 12 m di lato e 15 m di altezza, ma in età preislamica sensibilmente più basso e con un accesso sopraelevato rispetto al terreno – la statua di Hubal sovrastava, sulla destra dell’ingresso, un pozzo ormai essiccato chiamato al-Akhsaf o al-Akhshaf (al-Azraqī, 1986, I, p. 117), deputato a raccogliere il sangue delle vittime sacrificali ma anche il tesoro, come dimostrato dal ritrovamento al suo interno, al momento dell’affermazione finale dell’islām, di ben 70.000 once d’oro utili a finanziare la costosa politica «conciliatrice» del Profeta nei confronti dei suoi più riottosi e potenti avversari (al-Azraqī, 1986, I, p. 246).


(La Ka’ba, ricoperta dalla Kiswa, in occasione dell’hajj)