Il ritrovamento di un cranio (MRD-VP-1/1) e la rivalutazione di un frammento (BEL-VP-1/1) possono cambiare le ipotesi sulla nostra evoluzione? In questo caso la risposta è… si, almeno per quanto riguarda la misteriosa origine del genere Homo.

 

Il cranio di Australopithecus anamensis MRD-VP-1/1 (Haile-Selassie et al., 2019):

 

Ricostruzione digitale di MRD-VP-1/1 (Haile-Selassie et al., 2019):

 

 

Fino a pochi giorni fa ipotizzavo che Homo formasse un clade con Australopithecus afarensis e il progenitore comune fosse Australopithecus anamensis, il cui cranio è stato attentamente analizzato nello studio di Haile-Selassie et al., 2019 (un clade sono gruppi di organismi che hanno un progenitore comune verso il quale sono quindi i diretti discendenti).

 

Questa ipotesi è nata da alcune osservazioni fatte su un esemplare fossile di 3,58 mln di anni denominato KSD-VP-1/1 ”Kadanuumuu” (Haile-Selassie et al., 2010, Haile-Selassie, 2016, Latimer et al., 2016, Lovejoy et al., 2016, Melillo, 2016, Meyer, 2016, Ryan, 2016) attribuito ad A. afarensis (attribuzione a mio avviso totalmente errata), una serie di studi su alcune regioni regolative e geni che hanno determinato l’espansione del nostro cervello, le serie di impronte scoperte a Laetoli datate 3,66 mln di anni e alcuni reperti litici datati 3,3 mln di anni. Tutti gli esemplari, le impronte e i reperti litici sono distribuiti fra Etiopia, Tanzania e Kenya. Ma andiamo con ordine.

 

In questo articolo cercherò di evidenziare come sia la rivalutazione del frammento cranico BEL-VP-1/1 a rimettere tutto in discussione piuttosto che il cranio, seppure eccezionale, MRD-VP-1/1. Nelle informazioni supplementari di Haile-Selassie et al., 2019, nota 10 ”Taxonomic affinity of the BEL-VP-1/1 frontal bone”, si legge:

“Il frontale di Belohdelie (BEL-VP-1/1) è stato descritto da Asfaw e colleghi e successivamente datato precisamente a 3,89 ± 0,02 – 3,85 ± 0,032324. Asfaw assegnò l’esemplare ad A. afarensis, che era la più antica specie di Hominina conosciuta all’epoca. Tuttavia, l’assegnazione tassonomica era provvisoria perché dal sito di Hadar era disponibile solo un piccolo campione di esemplari comparativi e anche questi erano considerevolmente più recenti di BEL-VP-1/1. La scoperta di A. anamensis ha mostrato che un’altra specie Hominina nell’Africa orientale era più vicina all’età di BEL-VP-1/1, ma non erano possibili confronti morfologici a causa della mancanza di un osso frontale di A. anamensis. Il cranio MRD ha un frontale ben conservato associato alla morfologia canina e dell’osso mascellare che è diagnostico di A anamensis e presenta la prima opportunità di riconsiderare l’attribuzione tassonomica di BEL-VP-1/1.” … “BEL-VP-1/1 condivide la morfologia derivata con altri esemplari di A. afarensis come A.L. 444-2. Questa osservazione sostiene la sua originale attribuzione ad A. afarensis.”

 


Vista anteriore e superiore del frammento craniale BEL-VP-1/1 (Asfaw, 1987):

 

 

Il ritrovamento del cranio pressoché completo di A. anamensis ha permesso quindi di attribuire con più precisione il reperto BEL-VP-1/1 a suo tempo datato circa 3,9 mln di anni. Essere risuciti a classificare ufficialmente il reperto come ”Australopithecus afarensis” ha chiarito la presenza, fino a questo momento dubbia, del taxon a circa 3,9 mln di anni fa.

 

Nei precedenti studi la presenza di A. anamensis nel registro fossile era attestata fra 4,2-3,9 mln di anni, mentre col nuovo studio si posiziona tra 4,2 e 3,8 mln di anni. Con la rivalutazione dell’esemplare BEL-VP-1/1 cambia quindi anche la posizione di A. afarensis, che ora passa da circa 3,7-3 mln di anni a circa 3,9-3 mln di anni.

 

Ciò significa che i due taxa (specie) si sono temporalmente sovrapposti almeno per 100.000 anni. Questo non deve sorprendere più di tanto. A livello fossile ci sono molti casi documentati di specie progenitrici che hanno convissuto con le specie figlie per un certo periodo di tempo. Il problema è capire come è avvenuto l’evento speciativo delle specie figlie che, nel caso di Homo, un nuovo genere, è a dir poco spinoso e ancora irrisolto.

 

 

Va precisato che le datazioni si considerano sempre in senso relativo e non assoluto, ovvero relativo a quando sono vissuti o, per meglio dire, sono morti gli individui ai quali appartenevano quei resti e fino a quando non se ne trovano più di simili nel registro fossile, non a quando sono realmente emersi e si sono estinti i vari taxa in senso assoluto.

 

Sotto quest’ultimo aspetto l’unica emersione databile in senso assoluto che si potrebbe tentare per un genere è proprio quella di Homo, in quanto si possono incrociare i dati paleontologici (fossili) con i dati genetici del cosiddetto orologio molecolare, il sistema che ha permesso di datare la comparsa di alcuni geni esclusivi di Homo tra circa 3-4 mln di anni fa, come srGAP2 (Charrier et al., 2012) e il primo gene “A” del gruppo di geni NOTCH2NL: A, B e C (Fiddes et al., 2018 e Suzuki et al., 2018).

 

Valutando i dati emersi fino a quel momento e i presupposti evidenziati riguardo alla differenza fra datazione relativa e assoluta, ipotizzavo che Homo formasse un clade con A. afarensis e A. anamensis quale progenitore comune. Alla luce della rivalutazione fatta sull’esemplare BEL-VP-1/1 (un frammento frontale della calotta cranica), l’ipotesi va necessariamente riformulata, ovvero, che A. afarensis è il probabile progenitore comune e Homo forma un clade con, a questo punto, forse A. deyiremeda ritrovato anch’esso nell’Afar (Haile-Selassie et al., 2015), in attesa però che vengano, si spera, ritrovati resti postcraniali (lo scheletro dal collo in giù) più completi di questo taxon.

 

Tra l’altro, in un recente studio (Du, 2019), nell’escludere l’ipotesi che A. sediba fosse il progenitore di Homo, ben poco plausibile considerando la sua datazione molto più recente a circa 1,95 mln di anni, è emersa invece la probabile discendenza diretta proprio con A. afarensis, come si legge nell’articolo su Le scienze.it ”Alla ricerca dell’antenato più diretto di Homo” del 09 maggio 2019, dove si legge:

 

“La cronologia, la geografia e la morfologia; questi tre parametri ci fanno pensare che afarensisis sia un candidato migliore di sediba come antenato di Homo.”

 

Pur essendo più o meno coevo con A. afarensis, escluderei dal clade A. bahrelghazali in quanto, essendo stato ritrovato nel Ciad, è geograficamente un po troppo lontano, così come il sudafricano A. africanus per i medesimi motivi. L’unico, forse, che potrebbe rientrare nel clade potrebbe essere Kenyanthropus platyops.

 

Per avere un quadro più preciso e realistico, ovviamente se la mia ipotesi è corretta, nel fare sia un’analisi filogenetica che cladistica, bisognerebbe evitare di partire dal presupposto che KSD-VP-1/1 ”Kdanuumuu”, un ominino che se venisse rivalutato e inserito in Homo avrebbe un ruolo a dir poco chiave, sia un membro di A. afarensis. Rivalutazione che, di conseguenza, provocherebbe una totale rivoluzione sull’origine di Homo. Chi è Kadanuumuu, che nella lingua Afar significa ”grande uomo”, e perché sarebbe estremamente così importante e fondamentale? Scopriamolo…

 


Scheletro postcraniale di KSD-VP-1/1 ”Kadanuumuu” (purtroppo il cranio, le mani e i piedi non sono mai stati ritrovati):

 

KSD-VP-1/1 ”Kadanuumuu” è un membro di Hominina datato circa 3,58 mln di anni, classificato come Australopithecus afarensis e presenta tutta una serie di caratteristiche a dir poco sbalorditive, come ad es. la gabbia toracica e le vertebre. Purtroppo è piuttosto incompleto e mancano soprattutto il cranio, le mani e i piedi (ho detto nulla…).

 

Un tema piuttosto dibattuto a causa, tanto per cambiare.., della scarsezza e frammentarietà dei resti fossili (sigh…), è quello della forma della gabbia toracica delle australopitecine. Il dibattito puntava a stabilire se il torace di Australopithecus (il genere) fosse di forma “conica” (o “imbuto rovesciato”), tipica delle scimmie antropomorfe, oppure a “campana”, tipica di Homo (a parte H. sapiens che è a “botte”).

 

Dai resti fossili, soprattutto quelli seppur parziali di A.L. 288-1 “Lucy”, molti paleoantropologi erano più orientati verso la forma conica. La scoperta e l’attribuzione di KSD ad A. afarensis ha fatto si che, a causa della forma della sua gabbia toracica a “campana”, si è venuti alla conseguente conclusione che l’assetto anatomico di Australopithecus è configurato in quest’ultimo modo. Se due più due fa quattro…

 

La conclusione tuttavia si è basata più sulla costruzione (l’attribuzione ad A. afarensis) che sulle evidenze. Infatti gli studi su due esemplari (Schmid et al., 2013), rispettivamente un maschio e una femmina, di A. sediba, MH1 (olotipo) e MH2 (paratipo), con un certo numero di costole relativamente ben preservate (purtroppo davvero una rarità in quanto le costole sono piuttosto fragili e faticano a fossilizzarsi), hanno permesso di ricostruire in maniera abbastanza completa la gabbia toracica di questo taxon, presentando così una forma inequivocabilmente conica, quindi diversa da quella di KSD che come detto è invece a ”campana”.

 

Nello studio di Latimer et al., 2016, sulla gabbia toracica di KSD si legge:

“Come abbiamo notato in precedenza, la curvatura delle costole in questo esemplare è più simile agli umani che agli scimpanzé. L’indice di curvatura delle costole separa chiaramente gli umani e KSD-VP-1/1n dalle scimmie africane indicando che la gabbia toracica superiore di questo esemplare era espansa trasversalmente come gli esseri umani e non era stretta come in Pan e Gorilla.” …

 

“È chiaro che la cupola toracica di KSD-VP-1/1 era trasversalmente ampia e differiva fondamentalmente dalla condizione nelle scimmie africane, poiché la declinazione costale umana e la torsione del costato sono particolarmente evidenti nella settima e ottava costola, e questi particolari elementi sono conservati anche nello scheletro parziale di KSD-VP-1/1.” …

“La torsione assiale lungo il corpo costale è evidente, e questo è coerente con la declinazione delle costole e una colonna vertebrale lombare lunga, flessibile e simile all’uomo. Ciò suggerisce anche una lordosi lombare e la progressiva diminuzione del diametro toracico antero-posteriore rispetto all’ampiezza trasversale della gabbia toracica.” …

 

“È evidente che l’esemplare KSD-VP-1/1 non aveva un torace superiore simile a una scimmia, ma aveva piuttosto un opercolo trasversalmente espanso come quello visto negli umani moderni. Inoltre, la declinazione e la torsione degli elementi costali di KSD-VP-1/1 indicano che questo esemplare aveva un lungo tronco inferiore, una colonna lombare lunga e flessibile e un alto grado di invaginazione della colonna vertebrale rispetto alla condizione osservata nlle scimmie africane. E’ anche chiaro che il torace di KSD-VP-1/1 esibisce una declinazione antero-inferiore dei suoi elementi costali, di nuovo in parallelo con la condizione descritta negli esseri umani. Tutti gli elementi che rappresentano il torace in KSD-VP-1/1 suggeriscono una gabbia toracica similHomo.”

 


Qui si possono vedere le varie forme di gabbie toraciche a confronto:

 


Confronto fra, da sx a dx: A. sediba MH1 (maschio), A. afarensis ”Lucy”, A. sediba MH2 (femmina) con gabbie toracice inequivocabilmente coniche:

 


La ricostruzione della gabbia toracica di A. sediba assemblando le parti di MH1 e di MH2, indiscutibilmente conica (Schmid et al., 2013):

 

 


Confronto tra, da sx a dx, scimpanzé, H. sapiens, KSD-VP-1/1 ”Kadanuumuu, A.L. 288-1 ”Lucy”:

 

 


Tabella estrapolata dallo studio di Haile-Selassie et al., 2010, dove si vede chiaramente che la gabbia toarcia di KSD rientra nella gamma umana:

 

 

Nello studio di Ryan, 2016, sull’analisi computerizzata dello scheletro postcraniale, si legge (come si vede si parte dal presupposto scontato che sia un asutralopiteco…):

 

“Anche se questo primitivo australopiteco risale a circa 3,6 mln di anni fa, le caratteristiche derivate del torace e dell’arto inferiore suggeriscono un’acquisizione molto più precoce delle caratteristiche anatomiche critiche, come gli arti inferiori relativamente lunghi, che sono tipicamente associati a ominini successivi del genere Homo.”

 

L’inserimento di KSD in Australopithecus è dovuto principalmente al bacino, in effetti apparentemente australopitico il quale, sostenendo la costruzione, è stato considerato tassonomicamente diagnostico. Strano però che per H. naledi di 235-336.000 anni fa circa, quindi molto più recente, il bacino (VanSickle et al., 2017), sempre australopitico e addirittura con alcuni caratteri più arcaici di KSD.., non solo non è stato considerato diagnostico ma è stato persino suggerito un comportamento prudente da parte dei paleoantropologi di fronte a situazioni simili, seppure solo in parte comprensibili. Merita riporatre i commenti finali di VanSickle et al.:

 

“Se trovati da soli, i resti pelvici di H. naledi potrebbero facilmente essere scambiati per quelli di un australopiteco in base alle loro piccole dimensioni e l’ilia svasata lateralmente, insieme al fatto che le loro uniche caratteristiche “simil-Homo” si sovrappongono a quelle di A. sediba. Sulla base dell’attuale grado di variazione pelvica nei reperti fossili, raccomandiamo cautela quando si discute di tassonomia basata esclusivamente sull’anatomia pelvica.”

 

La raccomandazione si riferisce quindi a valutazioni fatte esclusivamente su resti pelvici isolati e potrei, in linea di principio, essere anche d’accordo, ma in questi due casi, KSD e Naledi, è evidente però che è stato adottato il metodo del ”due pesi e due misure”, ben poco scientifico direi, considerando tra l’altro che pure Naledi presenta una gabbia toracica conica, a questo punto da considerarsi tipica di Australopithecus.

 

Sottolineo che nei primati in generale non c’è nessuna differenza nell’impostazione della forma della gabbia toracica fra maschi e femmine, se non nelle proporzioni nel caso di elevato dimorfismo come nei gorilla. Considerando tutte le caratteristiche già umane di KSD, come si è visto per la gabbia toracica e si vedrà per le vertebre, ci sarebbe voluta cautela anche per il bacino di KSD, invece di considerarlo tassonomicamente diagnostico senza il minimo dubbio. Due pesi e due misure… Nello studio di Lovejoy et al., 2016, sul bacino si legge:

 

“In generale, vale la pena notare che KSD-VP-1/1d [osso iliaco] ha una forma complessiva ”dall’aspetto umano moderno” maggiore rispetto a A.L. 288-1 [Lucy] forse a causa del fatto che la sua massa corporea generale è probabilmente compresa nell’intervallo moderno.” …

 

Nonostante il bacino di KSD sia stato considerato tipicamente australopitico, presenta caratteristiche mai riscontrate in A. afarenis. Il presupposto che sia tipico di A. afarensis è dovuto al fatto che è stato dato per scontato che KSD sia un’esponente di A. afarensis:

 

“L’osso iliaco si conforma a quello che ora può essere definito il modello ”classico” di Australopithecus.” …

“Tutte queste caratteristiche sono ora note per essere tipiche del modello di Australopithecus” …

“Inoltre, di particolare interesse rispetto al confronto aggiuntivo con A.L. 288-1 è che la superficie lunata dell’acetabolo di KSD-VP-1/1d è ben formata e si estende più anteriormente di quanto non faccia in A.L. 288-1 e, cosa più importante, è indistinguibile dalla tipica conformazione umana moderna. Insieme alla correzione della descrizione errata della superficie lunata del secondo esemplare come non avente un’estensione anteriore come in Homo, KSD-VP-1/1d dovrebbe mettere a tacere l’argomento che l’acetabolo di Australopithecus era in qualche modo meno sviluppato di quello di Homo.” …

 

A questo punto mi chiedo se quella descrizione alla quale si riferisce fosse veramente errata. Sicuri che il bacino di KSD sia esclusivamente australopitico e non siano presenti invece sia caratteri derivati che arcaici?

 

“Mentre anche le dimensioni del frammento del sacro si conformano allo schema di Australopithecus, la sua relazione con la superficie auricolare ben conservata dell’osso iliaco è insolita per Australopitechus in quanto presenta , a nostra conoscenza, la prima evidenza di sacralizzazione dell’elemento lombare più caudale cioè la probabile presenza di una “vertebra transizionale lombosacrale” (LSTV) alla giunzione L5-S1.” …

 

“Tradizionalmente, l’assegnazione di un’istanza di LSTV come sacralizzazione lombare o lombarizzazione sacrale, richiede sia un sacro completo che una colonna lombare.” …

 

“Nel caso di KSD-VP-1/1, l’assegnazione alla categoria rimane incerta poiché nessuna lombare è stata preservata e il sacro non è completo. Tuttavia, l’articolazione della parte conservata del primo (e unico) segmento sacrale con la superficie auricolare dell’osso iliaco mostra che una parte considerevole dell’aspetto dorsale della superficie del padiglione auricolare dell’osso iliaco rimane vuota. Questo a sua volta implica che la porzione mancante della sua ala fosse sostanzialmente elevata sopra la superficie del suo corpo vertebrale preservato – tanto che sarebbe chiaramente assomigliata a un tipico LSTV di Homo sapiens se completamente conservato” …

 

“La superficie auricolare e gran parte del corpo dell’osso iliaco sono completamente conservate in KSD-VP-1/1, e queste rivelano una costruzione pelvica fondamentalmente moderna, e una che conferma il suo adattamento quasi completo alla bipedalità abituale e obbligata.”…

 

“Come l’osso iliaco, anche il secondo segmento del sacro (o il suo primo, a seconda della definizione) si conforma al modello di Australopithecus. Ciò include l’osservazione che, come notato in precedenza, la sua superficie auricolare appare leggermente più stretta del suo omologo in Homo, e che le sue ali sacrali sono insolitamente mediolateralmente larghe rispetto alla dimensione centrale come in altri campioni di Australopithecus tra cui A.L. 288-1, Sts- 14 e BSN49/P27.”

 

Molte altre caratteristiche sono sostanzialmente quasi completamente derivate, cioè di nuova formazione, con diversi caratteri della colonna vertebrale che rientrano anche questi nella gamma umana anatomicamente moderna!!! Nello studio di Mayer, 2016, sulle vertebre cervicali, si legge (notare quante volte parla di umani moderni invece che arcaici…):

 

“Le vertebre di questo grande maschio australopitico sono più derivate rispetto a quelle delle sue più piccole controparti femminili e, nel loro complesso, presentano una firma biomeccanica ed entesopatologica [un’infiammazione della giunzione osteotendinea, ovvero dell’inserzione di un tendine o legamento ad un osso] tipica del regime di carico verticale dinamico degli umani ortogradi. Le differenze tra KSD-VP-1/1 e gli esseri umani osservati nei livelli cervicali più craniali sembrano avere implicazioni funzionali insignificanti, e sono probabilmente riconducibili allo sviluppo della morfogenesi cranica australopitica. Nonostante la loro antichità, le vertebre di KSD-VP-1/1 producono un segnale cinematico sorprendentemente umano, con un collo estremamente mobile, un carrello della testa coerente con postura eretta abituale e il bipedismo, e dimensioni del midollo spinale più simili a quelle degli umani moderni.” …

 

“Il corpo vertebrale, simile a quello degli umani, è dorsalmente eccentrico, con l’aspetto più ampio del corpo vertebrale inferiore distribuito bene verso il margine dorsale, in contrasto con il corpo vertebrale ventralmente eccentrico nelle scimmie.”…

 

“L’apofisi ad anello della superficie del corpo vertebrale inferiore è fusa, come si vede negli umani adulti.”… Uno stralcio dell’analisi sulla vertebra C3:

 

“Un’area della sezione trasversale del canale neurale ricostruita misura 2,28 cmq, quasi nella media degli umani anatomicamente moderni di 2,33 cmq.”

 

Va però riportato che alcuni caratteri di KSD rientrano nella gamma di Gorilla:

 

“In termini di dimensioni complessive, le vertebre cervicali di KSD-VP-1/1 sono grandi, specialmente quelle inferiori a livello della C3. Il corpo vertebrale lombare e toracico delle australopitecine è stato descritto come relativamente piccolo rispetto all’uomo, tuttavia le dimensioni delle vertebre cervicali caudali di KSD-VP-1/1 a livello della C3 sono maggiori della media umana e più vicino ai valori dei gorilla.” …

 

Tuttavia solo per alcuni in quanto:

“Nonostante le loro grandi altezze assolute, le altezze del corpo vertebrale relative (altezza superoinferiore del corpo vertebrale/larghezza del corpo vertebrale trasversale) del fossile KSD-VP-1/1 corrispondono al modello umano moderno di corpo vertebrale cervicale craniocaudalmente corto.” …

 

“Pertanto, il corpo vertebrale superinferiormente corto nello scheletro di KSD-VP-1/1 è del tutto previsto per un bipede obbligato.” …

 

“Nonostante le loro grandi dimensioni assolute, le vertebre di KSD-VP-1/1 condividono con gli esseri umani moderni una struttura vertebrale corta e ampia.” …

 

“Il corpo vertebrale ventrale, o pronunciata costrizione trasversale del corpo vertebrale ventrale, è una caratteristica che è spesso accompagnata da una carena ventrale mediana, una caratteristica che serve a rafforzare il carico ventrale e appare variamente nelle grandi scimmie africane. Nessuna delle vertebre cervicali di KSD-VP-1/1 presenta una carena ventrale mediana; invece, la vertebra C4 possiede una carena dorsale mediana, un rinforzo strutturale spesso visto negli umani moderni.” …

 

“Come le vertebre cervicali degli umani moderni e dei primi Homo, le vertebre di KSD-VP-1/1 condividono i margini uncinati bassi e inclinati, suggerendo un aumento della gamma della mobilità cervicale e segnalano il potenziale per una testa disaccoppiata dal tronco. Un segnale più convincente della testa e del torso disaccoppiati includerebbe anche il processo spinoso simile a quello umano.”…

 

“I livelli cervicali superiori in KSD-VP-1/1 sono inferiori a quelli degli uomini anatomicamente moderni, ma caudalmente al livello della C3, sono più grandi di quelli umani e più vicini ai valori di Gorilla. La dimensione della sua vertebra C6 segnala un grado di dimorfismo sessuale paragonabile a Gorilla e una lunghezza del collo uguale o maggiore della lunghezza rispetto a quella dell’uomo moderno. Inoltre, la sua vertebra C3 assomiglia al gorilla nella forma arrotondata e inferiormente pendente del margine centrico superiore ventrale. Le vertebre di KSD-VP-1/1 sono anche più vicine a Gorilla nel grado di incuneamento ventrale, che potrebbe implicare che avesse un’inclinazione del collo più flessuosa in avanti rispetto agli umani, ma l’angolo di inclinazione dorsale della vertebra C2 e la distribuzione dorsale apparente dei dischi intervertebrali rendono probabile che la colonna cervicale complessiva in KSD-VP-1/1 possedesse un grado di lordosi più simile agli umani moderni rispetto alle grandi scimmie africane. Nonostante alcune somiglianze con Gorilla, i corpi vertebrali di KSD-VP-1/1 sono relativamente più corti craniocaudalmente delle scimmie, mancano di una carena ventrale, hanno processi inclinati a bassa pendenza e mostrano uno spostamento dal regime di carico assiale ventrale caratteristico dei primati, all’alto regime di carico della forza di picco verticale dorsale del bipedismo ortogrado. Mentre ci sono piccole differenze tra KSD-VP-1/1 e gli esseri umani anatomicamente moderni, non ci sono caratteristiche dei corpi vertebrali indicative di qualcosa che non sia la postura eretta e la bipedialità ortograda in KSD-VP-1/1.” …

 

“Sebbene A.L. 333-106 [una vertebra cervicale di A. afarensis] mostri l’orientamento dell’asse maggiore delle faccette articolari acute delle scimmie, le faccette articolari in KSD-VP-1/1 sono orientate obliquamente come negli umani moderni. Ciò implica che la colonna cervicale di KSD-VP-1/1 aveva evoluto la morfologia del processo articolare essenzialmente simile all’uomo.”…

 

 


Confronto tra le vertebre C5 (vista superiore) con la ricostruzione speculare di KSD-VP-1/1k. Attualmente, la vertebra C5 di KSD-VP-1/1 è l’unica rappresentante di questo elemento cervicale per i primi ominini. E’ incredibile la somiglianza tra la vertebra di KSD e quella umana:

 

 


Confronto tra le vertebre C3 (vista superiore) con la ricostruzione speculare di KSD-VP-1/1i. Attualmente, l’esemplare di Dmanisi Homo erectus D2674 rappresenta l’unico altro fossile di ominino precoce a questo livello cervicale. Anche in questo caso è notevole la somiglianza tra la vertebra di KSD e quella umana:

 

 

Queste elencate sono solo una piccola parte di ciò che è presente negli studi citati. Come si può leggere, si è arrivati anche a parlare di bipedismo ortogrado obbligato, che va ben oltre al bipedismo facoltativo ipotizzato per Australopithecus. Eppure, nonostante le evidenze, è stato classificato Australopithecus afarensis invece che Homo, analogamente a Naledi il quale però è stato classificato Homo invece che Australopithecus, nonostante le tante caratteristiche morfologiche tpicamente australopitiche e un cervello di piccolissime dimensioni che rientra ancora nella gamma di Australopithecus e addirittura di Pan.

 

 

In virtù della datazione recentissima di 235-336.000 anni, quest’ultimo importantissimo e fondamentale aspetto dovrebbe far ritenere che non fossero presenti le regioni regolative e i geni umano-specifici dell’encefalizzazione. Se non presenta le caratteristiche del genoma specifiche di Homo, in aggiunta a quelle anatomiche australopitiche profondamente arcaiche, a quale titolo Naledi è stato inserito nel nostro genere? Tutto a rovescio!!! E questo perché gli studi genomici pubblicati fino ad oggi non sono mai stati minimamente presi in considerazione né per KSD né per Naledi. Ha davvero dell’incredibile!!!

 

 

KSD mostra dunque una serie di caratteristiche cosiddette “a mosaico”, sia arcaiche che derivate. E’ una particolarità che si nota spesso in Hominina, non è una novità. Il punto però sta nel grado di espressione non solo a livello quantitativo, ma anche qualitativo. In questo particolare caso non siamo in presenza di una cosiddetta “punteggiatura”, in riferimento alla teoria degli equilibri punteggiati di S.J. Gould e Niles Eldrege formulata negli anni ’70, la quale pressuppone eventi di speciazione (l’emersione di una nuove specie) da un progenitore su scala ecologica e geologica.

 

 

Stando alla teoria, più precisamente, l’evoluzione avverrebbe, per gli eventi speciativi, su una scala temporale ecologica della durata di qualche decina di migliaia di anni intervallati da stasi evolutive, ma in questo caso su scala geologica della durata di diversi milioni di anni. Nella fattispecie però, se la mia ipotesi è corretta, ovvero che KSD è il primissimo rappresentante in assoluto del genere Homo, non ci troveremmo di fronte alla semplice punteggiatura di un evento speciativo, ma ad un salto vero e proprio in quanto rappresenterebbe la nascita di un nuovo genere e non di una specie.

 

 

L’equilibrio punteggiato si riferisce a eventi speciativi, non a salti evolutivi. Gould ed Eldrege se ne guardano bene dal considerare la punteggiatura un salto, sottolineandolo più e più volte. A tal proposito rimarco che tutta l’evoluzione umana è connotata da eventi speciativi “punteggiati” a distanza di pochissime centinaia di migliaia di anni l’uno dall’altro, per cui abbondantemente lontani dalla scala geologica da loro suggerita.

 

 

Scala che invece copre archi temporali da una manciata di milioni di anni fino anche a 10-20 mln di anni. Se l’ipotesi è corretta, tutta l’evoluzione umana sarebbe avvenuta in un arco temporale probabilmente di appena circa 3,7 mln di anni che, stando alla teoria, corriponderebbe invece ad un periodo di stasi per un singolo evento speciativo!!!

 

 

Nel particolarissimo caso dell’evoluzione di Homo, gli intervalli temporali che caratterizzano le varie stasi avvenute nell’arco di poche centinaia di migliaia di anni (in alcuni casi non c’è nemmeno stata una stasi), tra i vari eventi speciativi che hanno determinato l’emersione delle varie specie che lo compongono, come H. habilis, H. erectus ecc.., sono anche questi più associabili alla scala ecologica piuttosto che alla scala geologica che, come detto, è molto più dilatata nel tempo.

 

 

Tuttavia, stando alle evidenze che stanno emergendo in questi ultimissimi anni, sembra che l’evoluzione umana non sia addirittura nemmeno caratterizzata da eventi speciativi, in quanto le varie “specie” potrebbero essere in realtà sottospecie, l’equivalente zoologico delle razze zootecniche. Ci si ritroverebbe quindi a che fare con varianti fenotipiche di un’unico genere, più o meno come con i cani. In questo caso le varie sottospecie umane, H. habilis, H. erectus ecc.., potrebbero essere, il condizionale è al momento ancora d’obbligo in attesa di evidenze più precise, il frutto di incroci, proprio come avviene con i cani domestici o tutti gli organismi soggetti a domesticazione, piuttosto che a veri e propri eventi speciativi derivati da un’isolamento geografico ed ecologico.

 

 

Si spiegherebbero meglio così le tante ibridazioni di H. sapiens (ad oggi ne sono state indiviuate almeno cinque). Se poi questi incroci fossero avvenuti, come è più plausibile, anche solo in parte artificialmente, allora non si dovrebbe più parlare nemmeno di sottospecie ma di razze vere e proprie (Curnoe et al., 2012, Curnoe et al., 2015, Curnoe et al., 2015, Gómez-Robles et al., 2013, Hecht et al., 2019, Kaminski et al., 2019, Kukekova et al., 2011, Liao et al., 2019, Lordkipanidze et al., 2013, Scerri et al., 2018, Teixeira et al., 2019, Theofanopoulou et al., 2017, Trinkaus, 2018).

 

 

Ai paleoantropologi che hanno condotto gli studi bisognerebbe chiedere: che tipo di morfologia vi aspettereste di riscontrare in un esemplare che, temporalmente, si è appena separato dal progenitore ma che ha dato il via ad un nuovo genere rispetto al taxon clade (o taxa se sono più di uno) che si è invece semplicemente speciato (nell’ipotesi sarebbe A. deyiremeda ritrovato sempre nell’Afar, in Etiopia)?

 

 

A mio avviso ciò che ci si aspetterebbe di trovare è un mosaico di caratteristiche dove alcuni tratti sarebbero ancora in parte arcaici, ad es. il bacino o le clavicole proprio come nel caso di KSD, altri invece sarebbero decisamente più evoluti, come la gabbia toracica, le vertebre e le proporzioni degli arti inferiori, soprattutto rispetto anche al gruppo con cui forma il clade che però, avendo avuto un semplice evento speciativo, sarebbe rimasto ad uno stadio più primitivo.

 

 

Esattamente le condizioni di KSD!!!! La retrodatazione di A. afarensis da 3,7 a 3,9 mln di anni spiega come mai in KSD siano ancora presenti caratteri tipici della specie madre. Tecnicamente tali tratti arcaici sono definiti ”plesiomorfi”, ovvero ereditati dal progenitore comune, mentre quelli derivati (nuovi) sono definiti ”apomorfi” ma, in questo caso, essendo esclusivi di KSD sarebbero ”autapomorfi”.

 

 

Avendo classificato KSD come A. afarensis e facendo confronti con A.L. 288-1 ”Lucy”, i ricercatori hanno concluso che A. afarensis fosse caratterizzato da un’elevato dimorfismo sessuale tra le femmine e i maschi. L’altezza di Lucy è stata stimata a circa 110 cm, mentre per i maschi a circa 145-150 cm. L’altezza stimata per KSD è invece di circa 165 cm, ben al di fuori della gamma di Australopithecus, altro indizio che lo dovrebbe fare escludere dal taxon A. afarensis.

 

Sempre nello studio di Lovejoy et al., 2016, riguardo al bacino di KSD, si legge:

 

“Ryan e Sukhedo forniscono una misura dell’angolo dell’arco tibiale come definito da DeSilva (2010) e KSD-VP-1/1e appare ben all’interno dell’intervallo umano.” …

 

“I risultati sono piuttosto sorprendenti. KSD-VP-1/1 cade bene nella distribuzione umana e ben al di fuori delle distribuzioni delle due scimmie africane. I dati per A.L. 288-1 sono quasi ugualmente sorprendenti. Mostrano che nonostante abbiano una tibia di lunghezza approssimativamente uguale a quella di molti scimpanzé, i dati delle dimensioni geometriche dell’arto superiore per A.L. 288-1 sono sostanzialmente meno robusti. Una conclusione
praticamente identica è implicita nella lunghezza tibiale e nella robustezza degli arti superiori in KSD-VP-1/1. Nel caso di quest’ultimo, tuttavia, poiché la sua dimensione corporea è anche ben all’interno della distribuzione umana, l’unica interpretazione alternativa sarebbe che la sua tibia è insolitamente lunga per la specie, e aveva già sperimentato l’allungamento che si è verificato in seguito nell’evoluzione umana di 2,5 mln di anni fa in base alle proporzioni degli arti di BOU-VP-1/1 [metà prossimale di un’ulna adulta di A. garhi].”

 

 

Facendo un analisi media sulle proporzioni fra l’omero e la tibia, il risultato indica che, come si può vedere nel grafico (Fig. 8.22) pubblicato nello studio, le scimmie antropomorfe Pan e Gorilla sono totalmente al di fuori della gamma umana, sia come morfologia che nella ”linea di regressione”, ovvero la linea dove rientrano le similitudini morfologiche. A.L. 288-1 ”Lucy” è lontanissima dal gruppo umano, dove KSD è pienamente all’interno del gruppo, ma mantiene alcune similitudini morfologiche:

 

“A.L. 288-1 si trova molto vicino alla linea di regressione, suggerendo che portava lo stesso complesso morfologico di KSD-VP-1/1.”

 

 


Fig. 8.22 (Lovejoy et al., 2016)

 

 

Il fatto che Lucy avesse una morfologia simile non significa automaticamente che KSD appiertiene allo stesso taxon. Se si ragiona in questi termini, ovvero in relazione alla ”linea di regressione”, allora anche Homo andrebbe inserito in A. afarensis visto che è sulla stessa linea.

 

 

Semplicemente ridicolo!! Considerando invece le notevoli differenze, ad es., nell’impostazione strutturale della gabbia toracica, conica per Lucy e a campana per Kadanuumuu, è probabile che tali tratti, esclusivamente morfologici relativi agli arti inferiori, siano da considerarsi plesiomorfi per KSD, ovvero caratteri primitivi ereditati.

 

Nello studio, purtroppo, non ci sono confronti con esemplari più antichi, come A. anamensis e Ardipithecus, in quanto mancano le parti fossili in questione per A. anamensis (strano invece che la tibia ben conservata di Ardipihecus ramidus non sia stata presa in considerazione, peccato), per cui è per ora impossibile stabilire se tali tratti fossero a loro volta plesiomorfi (ancestrali) per A. afarensis o apomorfi (derivati).

 

 

Sarebbe anche il caso di evitare valutazioni antropocentriche. L’emersione di Australopithecus è più antica di Homo, per cui significa che siamo noi ad avere delle caratteristiche simili alle loro, non il contrario come viene sempre affermato. Se c’è qualcuno che ha ”copiato” (ereditato), siamo proprio noi.

 

 

La mia ipotesi, in attesa di nuovi esemplari che possano aumentare la risoluzione, è che la morfologia degli arti inferiori in KSD avesse tratti plesiomorfi, quindi ereditati da A. afarensis, ma autapomorfi (derivati ed esclusivi) per quanto concerne le dimensioni e proprorzioni. A quanto pare la speciazione di A. deyiremeda col quale, nell’ipotesi, KSD formerebbe il clade, sembra si sia orientata più verso Paranthropus, presentando caratteristiche dentognatiche più robuste (Haile-Selassie et al., 2015), evidentemente segno di un adattamento.

 

 

Per cui è probabile abbia avuto un’evoluzione diversa anche rispetto al progenitore comune. Tuttavia, a causa dell’estrema scarsità e frammentarietà dei reperti di A. deyiremeda, non è possibile essere più precisi. Per quanto concerne invece la gabbia toracica di KSD è, a mio avviso, senza dubbio autapomorfa, ovvero derivata (nuova) ed esclusiva. Invece per la colonna vertebrale il discorso si fa più difficile in quanto, ad oggi, quella di KSD è l’unica colonna vertebrale fossile così antica mai ritrovata per cui, anche in questo caso, è praticamente impossibile fare confronti.

 

 

La mia ipotesi, allo stato attuale, è che anch’essa abbia tratti autapomorfi (derivati), ma bisogna vedere se sono in comunione con tratti plesiomorfi (ereditati) oppure no. Il bacino invece sembrerebbe globalmente plesiomorfo (ereditato), anche se però, come si è visto, possiede diverse caratteristiche più evolute.

 

La comparsa del bipedismo è piuttosto controversa tuttavia, anche in questo caso, bisogna tenere sempre bene a mente che non conta tanto il concetto ma il grado di espressione. L’argomento meriterebbe un’analisi a se stante più approfondita e non è questa la sede, anche se in ogni caso non si verrebbe a nessuna conclusione certa per la scarsezza e frammentarietà degli esemplari fossili, soprattutto per quanto concerne lo scheletro postcraniale. Tuttavia si è accennato alle impronte di Laetoli (Tanzania) le quali, presentando nella maggioranza dei casi caratteristiche umane, vanno prese in seria considerazione.

 

 

Le impronte di Laetoli (Tanziania) scoperte nel 1978 e datate circa 3,66 mln di anni, sono state attribuite ad Au. afarensis, anche se alcuni hanno ipotizzato che le impronte le abbiano lasciate un taxon diverso ancora non scoperto (a mio avviso invece le ha prodotte un gurppo di individui che apparteneva allo stesso taxon umano di KSD). Questi dubbi sono espressi nello studio di Tuttle et al., 1991, dove nel sommario si legge:

 

“Suggeriamo che un’altra specie di australopiteco o un genere anonimo di Hominidae, con piedi notevolmente umanoidi, camminava a Laetoli. Sarebbe imprudente dichiarare che Homo era presente a Laetoli 3,5 milioni di anni fa perché non ci sono prove di espansione del cervello (!!!!!!), fabbricazione avanzata di utensili o altri segni distintivi non locomotori della condizione umana sul sito G.”

 

 

Nel 1991 non si conoscevano ancora le regioni regolative e i geni che hanno determinato l’espansione del nostro cervello, di conseguenza nemmeno la datazione della loro comparsa, almeno per alcuni. Ma se nel ’91 poteva essere una giustificazione, oggi non può più esserla, eppure tali studi genetici vengono ancora sistematicamente ignorati e le conclusioni, incredibile a dirsi, sono rimaste sostanzialmente immutate.

 

 

E’ vero che, ad oggi, nel sito non sono state trovate pietre lavorate attribuibili ad Homo tuttavia, come si vedrà in seguito, nei pressi del lago Turkana in Kenya sono stati trovati strumenti litici datati ben 3,3 mln di anni, la cui lavorazione è stata atrribuita ad Homo.

 

Per tale motivo, il fatto che a Laetoli non siano stati ancora trovati tali reperti, non significa necessariamente che non ci siano mai stati in assoluto. Un’assenza di evidenze non è un’evidenza di assenza, e i reperti del Kenya
sono quantomeno un indizio che in quel periodo tali utensili potevano già essere prodotti da Homo.

 

Senza entrare troppo nei dettagli delle impronte di Laetoli, che magari saranno oggetto di un futuro articolo, proseguo solo su alcuni aspetti relativi alle impronte ritrovate nel nuovo sito ”S” oggetto dello studio di Masao et al., 2016, dove si legge:

 

“Laetoli è una ben nota località paleontologica nel nord della Tanzania, la cui eccezionale documentazione include le prime impronte di ominini nel mondo (3,66 milioni di anni), scoperte nel 1978 nel sito G e attribuite ad Australopithecus afarensis. Qui, riportiamo tracce di ominini portate alla luce nel nuovo sito ”S” di Laetoli e ci riferiamo a due individui bipedi (” S1 ” e ” S2”) che si muovono sulla stessa superficie paleontologica e nella stessa direzione dei tre ominini documentati nel sito ”G”.” …

 

“Quasi tutte le impronte di ominini scoperte finora sono attribuite a specie del genere Homo, a cui appartengono gli esseri umani moderni. Le uniche eccezioni sono le impronte che sono state scoperte negli anni ’70 a Laetoli (in Tanzania) su uno strato di cenere cementato prodotto da un’eruzione vulcanica. Si pensa che siano state lasciate da tre membri della specie ominina Australopithecus afarensis – la stessa specie della famosa “Lucy” dell’Etiopia – circa 3,66 milioni di anni fa.” …

 

“Una possibile conclusione provvisoria è che i vari individui rappresentati a Laetoli siano: S1, un maschio; G2 e S2, femmine; G1 e G3, femmine più piccole o individui giovani.”

 

Le misure delle impronte attribuite al maschio adulto sforano tutti gli intervalli finora previsti per un autralopiteco, con un’incredibile altezza stimata che varia tra 161cm e 168cm. Nonostante in precedenza le stime per i maschi di A. afarensis fossero più ridotte, è stata mantenuta l’ipotesi che le impronte siano state lasciate da questo taxon e non da altri taxa.

 

“Le stime per la statura di S1 superano di gran lunga quelle precedentemente ricostruite per A. afarensis sia dal materiale scheletrico che dai dati delle impronte.” …

 

“I dati nelle Tabelle 3 indicano che le stime per la statura e la massa di S1 e S2 (rispettivamente circa 165 cm e 44,7 kg e 146 cm e 39,5 kg) sono superiori a quelle ottenute per G1, G2 e G3.”

 

E’ più che probabile quindi che G1 e G3, ma aggiungo anche G2, fossero giovani individui. In questo caso G2 sarebbe da escludere come termine di paragone per indicare un’elevato dimorfismo sessuale nel taxon che ha lasciato quelle tracce. L’impronta S2 è attribuita ad una femmina con un’altezza stimata di circa 142-149 cm.

 

 

L’altezza stimata di Lucy, che è sempre una femmina ma più recente di circa 380.000 anni rispetto a KSD e di circa 466.000 anni rispetto alle impronte, è invece di circa 110 cm (non mi risulta che per Lucy sia stata ipotizzata una giovane età, anche perché altrimenti non avrebbero potuto ipotizzare un’elevato dimorfismo in A. afarensis…).

 

 

Una differenza piuttosto notevole!!! L’altezza della (probabile) femmina S2 cadrebbe quindi sostanzialmente nella gamma dei precedenti valori stimati per i maschi di A. afarensis, variabili tra 145-150 cm circa!!!! L’altezza invece per S1 è stimata a circa 161-168 cm la quale, facendo una media, corrisponde in pieno all’altezza stimata per KSD di circa 165cm!!!! La tabella 3 è visionabile a questo indirizzo: https://doi.org/10.7554/eLife.19568.020

 

 


Ricostruzione digitali del primo sito G:

 

 


Ricostruzione digitale del secondo sito ”S”:

 

 


Foto del sito ”S”:

 

Come accennato, potendo, caso praticamente unico, incrociare i dati paleontologici (fossili) con i dati genetici, è possibilie stimare l’emersione del genere Homo in senso assoluto e non semplicemente in senso relativo in riferimento alla presenza dei vari esemplari nel registro fossile.

 

E’ un errore piuttosto grave che non vengano minimamente presi in considerazione gli studi genetici, dove si è provato che particolari regioni regolative denominate HAR (Human Accelerated Region) e diversi geni, il tutto esclusivamente umano-specifico, hanno comportato il nostro particolarissimo e unico sviluppo encefalico, quello che viene chiamato ”processo di encefalizzazione”.

 

A titolo esplicativo riporto un breve stralcio dell’articolo ”Divisi dal DNA: il difficile rapporto tra archeologia e genomica”, pubblicato in rete su Le scienze.it il 28 aprile 2018. L’articolo riguarda aspetti archeologici, ma rende bene l’idea della linea di pensiero riguardo al DNA:

 

“”Metà degli archeologi pensa che il DNA antico possa risolvere tutto. L’altra metà pensa che il DNA antico sia opera del diavolo” , dice Philipp Stockhammer, ricercatore alla Ludwig-Maximilians Universiität di Monaco, Germania.”

 

Charrier et al., 2012, è uno studio riguardo alla mal (sicuro..?) duplicazione di un gene, srGAP2, uno tra i tanti, che hanno determinato l’espansione del nostro cervello. Nel relativo articolo pubblicato in rete il 4 maggio 2012 su Le scienze.it dal titolo “Un gene (mal) duplicato ha diretto l’evoluzione del cervello umano”, si legge:

 

“La duplicazione parziale di un gene, avvenuta circa 2,5 mln di anni fa, sarebbe responsabile dello sviluppo di alcune funzioni critiche che hanno permesso al cervello umano un salto di qualità rispetto a quello dei nostri più prossimi parenti.” …

 

“Ad attirare l’attenzione dei ricercatori è stato il gene srGAP2 (che codifica per una proteina con un ruolo significativo nel processo di maturazione del cervello) la cui duplicazione è avvenuta almeno due volte nel corso dell’evoluzione umana: la prima circa 3,5 milioni di anni fa e poi ancora circa 2,5 milioni di anni fa. Questa seconda duplicazione è stata peraltro solo parziale ma in grado di far emergere una nuova funzione genica.” …

 

“Attraverso una serie di analisi di datazione delle mutazioni, i ricercatori hanno poi scoperto un’altra circostanza interessante: la seconda duplicazione, incompleta, è avvenuta circa un milione di anni dopo la prima, completa ma sostanzialmente inattiva, ovvero in corrispondenza della separazione del genere Homo da Australopithecus”.

 

Per cui sembra che sia stata la seconda duplicazione avvenuta circa 2,5 mln di anni fa ad avere effetti più consistenti. Tuttavia rimane significativo e importantissimo che la prima duplicazione sia avvenuta invece circa 3,5 mln di anni fa. Le datazioni, in ogni caso, potrebbero essere soggette a leggere variazioni appena le procedure sull’orologio molecolare miglioreranno, permettendo di ottenere risultati più precisi.

 

Significa che non va esclusa una retrodatazione che se arrivasse a coincidere con i 3,7 mln di anni come ipotizzo in seguito (la differenza non è tantissima), conferemerebbe la probabile emersione in senso assoluto di Homo.

Per quanto concerne proprio le retrodatazioni, ai tempi dello studio di Charrier et al., non era ancora stato scoperto un esemplare che ha retrodatato la presenza di Homo nel registro fossile di circa 400-500.000 anni (Villmoare et al., 2015).

 

Il ritrovamento, ma guarda un po alle volte le coincidenze.., è avvenuto sempre nella regione dell’Afar, la regione dell’Etiopia dove è stato ritrovato anche KSD-VP-1/1 ”Kadanuumuu, A.L.-288-1 ”Lucy”, MRD-VP-1/1, il cranio di A. anamensis e pure il frammento craniale BEL-VP-1/1. Nell’articolo pubblicato in rete il 4 marzo 2015 su Le scienze.it, ”Più antica di 500.000 anni la comparsa del genere Homo”, si legge:

 

“La scoperta di una mandibola fossile dalle caratteristiche tipiche del nostro genere fa retrodatare di mezzo milione di anni la separazione di Homo da Australopithecus. Questo evento fu probabilmente favorito da un cambiamento climatico che interessò la culla dell’umanità, la regione dell’Afar, e che è testimoniato dall’analisi degli strati geologici in cui è avvenuto il ritrovamento.”

 

 

Ciò significa che la separazione di Homo da Australopithecus è avvenuta ben prima di 2,5 mln di anni fa come suggerito nel 2012. Questo può dare un’idea di come, a distanza di poco tempo, il ritrovamento di nuovi esemplari possa cambiare anche di molto le passate valutazioni. Come detto in precedenza, il registro fossile va considerato in senso relativo, non assoluto, per cui, a prescindere da quanto detto fin qui, Homo potrebbe essere effettivamente ben più antico.

 

 

A tal proposito, la prima duplicazione di srGAP2 datata a circa 3,5 mln di anni fa avrebbe dovuto, come si suol dire, far suonare un campanello d’allarme. Che Homo sia emerso proprio tra 3-4 mln di anni fa? Considerando tutti gli indizi, pure piuttosto robusti, sembrerebbe proprio di si e si potrebbe anche stabilire una data approsimitava della sua comparsa, questa volta in senso assoluto, attorno a 3,7 mln di anni fa. Si potrebbe azzardare anche una datazione a circa 3,8 mln di anni fa, ma una data più antica andrebbe troppo vicina ai limiti dell’orologio molecolare risultando, a mio avviso, assai improbabile (mai dire mai però…).

 

 

Suzuki et al., 2018, e Fiddes et al., 2018, entrambi pubblicati su Cell, scoprono, descrivono, analizzano e datano altri geni umano-specifici denominati NOTCH2NL che, guarda caso, anche questi furono non solo coinvolti nell’espansione unica ed esclusiva del notro cervello, ma il primo gene ”A” comparve sempre proprio tra 3-4 mln di anni fa!!! Riguardo a KSD ”Kadanuumuu”, le coincidenze iniziano ad essere davvero un po troppe per essere considerate tali. Nell’articolo pubblicato in rete su Le scienze.it dal titolo ”Tre geni per il grande cervello umano” del 1 giugno 2018, si legge:

 

“Tre geni presenti solo nella nostra specie sono con tutta probabilità i principali responsabili dell’eccezionale aumento di volume del cervello umano. Le analisi genetiche comparative indicano che il primo di questi geni deve essere comparso in qualche antenato diretto della nostra specie fra 3 e 4 milioni di anni fa e che la sua azione, insieme a quella degli altri due comparsi in epoca successiva, ha lentamente portato il cervello a triplicare le sue dimensioni.”

 

In realtà la questione sul nostro processo di encefalizzazione è decisamente più complessa, tuttavia è piuttosto significativo che l’articolo si riferisca ad un antenato diretto della nostra specie, ovvero di H. sapiens. Un antenato diretto significa che doveva necessariamente appartenere al nostro stesso genere: Homo!!!

 

A partire dal 2002 sono stati condotti studi che hanno portato alla luce geni umano-specifici che hanno determinato la misteriosa evoluzione del nostro cervello come il gene ASPM (Bond et al., 2002, Evans et al., 2005, Mekel-Bobrov et al., 2005), i già citati srGAP2 e NOTCH2NL, ulteriori geni coinvolti nel nostro processo di encefalizzazione come ARHGAP11B (Florio et al., 2015, Florio et al., 2016, Kalebic et al., 2018), MCPH1, un gene responsabile della nostra neotenia (Wang, 2004, Shi et al., 2013, Shi et al., 2019).

 

Inoltre dal 2006 sono state individuate regioni regolative umano-specifiche denominate ”HAR”, Human Accelerated Region (Regioni Umane Accelerate), coinvolte nell’espressione genica, come HAR1 (Pollard et al., 2006 e Pollard et al., 2006) e HAR5 (Lomax Boyd et al., 2015). Sono stati condotti studi sulla corticogenesi (Reilly et al., 2015) e indagini sul DNA non codificante, quello che una volta veniva chiamato ”DNA spazzatura”, che controlla e regola l’espressione genica (Prabhakar et al., 2006, Bird et al., 2007, Somel et al., 2011, Florio et al., 2017, Franchini, 2017, Sousa et al., 2017).

 

Un ulteriore ritrovamento del 2015 nel sito Lomekwi 3, presso il lago Turkana in Kenya (molto vicino all’attuale confine con l’Etiopia), riguarda una serie di pietre semilavorate presenti negli strati geologici di circa 3,3 mln di anni fa. Nell’articolo pubblicato in rete su Le scienze.it dal titolo ”Il genere Homo comparve più di 3 milioni di anni fa?” relativamente allo studio di Harmand et al., 2015, si legge:

 

“Una serie di pietre scheggiate e semilavorate scoperte nel sito di Lomekwi 3, nei pressi del lago Turkana, risalgono a 3,3 milioni di anni fa e retrodatano di ben 700.000 anni il primo utilizzo di utensili da parte dei nostri antenati. Dato che la produzione di utensili scheggiati è associata alla comparsa del genere Homo, la scoperta farebbe anticipare di svariate centinaia di migliaia di anni la presenza dei primi individui del nostro genere.” …

 

“Secondo gli autori, gli utensili di Lomekwi indicano il possesso di una forte presa e di un buon controllo motorio: la forma delle pietre e i segni che vi sono impressi dimostrano che venivano usati con vigore per pestare oggetti o produrre schegge affilate. I movimenti della mano e del braccio richiesti per queste azioni, secondo Harmand e colleghi, probabilmente erano molto più simili a quelli utilizzati dagli scimpanzé e dagli altri primati per rompere i gusci dei frutti che a quelli necessari all’uso degli utensili delle culture Oldowan. Resta il fatto che la scheggiatura delle pietre per renderle affilate è un passaggio decisivo rispetto alla semplice battitura, e ciò fa propendere per l’appartenenza dei Lomekwiani al genere Homo.”

 

 

Qui più che le coincidenze sono gli indizi ad essere davvero troppi per essere tali. Ricapitolando, ci sono fossili, regioni regolative e geni esclusivi presenti nel genoma di Homo, impronte di piedi e reperti litici attribuiti ad Homo, il tutto datato ad oltre 3 mln di anni fa. Forse Homo è comparso davvero tra 3-4 mln di anni fa..? Domanda volutamente decisamente retorica oltre che provocatoria.

Alessandro Mori (05 settembre 2019) del Team “L’Altra Genesi Anunnaki”

 

 

 

Bibliografia

Libri:

– Buffa, Pietro: ”I geni manipolati di Adamo” (Uno editori)
– Buffa, Pietro e Biglino, Mauro: ”Resi umani” (Uno editori)
– Gould, S.J.: ”L’equilibrio punteggiato” (Codice edizioni)
– Marchi, Damiano ”Il mistero di Homo naledi” (Mondadori) Articoli:
– ”All’origine dell’espressività dei cani” (Le scienze.it, 2019)
– ”Alla ricerca dell’antenato più diretto di Homo” (Le scienze.it, 2019)
– ” “All bets now off’” on which ape was humanity’s ancestor” (BBC.com, 2019)
– ”Come abbiamo cambiato il cervello dei cani” (Le scienze.it, 2019)
– ”Corteccia cerebrale, migliaia di regolazioni geniche ci rendono umani” (Le scienze.it, 2015)
– “Divisi dal DNA: il difficile rapporto tra archeologia e genomica” (Le scienze.it, 2018)
– ”Elusive cranium of early hominin found” (Nature.com)
– ”Frequent inbreeding may have caused skeletal abnormalities in early humans” (Sciencemag.org, 2018)
– ” “Game changing” skull of 3.8 million year old human ancestor discovered” (News.sky.com, 2019)
– ”Genetica e dimensioni del cervello” (Le scienze.it, 2002)
– ”Ha 3,8 milioni di anni il primo cranio fossile del più antico degli Australopitechi” (UNIBO Magazine, 2019)
– ”Il cervello umano è ancora in evoluzione” (Le scienze.it, 2005)
– ”Il gene che controlla l’espansione della neocorteccia” (Le scienze.it, 2015)
– ”Il genere Homo comparve più di 3milioni di anni fa?” (Le scienze.it, 2015)
– ”Nell’attività di alcuni geni il mistero dell’unicità della nostra mente” (Le scienze.it, 2011)
– ”Perché il cervello umano è diverso da quello degli scimpanzé” (Le scienze.it, 2017)
– ”Più antica di 500.000 anni la comparsa del genere Homo” (Le scienze.it, 2015)
– ”Scimmie con uno sviluppo cerebrale ‘umano’ ” (Le scienze.it, 2019)
– ”Scoperto in Etiopia il più antico cranio di Australopiteco, l’antenato di Lucy” (Nationalgeographic.it, 2019)
– ”Stunning ancient skull shakes up human family tree” (Sciencemag.org, 2019)
– ”Tante culle africane per l’umanità” (Le scienze, 2018)
– ”Una nuova spece di ominide dalla Cina? (Wired, 2015)
– “Un frammento di DNA fa grande il cervello dell’uomo” (Le scienze.it, 2015)
– ”Un gene (mal) duplicato ha diretto l’evoluzione del cervello umano” (Le scienze.it, 2012)

Video:

Ragusa, Marco: ”Il misterioso Homo sapiens” (Youtube – https://www.youtube.com/watchv=HhRviV3ab3M)

Studi scientifici:

– Almécija et al., 2013: ”The femur of Orrorin tugenensis exhibits morphometric affinities with both Miocene apes and later hominins” (doi: https://doi.org/10.1038/ncomms3888)
– Asfaw, 1987: ”The Belohdelie frontal: new evidence of early hominid cranial morphology from the Afar of Ethiopia” (doi: https://doi.org/10.1016/0047-2484(87)90016-9)
– Bird et al., 2007: ”Fast-evolving noncoding sequences in the human genome” (doi: https://doi.org/10.1186/gb-2007-8-6-r118)
– Bond et al., 2002: ”ASPM is a major determinant of cerebral cortical size” (doi: https://doi.org/10.1038/ng995)
– Charrier et al., 2012: ”Inhibition of srGAP2 function by its human-specific paralogs induces neoteny during spine maturation” (doi: https://doi.org/10.1016/j.cell.2012.03.034)
– Crompton et al., 2011: ”Human-like external function of the foot, and fully upright gait, confirmed in the 3.66 million year old Laetoli hominin footprints by topographic statistics, experimental footprintformation and computer  simulation” (doi: https://doi.org/10.1098/rsif.2011.0258)
– Curnoe et al., 2012: ”Human remains from the Pleistocene-Holocene transition of Southwest China suggest a complex evolutionary history for East Asians” (doi: https://doi.org/10.1371/journal.pone.0031918)
– Curnoe et al., 2015: ”Possible signatures of hominin hybridization from the Early Holocene of Southwest China” (doi: https://doi.org/10.1038/srep12408)
– Curnoe et al., 2015: ”A hominin femur with archaic affinities from the Late Pleistocene of Southwest China” (doi: https://doi.org/10.1371/journal.pone.0143332)
– Du, 2019: ”Temporal evidence shows Australopithecus sediba is unlikely to be the ancestor of Homo” (doi: https://doi.org/10.1126/sciadv.aav9038)
– Evans et al., 2005: ”Microcephalin, a gene regulating brain size, continues to evolve adaptively in humans” (doi: https://doi.org/10.1126/science.1113722)
– Fiddes et al., 2018: ”Human-specific NOTCH2NL genes affect notch signaling and cortical neurogenesis” (doi: https://doi.org/10.1016/j.cell.2018.03.051)
– Florio et al., 2015: “Human-specific gene ARHGAP11B promotes basal progenitor amplification and neocortex expansion” (doi: https://doi.org/10.1126/science.aaa1975)
– Florio et al., 2016: “A single splice site mutation in human-specific ARHGAP11B causes basal progenitor amplification” (doi: https://doi.org/10.1126/sciadv.1601941)
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